«Vantaggi di viaggiare in treno», narrare per vivere

Il racconto di un irriverente viaggio in treno all'insegna di storie raccontate per vivere

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vantaggi di viaggiare in treno

«Il treno, nel viaggiare, sempre ci fa sognare; e quasi quasi dimentichiamo il ronzino che montiamo»: così scriveva il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939). Viaggiare in treno ci permette di fantasticare su ciò che ci sta attorno: i luoghi, le persone, addirittura noi stessi. Il treno, dunque, sembra il posto ideale per inventare e raccontare storie.

Ne sa qualcosa l’autore madrileno Antonio Orejudo, che proprio al fantasticare in treno ha dedicato il romanzo Vantaggi di viaggiare in treno (Alessandro Polidoro Editore, 2022). Pubblicato in Spagna nel 2000, questo romanzo ha vinto il Premio Andalucia de Novela ed è stato trasposto al cinema nel 2019.

«Vantaggi di viaggiare in treno»: la trama

Vantaggi di viaggiare in treno inizia con una domanda semplice fatta a una persona sconosciuta per smorzare la monotonia del viaggio in treno: «Vuole che le racconti la mia vita?». A fare questa domanda è lo psichiatra Ángel Sanagustín, e ad ascoltarlo Helga. Quest’ultima è un’agente letteraria alla ricerca di storie avvincenti da vendere, che torna a Madrid dopo aver portato in clinica il marito.

Sanagustín inizia a riflettere sulla schizofrenia e la malattia mentale in relazione alla scrittura, che «traccia una linea divisoria fra delirio e realtà». Fra delirio e realtà è anche la storia che racconta sul rapimento che ha subito per mano di Martín Urales de Úbeda, un ex soldato diventato paranoico che vive in una casa sommersa di rifiuti a Galapagar, nei pressi di Madrid.

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Il tutto si fa più interessante quando, con la scusa di andare a comprare qualcosa da mangiare, lo psichiatra sparisce nel nulla e lascia la sua cartellina rossa contenente racconti di casi clinici. Essendo in cerca di storie sensazionali da pubblicare, Helga decide di leggere il contenuto della cartella. A poco a poco, però, scoprirà che la scrittura, a differenza di quanto affermato dallo psichiatra, non suddivide delirio e realtà. Li unisce, rendendo l’immaginazione la verità e quest’ultima prodotto delle nostre menti.

«Vantaggi di viaggiare in treno»: fra delirio e realtà

Leggendo Vantaggi di viaggiare in treno, la prima cosa che salta all’occhio è la struttura. Il libro si può definire secondo l’espressione della critica accademica composite novel. Si tratta di un romanzo composto da storie che assieme compongono i capitoli dello stesso, ma che funzionano autonomamente da sole.

La storia di Ángel e Martín, di Helga e della sua agenzia letteraria piuttosto che della donna costretta dal marito a vivere letteralmente come un cane sono tutte storie che giocano sul confine fra realtà e finzione. Sono storie spesso talmente irreali da confondere il lettore. È un esempio Acatisia, dove spesso gli errori di ortografia del narratore si alternano a frasi e termini complessi dando l’idea di una probabile manipolazione di ciò che si sta leggendo.

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Immaginare per evadere

Vi sono, inoltre, due elementi che contribuiscono a creare ulteriori cornici narrative e che rendono il quadro della vicenda ancora più complesso. Da un lato la parola “immaginiamo”, che ricorre spesso nel romanzo; dall’altro la frase in apertura al racconto di Helga: «Il problema di Helga Prato con le persone era che confondeva i narratori con gli autori, e questi a volte con i personaggi».

Questi aspetti lasciano intendere che forse stiamo leggendo un libro in divenire, scritto dall’autore per ragionare sul confine fra realtà e immaginazione, ma anche che stiamo assistendo al lavoro di immaginazione di Helga, forse in cerca di evasione da una realtà che la incatena.

Cosa vuol dire scrivere?

Il personaggio di Helga è forse quello più interessante. Il suo ruolo di agente letteraria permette di fare riflessioni sul rapporto fra narrativa, autobiografia e mercato editoriale. Leggendo la sua storia ci sembra di riconoscere le stesse dinamiche del panorama editoriale nostrano, considerata la tendenza all’autofiction che sta prendendo sempre più piede. Una prima riflessione giunge nel momento in cui la donna valuta il dossier dello scrittore Ander Alkarria:

[…] alla gente piacciono le cose lineari la gente al giorno d’oggi non ha tempo per mettersi a collegare pezzetti tu sei uno scrittore e gli scrittori sono pagati per avere immaginazione […] se sei scrittore inventati tutto che è meglio comunque sia la vita la gente ti paga perché te la immagini […].

Il fatto irriverente è quando il narratore osserva come Alkarria, appena cade nel dimenticatoio, «si dedica sul serio a scrivere», alludendo all’idea di come lo scrittore abbia rinunciato alla sua vena sperimentalista per dare ai lettori qualcosa di più facile fruizione e che cattura facilmente l’interesse, come sono, appunto, le storie contenute nella cartella rossa di Ángel.

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Quest’ultime, però, «non hanno né capo né coda, sono pure e semplici assurdità», ma restano comunque qualcosa che attira Helga, considerata la sua tendenza a confondere finzione e realtà, la vita vera dei personaggi dall’invenzione della narrativa. In senso lato, la protagonista rappresenta una grande fetta di editori che cercano storie sensazionali, alle volte costruite ex novo per trarre profitto.

Pseudologia fantastica: raccontare storie per stare bene

Se per l’editoria o i lettori storie come quelle della cartella risultano essere interessanti per motivi economici o per un certo tipo di voyeurismo verso i problemi altrui, per i pazienti di Sanagustín sono storie raccontate con uno scopo preciso: per sopravvivere alla monotonia della quotidianità, ma allo stesso tempo per superare un dolore o un trauma a lungo represso.

Questa tendenza a raccontare storie inventate è una condizione psicologica nota come pseudologia fantastica. Essa consiste nell’elaborazione intenzionale di esperienze improbabili facilmente confutabili realizzata non per ottenere un tornaconto materiale, ma per una questione di autostima e protezione dal giudizio altrui. La scrittura – e di conseguenza l’invenzione di una vita altra – serve ai pazienti per creare una dimensione alternativa a quella che hanno vissuto con mero intento consolatorio:

Eppure, mi creda, se ho imparato qualcosa studiando la schizofrenia, è che la personalità non è altro che quello che ci raccontano di qualcuno, o quello che qualcuno ci racconta di sé stesso, o quello che ci raccontiamo di qualcuno, o quello che ci raccontiamo di noi stessi. Ciò che facciamo, sentiamo, sperimentiamo, è semplicemente un impulso elettromeccanico che acquisisce senso soltanto quando lo raccontiamo.

I personaggi raccontano la propria vita – o meglio, la inventano – perché soltanto così assumono un senso e possono esistere. Tutti loro non vivono per raccontare, ma raccontano per vivere, esorcizzano il trauma narrando verità per loro comode e consolatorie. I personaggi di Orejudo concepiscono la realtà come una tela su cui scrivere la propria storia, requisito necessario per continuare a vivere.

«Vantaggi di viaggiare in treno»: raccontare per vivere

Ironico e feroce allo stesso tempo, Vantaggi di viaggiare in treno (acquista) racconta non solo la deriva commerciale e voyeuristica dell’editoria, che trae profitto creando delle storie a partire dai traumi delle persone, ma anche l’importanza del raccontare e dello scrivere. La narrazione e la scrittura sono ciò che permettono di vivere, che cercano di rimediare al dolore, al vuoto e alla monotonia della realtà creando altri mondi possibili che ci fanno stare bene e ci permettono di vivere ciò che ci è precluso nella quotidianità.

Le persone, quando scompaiono, lasciano soltanto una manciata di parole. Ma una cosa sono le parole e un’altra, assai diversa, la verità. A volte coincidono, a volte no. Le parole sono lì, possiamo leggerle e ascoltarle, anche se spesso non sappiamo nemmeno che cosa significano esattamente; ma la verità è molto difficile segnalarla con l’indice. La qual cosa, per me, sia detto per inciso, non è neanche tanto grave; in fin dei conti per tutta la vita cerchiamo persone che non esistono, luoghi e stati mentali immaginari di cui ci hanno detto che sono reali, ma che non abbiamo mai sperimentato personalmente.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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