«I vestiti che non metti più»: cosa chiudiamo nell’armadio?

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I vestiti che non metti più

Luca Murano non è nuovo al mondo della scrittura, i suoi personaggi sono già approdati su numerose riviste letterarie, come Blam! e Inchiostro. Si affaccia alla pubblicazione grazie a Bookabook e alla raccolta Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano, nel 2018. Con I vestiti che non metti più, edito da Dialoghi lo scorso anno, l’autore torna a fissare sulla pagina le situazioni che più sembrano affascinarlo: in bilico tra vita e inerzia, sicurezza e abitudine.

La raccolta conta ventitré racconti brevi, di cui tre già apparsi sotto spoglie differenti nella precedente antologia, ma qui riadattati e rimaneggiati in favore del nuovo filo narrativo. Si tratta di storie che giocano con la psiche dei protagonisti, andando a comporre un mosaico di momenti assolutamente “dimenticabili”. Perché allora parlarne? Perché l’insieme di gesti e azioni banali suscitano una risposta “indimenticabile”, che ogni lettore può attingere in sé stesso.

«I vestiti che non metti più», e che vorremmo indossare

Sulla scia di una Stand Up Comedy di matrice americana, Murano plasma immagini vivide che tentano di fuoriuscire dalla pagina scritta per mimare un piglio a tratti cinematografico. L’impatto narrativo gioca sulla costruzione visuale: le scene descritte si immaginano a puntino. È semplice costruire fin dalle prime righe di ogni racconto una mappa mentale che collochi immediatamente nello spazio ogni componente della storia. Un nitore piacevole, che crea un rapido coinvolgimento e immerge nella narrazione. 

Ma quali sono i vestiti che non mettiamo più? Forse quelli che vorremmo indossare? Murano costeggia queste domande, generandone altre:

Chi siamo quando nessuno ci osserva? Possiamo davvero sentirci al sicuro? È realmente plausibile, in tali circostanze, riuscire a indossare e sfoggiare la parte più limpida di noi stessi?

La parte più limpida del sé è un outfit dimenticabile, relegato sul fondo di un armadio al cui interno non è bene guardare. Qualcosa da non indossare più, se non in brevissimi intervalli di tempo che squarciano il velo della quotidianità. Questi vestiti sono allora la famosa ultima sigaretta, che forse si dovrebbe avere il coraggio di fumare (o forse no?); il gatto che non si segue fino in fondo al lago; i pomodori che ti seguono fino alla macchina, impossibili da trascurare del tutto.

In questo senso, i racconti mettono in scena tutta una generazione profondamente turbata dai rapporti familiari e domestici, ma che non riesce a staccarsi dal fantasma dei genitori, né da un modello di vita confezionato “a pacchetto” fin dal principio. Nascita, traumi, crescita, traumi, lavoro, amore, morte. Ogni personaggio immagina ma non segue il fantomatico e pirandelliano fischio del treno. Tutti (o quasi) troppo ancorati alla ricerca del paradigma stabilità-uguale-felicità per seguire il liberatorio volo degli uccelli al di là dell’Esselunga. Nessuno osa, la vita è ciò che accade dentro alla testa di quasi ognuno, tra un intervallo e l’altro di ciclica quotidianità, ripetuta e ribadita come rassicurante.

L’amore allora diventa la risposta, sempre. E sempre è un amore visto come rifugio sicuro: compagni e compagne, amici e amiche, come pazienti nurse che accolgono e accettano e danno alcova alle nevrosi, coccolandole. Quasi mai, però, guardandole per dritto: il tutto è velato da una tacita comprensione. Ciò contribuisce a creare una dimensione sospesa e a tratti mistificatoria, che forse tenta di affacciarsi al profondo nel lasciare tutto sottinteso, ma in realtà mai risolve.

Uno stile “fottutamente” televisivo

Per chi porta a modello i (vecchi) grandi della Stand Up, è richiesta un’attenzione maniacale a due componenti narrative in particolare: il dialogo e i tempi comici. Quel che ci si aspetta di trovare sfogliando I vestiti che non metti più è dunque una curata, se non certosina, commistione di questi elementi. Spoiler: si trova. Per questa ragione, più ancora che la trama, più ancora che una qualsiasi pretesa di letterarietà, il lettore di Murano deve affacciarsi alla storia complessiva con un intento principe: divertirsi. Riflettere è ammesso, anche suggerito, ma forse scoraggiato dalla connotazione fortemente generazionale dell’antologia. L’autore si impegna e concentra su un umorismo che attinge a situazioni, nevrosi ed esperienze condivise specialmente da chi è cresciuto nel suo stesso tempo e contesto: i millennial.

I personaggi, per esempio, spesso e in modo ricorrente tendono a parlare in “doppiaggese”. Strizzano l’occhio, in altre parole, a quella particolare lingua derivata dalle traduzioni dei film (specialmente americani, specialmente tra anni ’90 e primo decennio dei 2000), che rimane incastrata nella testa di chiunque sia stato uno spettatore vorace. Ripetendo alcuni scambi di battute dentro alla propria testa, non sarebbe strano rievocare lo stile di serie tv e pellicole cinematografiche cult, così come piccole derive scarsamente realistiche all’interno dell’italiano realmente parlato.

«[…] Ecco, a mio modesto parere, con l’Estaté un cliente si aspetta la stessa cosa. Se non specifica è perché vuol bere Estaté, quello al gusto limone, ovviamente.»
Sibilai l’ultima frase, gonfiando il petto dandomi un tono alla Sheldon Cooper di Big Bang Theory quando dispensa lezioncine acide ai coinquilini.

Cliché, riferimenti e linguaggio costruito. È un difetto? Non proprio. Ciò non stona quasi mai, facendo il paio a un citazionismo marcato riguardo la cultura di quegli anni. Difficili da condividere per tutti, certo, ma targettizzare il pubblico non è male in un mondo in cui l’offerta si diversifica sempre di più.

La pecca può allora essere il non osare abbastanza. Le parti descrittive rimangono spesso ancorate a una composizione sintattica e verbale tradizionale, che non si spinge fuori dal seminato letterario. La credibilità sarebbe stata maggiore se fosse stata dedicata una più alta attenzione alla coerenza interna, prediligendo porzioni narrative più colloquiali e dirette. Il lettore sarebbe stato così trascinato di peso su un palco, non placidamente ancorato alla poltrona di casa, scosso da qualche guizzo.

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Carolina Astore

Laureata in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano, si occupa principalmente di Critica e Letteratura, ma con un occhio ben aperto sull’attualità e sulle tendenze del panorama culturale contemporaneo (linguistiche e non). Ciò che più la stimola sono i temi in intersezione tra discipline differenti. Appassionata di editoria cartacea e digitale, esaltata dai «perché?»: scrive per partecipare alla conversazione.

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