Il ritorno alla propria terra natale, la riesumazione di un parente, i conti con il proprio passato familiare. Sono queste le coordinate di Ardesia, l’ultimo libro di Ruska Jorjoliani per Italo Svevo Edizioni. Un romanzo autobiografico che l’autrice ci ha voluto raccontare rispondendo alle nostre domande.
La nostra intervista
C’è chi ti ha definita una «scrittrice migrante, un esempio di letteratura diasporica». Sei arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, in Sicilia per l’esattezza, incarnando fin da subito un crocevia tra due culture. Se nei due titoli precedenti – La mia presenza è come una città (2015) e Tre vivi, tre morti (2020) – l’anima caucasica rimane una percezione sottotraccia, in Ardesia sembra invece che tu abbia sentito la necessità di tornare a casa, anche con la scrittura. Tutto, nel libro, trasuda la tua terra. Perché proprio ora? Cos’è scattato?
Dopo il primo libro, ambientato in un villaggio immaginario dell’Unione Sovietica, e il secondo nell’Italia del dopoguerra, ho avvertito di essere finalmente in forze per poter affrontare una tematica legata alla mia terra, la Georgia. Prima non sentivo di esserne in grado. Temevo che l’emotività – legata al mio appartenere a quei luoghi, pur essendone lontana – potesse compromettere la scrittura.
Mi sono sentita pronta, emotivamente e intellettualmente. Anche a livello anagrafico: era giunto il momento giusto, la maturità letteraria. Poi è accaduto questo episodio inaspettato, un’emozione non prevista, che ha segnato per me un vero spartiacque. Stavo lavorando a un altro progetto, ma l’urgenza di mettere tutto da parte e scrivere questa storia ha prevalso. Era lì, viva, e mi chiedeva di venire alla luce.
Il momento giusto, all’interno di un percorso, arriva spesso quando meno lo si aspetta. Possiamo dire che Ardesia sia un libro autobiografico nella sua interezza?
Direi che lo è al 90%. Ci sono alcuni elementi, alcuni dettagli, che ho aggiunto o levigato.
Una delle prime cose che colpiscono in Ardesia è la forza sensoriale della scrittura. È una prosa che si legge con gli occhi, ma anche con le mani: la terra, le ossa, la fiamma di un accendino o di una candela. Hai ricercato consapevolmente questa intensità, anche tattile, nella narrazione?
Sì. Una delle mie intenzioni principali era proprio quella di trasmettere questa percezione aptica, di far sentire fisicamente ciò che vedevo e toccavo. Mi premeva che le mie parole potessero trasmettere non solo immagini, ma anche consistenze. Credo che gli oggetti sprigionino delle energie. E volevo che queste particelle di energia passassero dalla materia alla parola, e da essa al lettore.
E l’energia di cui parli è sprigionata anche dalla lingua. In un’intervista di qualche anno fa, raccontavi che l’italiano è stato per te un modo per prendere distanza e dar forma a emozioni non espresse. In Ardesia, però, all’interno della narrazione, la lingua italiana assume un ruolo diverso. Per Martin e Francesca – personaggi che arrivano “da fuori” – l’italiano rappresenta un ostacolo conoscitivo che li tiene ai margini: non possono accedere alle conversazioni, alla lingua degli altri. È la narratrice – che coincide con te – a fare da ponte. L’ho letta come una metafora dell’impossibilità di accedere del tutto a una storia intima. Si può studiare un popolo, la sua cultura, anche in diacronia. Ma davanti a un focolare familiare, c’è sempre qualcosa che sfugge all’esterno.
Non so se sia proprio una metafora, ma è sicuramente uno dei sensi del passaggio. Non riguarda solo una patria o una lingua specifica: credo che sia il cuore delle cose, anche quelle minime, a essere inaccessibile. E questo vale ancora di più quando si parla di un popolo, di una cultura, di un fenomeno sociale. Ci si può addentrare, ma solo fino a un certo punto, e con grande fatica. Quello che si coglie, spesso, sono scintille: brevi aperture, segni interstiziali che si sprigionano per un attimo e subito svaniscono. Bisogna essere pronti a coglierli.
Le cose davvero complesse, stratificate, costruite nel tempo e nello spazio, si mostrano a tratti, e raramente dal centro. Anzi, forse chi guarda dal margine è nella posizione migliore per vederle. L’italiano, in questo, è stato per me un filtro e un ponte, un modo per creare una connessione tra la mia cultura e quella di cui i miei amici, Martin e Francesca, sono i rappresentanti.
In Ardesia, questa transizione è personificata proprio dalla narratrice, che si trova sul varco, come una porta socchiusa tra due mondi. Ecco: forse è questa la metafora più precisa. Le culture hanno porte socchiuse, accessi parziali che si aprono solo in certe occasioni, in certe condizioni. In quel momento, io ero quella porta: un polo al tempo stesso centripeto e centrifugo. Come nel Messaggio dell’imperatore di Kafka: una trasmettitrice di messaggi, che potrebbero non arrivare mai a destinazione, ma comunque rivolti a qualcuno che, alla finestra, continua a sognare.
Cinque anni fa, hai detto che la letteratura è lo spazio in cui l’io diventa noi. Come darti torto: ogni volta che si apre un libro ci si sorprende di non essere mai davvero soli in quello che proviamo. E aggiungo: l’altro luogo in cui l’io si trasforma in noi è la famiglia. Ardesia è una storia familiare.
Sì, la famiglia è la prima forma del noi, il nucleo più ristretto di appartenenza. Poi il cerchio si allarga, come onde concentriche. Attraverso la letteratura, ho cercato di espandere questo cerchio concentrico attorno al mio Io, di inglobare anche i possibili lettori in uno spazio comune. Uno spazio in cui trasmettere significati per me fondamentali. Primo fra tutti, il senso di appartenenza a questo noi.
Famiglia, tradizione, storia. Emerge nel libro un profondo legame con le radici. In Ardesia si sente il peso, e anche la forza, di una tradizione millenaria che, a contatto con l’aria di casa, sembra sprigionarsi. Che ruolo ha tutto questo per te? Nella tua professione, come nella vita. Oggi, come ieri.
È un fermento costante. Una forza che è sempre in fieri, a cui io torno sempre, e da cui attingo per cercare le risposte a domande ogni volta nuove. Risposte che nascono nel presente, ma che affondano le radici nel dialogo col passato. Il passato, l’infanzia, per me, è una patria d’elezione: un giardino incantato a cui tornare per ottenere un chiarimento, anche solo un appiglio intorno al senso profondo della vita. È come inserirsi nel contesto di qualcosa che ci eccede.
E allora mi chiedo: cos’è questa eccedenza? In che rapporti siamo con essa? Io, nel mio giardino, torno a scavare. E con la terra che sollevo, costruisco dei piccoli castelli: rifugi in cui trovare forze sempre nuove.
Scavare. La memoria ha un ruolo decisivo in Ardesia. Nel romanzo, appunto, si scava. Nel terreno, per necessità pratica; nella memoria, per un’urgenza personale. Nella mia recensione ho scomodato Walter Benjamin. Sapere da dove veniamo non è sempre facile, ma è necessario. E comporta, al contempo, sollievo e responsabilità. Come ti posizioni intorno a questo gesto del cercare? Quant’è importante voler dar luce alle cose che ci appartengono, ma che non emergono da sole?
Credo che siamo abitati da certe emissioni di luce e da certi riposi di luce, da ombre. A occhio nudo, però, tutto questo resta spesso indecifrabile. Per renderle leggibili, bisogna inserirle in un contesto più ampio. Come scriveva Benjamin, alcuni significati si disvelano solo collegando certi punti distanti nel tempo e nello spazio – sia al livello della nostra appartenenza fisica, che a quello spirituale.
Gli antenati possono essere la ragione della nostra presenza corporea, ma poi ci sono anche delle parentele elettive, spirituali, non meno forti. Per esempio, la mia famiglia d’elezione non è meno importante della mia famiglia biologica. Molte dinamiche interiori sono esiti di questi incontri, fisici e metafisici. È importante decifrare tutto questo, come di fronte a dei testi scritti, senza la pretesa di fare i filologi. Si tratta di un manoscritto denso, stratificato, molto complesso. Talvolta basta anche poter leggere qualche frase, qualche passaggio, in cui riconoscere una qualche verità.
Non è mai facile, certo. Perché cercare è sempre tendere verso ciò che si crede di conoscere già. Ma significa anche imbattersi nel sorprendente, nel deludente, in qualcosa di diverso dalle impalcature che avevamo costruito. E con questo, bisogna fare i conti.
Sì, esattamente.
Mi sembra inevitabile, a questo punto, nominare l’ardesia. Nel libro è definita «il varco, il passaggio da un mondo all’altro». Io l’ho percepita come un simbolo stesso della memoria: una roccia resistente e impermeabile, ma dalla superficie lavorabile. Esattamente come la memoria, che è sedimentata, eppure pronta a lasciarsi riscrivere.
Mi trovo d’accordissimo. È una roccia che consente sia la permanenza, sia la trasformazione. Così come la memoria.
Arriviamo alla figura cardine del libro: il bisnonno. Un uomo del secolo scorso che attraversa – e ne è attraversato – tutti i grandi snodi della storia georgiana: nasce presumibilmente nel pieno di rivoluzioni mancate, della repressione zarista e del fermento nazionalista; cresce tra la Prima guerra mondiale, la rivoluzione bolscevica e la breve stagione della Repubblica Democratica di Georgia; infine, vive sulla propria pelle la durezza dell’era sovietica, tra repressioni politiche, fughe e una morte che ha del rocambolesco.
Per la narratrice è da sempre una figura avvolta da un’aura leggendaria, costruita attraverso racconti familiari e silenzi tramandati. Ma all’esterno, le versioni che emergono sono ambigue, contraddittorie, persino disturbanti. Il giudizio, nel romanzo, resta sospeso. Tu, da narratrice, non offri un commento finale. Allora, ti chiedo: quando, nel finale, la narratrice varca la soglia di casa, che immagine le resta davvero di lui? Qual è la percezione ultima che porta con sé?
Nella mente della narratrice, l’immagine del bisnonno non cambia. Se possibile, si carica anzi di una luce ancora più intensa. Anche se, da un punto di vista etico e morale, ci sarebbe molto da dire. Credo che le immagini che costruiamo siano parte essenziale di ciò che siamo. Spesso contano più della realtà, più di ciò di cui siamo consapevoli. È un po’ ciò che accade con la letteratura: ci consente di ricamare sulle cose, di leggere il testo – e la vita – a modo nostro. Questo, naturalmente, non esclude che tutto rimanga vulnerabile al tempo, esposto a trasformazioni.
Ma per me il bisnonno era, e resta, una figura luminosa, un eroe buono. Non sono mai stata suscettibile al romanticismo del cattivo. In lui ho sempre visto uno spirito alleato, una presenza che mi accompagna nei momenti difficili.
Ora lascerei da parte la trattazione di Ardesia. Guardando al futuro: quale direzione immagini per la tua scrittura nei prossimi mesi, nei prossimi anni? Ci sono dei progetti in corso, desideri, ma anche soltanto delle sensazioni che senti di voler seguire e che vuoi condividere?
Credo che si tratti, più che di mesi, di anni. Ho bisogno di tempo: non riesco a mettere a fuoco certe cose in fretta. Mi serve lasciar vivere certe idee, attendere che crescano, che maturino. Ho una sensazione, però. Come se qualcosa mi stesse portando verso la Sicilia, la mia seconda terra. Ma, al momento, non c’è niente di sicuro.
L’ultima domanda riguarda Italo Svevo Edizioni. Dall’esterno, il loro catalogo trasmette un’idea di qualità e rigore, oltre a una missione culturale ben riconoscibile. Com’è avvenuto l’incontro con loro? Cosa significa lavorare con questa realtà editoriale? Ti va di raccontare com’è nato e cresciuto Ardesia (acquista) all’interno della casa editrice?
Sono stata contattata qualche anno fa dall’editor Dario De Cristofaro, l’anima della collana «Incursioni», che aveva sentito parlare di me da Luciano Funetta, un talentuoso scrittore che ho conosciuto qui in Sicilia. Dario si è dichiarato pronto a leggere qualcosa di mio. E io ho accettato con entusiasmo, dal momento che trovo che stia facendo un meraviglioso lavoro sulla narrativa contemporanea italiana: un lavoro di scavo, alla ricerca di cose “antiche” che possano risplendere di una luce nuova. Il lavoro con lui è stato proprio questo: molare un reperto emerso dal mio terreno interiore. Un lavoro certosino di pulizia, di levigatura, di lucidatura di questa piccola pietra – Ardesia, appunto.
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