«Ecce Caravaggio» di Vittorio Sgarbi: come l’arte arriva a noi

Un'illuminante raccolta di saggi sulla complessità di definire e comprendere un'opera d'arte.

13 minuti di lettura
Ecce Caravaggio

L’arte è un motore universale di idee, interessi e momenti della vita. Forse anche per questo tendiamo a dimenticare che dietro la stessa “arte” c’è anche una forma di fruizione. Pertanto anche un “business”, una parte meno poetica e più pratica che spesso però quella poeticità non la perde. Ai profani risulta quasi assurdo trovarsi di fronte alle difficoltà e tormenti di un critico che deve indagare fino in fondo per affermare “Ecco!” o in questo caso “Ecce Caravaggio!“. Per riconoscere nel dettaglio e nella bellezza di quanto vede un fil rouge che lo riconduca a quel determinato artista. Una sorta di epektasis eterna, per usare il termine di Gregorio Di Nissa in riferimento a Dio, un desiderio costante verso la consapevolezza della mano del pittore.

L’ultima fatica di Vittorio Sgarbi, dal titolo Ecce Caravaggio. Da Roberto Longhi a oggi, edito La Nave di Teseo, non è una semplice raccolta di saggi, un illuminante excursus su Caravaggio, ma soprattutto l’espressione di questo desiderio. Un viaggio che finisce, volente o nolente, per far riflettere il lettore anche sullo statuto dell’arte e su quanto sia complicato definire e comprendere un’opera. Ecce Caravaggio è strutturato come un insieme di interventi di critici importanti, per ricostruire non soltanto la storia di Caravaggio, ma dell’attribuzione delle opere d’arte.

Ecce Caravaggio: l’Ecce Homo

«L’attribuzione delle opere d’arte non è una scienza esatta, piuttosto una coincidenza perfetta», afferma Vittorio Sgarbi nel primo saggio del libro. Fiore all’occhiello di un indice che vede tanti altri critici esprimersi. Oltre a Sgarbi: Giacomo Berra, Michele Cuppone, Francesca Curti, Sara Magister, Barbara Savina, Antonello di Pinto, Mina Gregori e Gianni Papi. Fuor di dubbio il protagonista di cotante riflessioni è Michelangelo Merisi, eppure apre nel lettore degli interrogativi ancora più grandi. Alla ricerca di coincidenze perfette, ritrovate attraverso mille spiragli di luce, uniti al buio.

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L’occasione, è chiaro, per parlare ancora di questo pittore così brillante è data dal ritrovamento a Madrid dell’Ecce Homo. Per la prima volta, spiega Sgarbi, moltissimi critici sono d’accordo sull’autenticità, ma sempre pervade il dubbio. Gli Ecce Homo di Caravaggio sono in realtà più di uno, ad esempio, come illustra Francesca Curti nel suo contributo. Cita fonti certe in seguito alle quali può affermare che sembrerebbe vi siano due Ecce Homo, se non più tele con questo soggetto. Sembrerebbe, un condizionale che domina la ricerca della coincidenza perfetta.

L’attualità di Caravaggio

Tocca però ai critici arrovellarsi su questo. Al lettore interessa, sfogliando le immagini dei quadri che il saggio propone, rimanere attonito di fronte a una certa bellezza. E, pensando all’Ecce Homo in particolare, percepirne il mistero. Un mistero che non riguarda solamente l’autenticità.

Sono tantissimi altri i dettagli mediante i quali si sviscera la natura di questa e di tante opere del Caravaggio. Ponendole anche in relazione con altri artisti quali Raffaello o lo stesso Michelangelo con la sua celeberrima Pietà. Tuttavia, e questo rende la lettura intensa e vivida, al di là delle immagini, sembra che più si vada verso questo Ecce Homo appena ritrovato, più si presenta davanti a noi proprio l’attualità di Caravaggio e, per estensione, dell’arte. Per questo allora Ecce Caravaggio.

Ecco come da un singolo momento si arriva a definire cosa ha significato questo artista, prima dimenticato e poi rivalutato, in settant’anni di critica e studi. Ogni quadro del pittore si inserisce in una storia e in un patrimonio culturale sempre più vivo che ancora oggi spinge verso nuovi interrogativi. Non solo se l’autore sia realmente Merisi, ma soprattutto cosa significa quel che dipinge per noi oggi e cosa rappresenta l’arte per noi.

Come disse Vittorio Sgarbi in un articolo su «Il Giornale»:

Perché Caravaggio è così grande? Perché si stenta a credere che le sue idee siano state concepite quattro secoli fa. Tutto, nei suoi dipinti, dalla luce al taglio della composizione, fa pensare a un’arte che riconosciamo, a un calco di sensibilità ed esperienze che non sono quelle del Seicento ma quelle di ogni secolo in cui sia stato presente e centrale l’uomo; la si può chiamare pittura della realtà, e a questo deve la sua incessante attualità. Davanti a un quadro di Caravaggio è come se fossimo aggrediti dalla realtà, è come se la realtà ci venisse incontro e lui la riproducesse in maniera totalmente mimetica. Stabilendo per ciò stesso un formidabile anticipo, perché si può dire, in senso oggettivo, che Caravaggio sia l’inventore della fotografia.

Il significato religioso dell’Ecce Homo

Non si vuole qui peccare di blasfemia, ma l’epektasis già citata rispondeva per Gregorio Di Nissa ad una struttura escatologica secondo la quale l’uomo viene continuamente visitato dall’epifania divina. Dal quadro configurato dai contributi dei critici in Ecce Caravaggio, sembra quasi che il pittore continui a farci visita ripetutamente. A tenerci in questo costante desiderio di raggiungerlo e di comprendere cosa sia davvero la sua arte e l’arte in genere. In questo qualcosa di divino, sicuramente esiste.

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Certo l’Ecce Homo è esso stesso pregno di significati, in questo caso non metaforicamente, come spiega Sara Magister. Cita il Vangelo di Giovanni e, alla luce di quanto da lei affermato, non si può non tenere conto che sia un evangelista del tutto particolare. La storica dell’arte non ce lo dice, ma l’ermeneutica ci insegna che è l’unico, rispetto agli altri detti vangeli sinottici, che afferma una cristologia della pre-esistenza. Ovvero, per Giovanni, Gesù è Dio fin dall’inizio, insiste meno sul Gesù uomo per attuare una riflessione ontologica sul Cristo.

Pilato uscì fuori di nuovo [dal Pretorio] e disse loro:”Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiamo che non trovo in lui colpa alcuna”. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro:”Ecco l’uomo [Ecce Homo]!

Vangelo di Giovanni citato da Sara Magister in Ecce Caravaggio

In questo passo, in cui Gesù si mostra nel momento della Passione e della sofferenza per il bene dell’umanità, vi è un profondo gioco di opposti. Il re, il rosso del mantello, ma anche l’umile, il deriso, l’umiliato. Questi opposti Magister li costruisce elencando diverse antitesi: bellezza e brutalità, controllo e istinto, e non da ultimo, luce e ombra. La luce per antonomasia è l’elemento fondamentale dei lavori di Caravaggio e nel suo presunto Ecce Homo non manca, quando sceglie di non far proiettare alcuna ombra di Pilato su Gesù. Stando a quanto ci dice Ecce Caravaggio, il pittore sembrerebbe quindi aver anche dipinto l’elemento metafisico, fondamentale in un Vangelo come quello di Giovanni.

«Ecce Caravaggio»: alla ricerca della bellezza

Erriamo in mezzo a critica e misteri, tra Caravaggio perduto e Ecce Caravaggio, un Merisi ritrovato. Alla fine di tutto questo un profano, ma anche uno storico dell’arte, si sorprende di quanto ci si attanagli per raggiungere una verità, che non troveremo mai, ma avremo quella coincidenza perfetta, forse. Sembra spoetizzante e anti-artistico leggere di quante pratiche burocratiche occorrano per rendere un’opera d’arte tale universalmente. Invece, a muovere anche queste dinamiche c’è una logica matematica, ma anche un meticoloso e puntiglioso amore verso la consapevolezza del vero e dell’emozione.

Far dichiarare ma prima di ogni cosa riconoscere come autentica un’opera d’arte è, del resto, assai complesso come l’arte stessa. Non è un caso che il mistero dietro a un falso d’arte sia diventato, ad esempio, nella celebre pellicola di Giuseppe Tornatore La migliore offerta, la metafora delle emozioni umane, per la quale «i sentimenti umani sono come le opere d’arte, possono essere il risultato di una simulazione».

Non si può simulare tuttavia l’amore per la conoscenza artistica, che quando Sgarbi racconta in prima persona nel suo primo contributo in Ecce Caravaggio si evince moltissimo. Questa ostinata e cocciuta analisi ci conduce verso un excursus storico sulla critica, ma non solo. Iniziamo a chiederci come sia possibile che dietro a un quadro che infine ammireremo in un museo ci sia un iter di questo tenore. L’arte è complessa di suo, ma non solo per un problema di comprensione. L’evoluzione della tecnologia ha già reso difficoltosa la sua unicità, con grande disappunto di Walter Benjamin, che nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica ci aveva avvertiti di un aspetto fondamentale. Ci saremmo ritrovati a fotografare un Caravaggio per sfoggiarlo quasi, per possederlo. E cerchiamo di capire se appartiene a Merisi per liberarlo dalla sua oscurità e permettere a tutti di fruirne.

Ciò non è affatto un male, se non si concepisce un Caravaggio come un prodotto da usare, ma come un arricchimento. E a questo servono critici che raccontino la bellezza e la natura di quel che vedremo in quel museo e che si occupino di procurarlo al mondo. Attorno a Caravaggio non c’è solamente il suo genio e la sua storia, ma un intero movimento di idee e quindi di persone che lo “proteggono“, e che non aspettano altro che poter dire: ecco, è Caravaggio. Ecco, c’è altra bellezza da scoprire. E, come ogni cosa importante, costa fatica.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell’ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Svolge anche il ruolo di editor e copywriter. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità». Come dice il suo autore preferito, la vita è una cosa troppo seria per essere presa sul serio e quindi attenzione: può contenere sarcasmo.

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