Piacere, Zerocalcare

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Zerocalcare

Sfogliare i libri di Zerocalcare è come incontrare un vicino di casa per le scale. Quel vicino che ancora non conosci bene, stanco e schivo, che ti saluta a malapena con un cenno della testa e un mezzo sguardo, un po’ scocciato. E non perché sia antipatico o cafone, ma più probabilmente perché è un po’ timido e ha i suoi impicci per la testa. Ma entrare nel mondo di Zerocalcare, immergersi nelle sue tavole, è come scoprire all’improvviso che quel vicino è un amico, un amico simile a noi, in grado di capirci e, soprattutto, capace di esprimere a parole e tratti quel che anche noi proviamo, ma non sappiamo dire. Non così.

Siamo tutti Zerocalcare

Siamo tutti un po’ Zerocalcare, chi più e chi meno, e anche chi non si riconosce nella sua figura, nel suo carattere, nelle sue esperienze e nelle sue storie, può comunque capirle, sentirle, apprezzarle. Le sue narrazioni sono universali, anche se sembrerebbe impossibile date le loro caratteristiche ultra-specifiche. Leggendo i suoi fumetti, vignetta dopo vignetta il lettore si cala in una serie di memorie anni Ottanta e Novanta, gira per Roma (o meglio, per Rebibbia) e ascolta il suo slang, incontra i suoi “tipi”, abbraccia un pensiero culturalmente schierato e lo fa suo: storie così, si potrebbe pensare, dovrebbero catturare lettori di nicchia (romani, nati negli anni Ottanta, con determinate ideologie ed esperienze). E invece no, perché dietro al contesto romano, le storie di Zerocalcare parlano di tutti noi.

Non è un limite nemmeno l’età: nelle sue tavole si ritrovano adulti, giovani adulti, ragazzi, ragazzini, ragazzetti. Ci si rispecchia chi grande lo diventerà e guarda al futuro con paura e ambizione, chi grande lo è già diventato e guarda indietro con malinconia, chi grande lo sta diventando e si ritrova a fare l’equilibrista in un precariato che, tolta la parlata romana, si appiccica a molti, troppi. Il suo “male di vivere” è il male di vivere di una (e più di una) generazione intera. Zerocalcare non ci dice niente di nuovo, e funziona proprio perché non ci dice niente di nuovo. Cambia però il modo di raccontare il tormento della quotidianità, e non solo per il linguaggio del fumetto e per il suo tratto inconfondibile di bianchi e neri nevrotici, ma anche e soprattutto per l’intreccio unico di umorismo e malinconia, insicurezza e speranza, eleganza e grezza schiettezza.

«Strappare lungo i bordi», su Netflix la serie TV firmata Zerocalcare

Non bastano le file in libreria ad ogni nuova uscita, non bastano le apparizioni in TV (si pensi a Propaganda Live), non basta nemmeno l’eccezionale candidatura al Premio Strega (eccezionale, in questo caso, per la bistrattata arte del fumetto): a sancire il successo di Zerocalcare arriva ora l’Olimpo mediatico dei creatori di storie, Netflix. Il 17 novembre è uscito infatti Strappare lungo i bordi, una serie animata firmata Zerocalcare, calatosi in questo mondo con l’esperimento animato di Rebibbia Quarantine durante il primo lockdown, e poi partito alla riscossa verso nuove frontiere dei disegnetti, adesso anche in movimento.

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Eppure Michele Rech – questo il vero nome dietro il fantasioso pseudonimo – sembra non capacitarsene ancora: rimane il vicino di casa schivo, insicuro, con la costante paura di deluderci, un tipo qualsiasi che sembra non abbia ancora ben capito cosa stia succedendo, pronto a veder crollare quello che per lui è un castello di carte, per noi la svolta letteraria di cui avevamo bisogno. E più che una maschera, sembra proprio la sua autentica personalità a ricoprirsi di incertezze, una personalità così vicina a noi da non credere ancora di essere dall’altra parte, da continuare a stare con i lettori, riuscendo per questo a rappresentarli alla perfezione.

Zerocalcare: una piccola guida alle sue opere

Da dove cominciare, se ancora non avete letto niente di Zerocalcare? Difficile scegliere tra i suoi fumetti/graphic novel, ormai numerosi. Difficile dire quale sia “meglio” rispetto a un altro, dato che la qualità, dalla prima pubblicazione ufficiale con BaoPublishing nel 2011, è rimasta alta, costante. Ed è difficile anche scegliere delle opere per genere, perché Zerocalcare mescola abilmente tante cose diverse, con un unico, irremovibile punto fermo: il suo alter ego di carta, quella figura dalla testa a uovo, sempre più stempiata man mano che gli anni passano, che rappresenta il punto di incontro tra noi e l’autore, il suo passe-partout per dare vita alle storie. Un unico personaggio quindi, in racconti autobiografici che toccano tanti filoni diversi. Ne abbiamo raccolti quattro, che di certo non saranno esaustivi, ma possono “stuzzicarvi” per capire da che parte è meglio, per voi, cominciare.

Per ridere (o piangere) insieme: «La profezia dell’Armadillo» (2001)

L’Armadillo è forse il simbolo per eccellenza dell’universo di Zerocalcare. Un animale guida schietto e impertinente, un grillo parlante moderno che ha perso la saggezza per guadagnare in cinismo, l’incarnazione di ogni paura e insicurezza. Ci spiega il retro di copertina: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.»

Non si tratta in questo caso di un’opera lineare e definita, ma di una raccolta di vari episodi, piuttosto brevi e spesso autoconclusivi, che ci aiutano però ad entrare nel mondo del personaggio-autore. In un continuo avanti e indietro tra il passato rivissuto tramite flashback e la contemporaneità adulta, le tavole ci introducono nel quadro familiare e nelle amicizie presenti e passate di Zerocalcare, iniziando a darci un’idea della geniale rete di citazioni onnipresente nelle sue opere: dalla madre, sapientemente nascosta nelle sembianze dell’eroica Lady Cocca, al padre, sempre pennuto, ma stavolta con i tratti di Mr. Ping di Kung Fu Panda, dall’amico Secco e il suo amore per il poker online all’amico Cinghiale (letteralmente ritratto sotto forma di cinghiale) e la sua mania per il sesso. Un affresco di personaggi che, una volta conosciuti, vi porterete nel cuore.

Per informarsi: «Kobane Calling» (2016)

Il pregio di Zerocalcare è parlare di sé e del suo universo guardandosi costantemente intorno, proprio sentendosi parte di un mondo che non è ridotto alla sua stanza/casa, ma a contesti ben lontani da Rebibbia. Contesti che, se si voltasse dall’altra parte, potrebbe comodamente ignorare. Ma sceglie di non farlo, e la sua narrazione diventa, ancor di più, una narrazione informativa e politica.

A 31 anni, Michele parte con un gruppo di volontari per dare supporto umanitario a Mehser, su confine tra Turchia e Siria, vicino a Kobane. Ce lo racconta dalle prime pagine, partendo dall’annuncio ai genitori e le motivazioni che lo hanno spinto. Lì, lo scenario vede i curdi siriani resistere agli attacchi dell’ISIS: un conflitto narrato dall’autore in autonomia, per dare una voce altra rispetto a quella dei giornalisti. Una voce interna, composta dalle caratteristiche tipiche del fumettista, non dimenticate davanti a un tema così caldo: anche in questo caso la storia intreccia humor, riferimenti alla cultura popolare, digressioni, riflessioni, il tutto con lo scopo di testimoniare, raccontare, togliere un velo.

Per ricordare: «Un polpo alla gola» (2012)

Un polpo alla gola è un racconto breve di stampo autobiografico suddiviso in tre capitoli, uno per ogni fase della vita: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta. Dalla scuola elementare e i consigli di David Gnomo, passando dalle superiori e dagli ipotetici dialoghi con nuove guide, tra cui Che Guevara e Kurt Cobain, fino alla coscientizzazione adulta raffigurata attraverso il confronto con i tre porcellini, Zerocalcare delinea diverse età mettendo in moto storie di amicizia, famiglia, ricordi passati.

Il polpo alla gola è proprio l’ombra sempre presente di un senso di colpa tentacolare mai superato, la presa salda di un’incomprensione d’infanzia, con gli amici Secco e Sarah, incontrati poi in età adulta dall’autore-personaggio in occasione del funerale della propria insegnante, come chiusura di un cerchio che segna la fine di una fase di vita. Un racconto a fumetti che è un tuffo nell’infanzia tramite gli occhi adulti, che osservano un passato oscuro, difficile, per niente edulcorato e candido. «Nessuno guarisce dalla propria infanzia», ci avverte il retro di copertina, e questa storia ci spiega chiaramente perché.

Per crescere: «Dimentica il mio nome» (2014)

Se già Un polpo alla gola presenta il tema della crescita, del distacco dall’infanzia, Dimentica il mio nome può essere considerato, anche se solo informalmente, una sorta di secondo capitolo sul diventare grandi. L’espediente narrativo è un fatto tanto comune quanto doloroso: la morte della nonna. Da qui, il pretesto per raccontare di sé, delle proprie origini, della propria famiglia, tratteggiata tra spinte realiste e autobiografiche ed elementi fantasy che non solo non stonano, ma si fondono naturalmente con la narrazione e con la rete di citazioni tipica i Zerocalcare.

La morte della nonna e il dolore che questo evento provoca spingono e affondano il protagonista nell’età adulta, una nuova fase di vita spaventosa e tanto oscura quanto l’infanzia, che per essere affrontata deve costruirsi a partire da una maggiore conoscenza del passato. Così, il protagonista decide di cercare le proprie radici, di risolvere i misteri dei propri avi, di guardarsi indietro per guardarsi dentro. Il risultato è un’opera sempre più matura, densa di spunti, ricca di emozioni, tra il solito (ma sempre efficace) umorismo e una vena malinconica che rende il giovane Zero di carta sempre più umano, sempre più uno di noi.

Dalila Forni

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Redazione MM

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