«Io, nel mio giardino, torno a scavare»

17 minuti di lettura
Ruska Jorjoliani

Il ritorno alla propria terra natale, la riesumazione di un parente, i conti con il proprio passato familiare. Sono queste le coordinate di Ardesia, l’ultimo libro di Ruska Jorjoliani per Italo Svevo Edizioni. Un romanzo autobiografico che l’autrice ci ha voluto raccontare rispondendo alle nostre domande.

La nostra intervista

Dopo il primo libro, ambientato in un villaggio immaginario dell’Unione Sovietica, e il secondo nell’Italia del dopoguerra, ho avvertito di essere finalmente in forze per poter affrontare una tematica legata alla mia terra, la Georgia. Prima non sentivo di esserne in grado. Temevo che l’emotività – legata al mio appartenere a quei luoghi, pur essendone lontana – potesse compromettere la scrittura.
Mi sono sentita pronta, emotivamente e intellettualmente. Anche a livello anagrafico: era giunto il momento giusto, la maturità letteraria. Poi è accaduto questo episodio inaspettato, un’emozione non prevista, che ha segnato per me un vero spartiacque. Stavo lavorando a un altro progetto, ma l’urgenza di mettere tutto da parte e scrivere questa storia ha prevalso. Era lì, viva, e mi chiedeva di venire alla luce.

Direi che lo è al 90%. Ci sono alcuni elementi, alcuni dettagli, che ho aggiunto o levigato.

Sì. Una delle mie intenzioni principali era proprio quella di trasmettere questa percezione aptica, di far sentire fisicamente ciò che vedevo e toccavo. Mi premeva che le mie parole potessero trasmettere non solo immagini, ma anche consistenze. Credo che gli oggetti sprigionino delle energie. E volevo che queste particelle di energia passassero dalla materia alla parola, e da essa al lettore.

Non so se sia proprio una metafora, ma è sicuramente uno dei sensi del passaggio. Non riguarda solo una patria o una lingua specifica: credo che sia il cuore delle cose, anche quelle minime, a essere inaccessibile. E questo vale ancora di più quando si parla di un popolo, di una cultura, di un fenomeno sociale. Ci si può addentrare, ma solo fino a un certo punto, e con grande fatica. Quello che si coglie, spesso, sono scintille: brevi aperture, segni interstiziali che si sprigionano per un attimo e subito svaniscono. Bisogna essere pronti a coglierli.
Le cose davvero complesse, stratificate, costruite nel tempo e nello spazio, si mostrano a tratti, e raramente dal centro. Anzi, forse chi guarda dal margine è nella posizione migliore per vederle. L’italiano, in questo, è stato per me un filtro e un ponte, un modo per creare una connessione tra la mia cultura e quella di cui i miei amici, Martin e Francesca, sono i rappresentanti.
In Ardesia, questa transizione è personificata proprio dalla narratrice, che si trova sul varco, come una porta socchiusa tra due mondi. Ecco: forse è questa la metafora più precisa. Le culture hanno porte socchiuse, accessi parziali che si aprono solo in certe occasioni, in certe condizioni. In quel momento, io ero quella porta: un polo al tempo stesso centripeto e centrifugo. Come nel Messaggio dell’imperatore di Kafka: una trasmettitrice di messaggi, che potrebbero non arrivare mai a destinazione, ma comunque rivolti a qualcuno che, alla finestra, continua a sognare.

Sì, la famiglia è la prima forma del noi, il nucleo più ristretto di appartenenza. Poi il cerchio si allarga, come onde concentriche. Attraverso la letteratura, ho cercato di espandere questo cerchio concentrico attorno al mio Io, di inglobare anche i possibili lettori in uno spazio comune. Uno spazio in cui trasmettere significati per me fondamentali. Primo fra tutti, il senso di appartenenza a questo noi.

È un fermento costante. Una forza che è sempre in fieri, a cui io torno sempre, e da cui attingo per cercare le risposte a domande ogni volta nuove. Risposte che nascono nel presente, ma che affondano le radici nel dialogo col passato. Il passato, l’infanzia, per me, è una patria d’elezione: un giardino incantato a cui tornare per ottenere un chiarimento, anche solo un appiglio intorno al senso profondo della vita. È come inserirsi nel contesto di qualcosa che ci eccede.
E allora mi chiedo: cos’è questa eccedenza? In che rapporti siamo con essa? Io, nel mio giardino, torno a scavare. E con la terra che sollevo, costruisco dei piccoli castelli: rifugi in cui trovare forze sempre nuove.

Credo che siamo abitati da certe emissioni di luce e da certi riposi di luce, da ombre. A occhio nudo, però, tutto questo resta spesso indecifrabile. Per renderle leggibili, bisogna inserirle in un contesto più ampio. Come scriveva Benjamin, alcuni significati si disvelano solo collegando certi punti distanti nel tempo e nello spazio – sia al livello della nostra appartenenza fisica, che a quello spirituale.
Gli antenati possono essere la ragione della nostra presenza corporea, ma poi ci sono anche delle parentele elettive, spirituali, non meno forti. Per esempio, la mia famiglia d’elezione non è meno importante della mia famiglia biologica. Molte dinamiche interiori sono esiti di questi incontri, fisici e metafisici. È importante decifrare tutto questo, come di fronte a dei testi scritti, senza la pretesa di fare i filologi. Si tratta di un manoscritto denso, stratificato, molto complesso. Talvolta basta anche poter leggere qualche frase, qualche passaggio, in cui riconoscere una qualche verità.

Sì, esattamente.

Mi trovo d’accordissimo. È una roccia che consente sia la permanenza, sia la trasformazione. Così come la memoria.

Nella mente della narratrice, l’immagine del bisnonno non cambia. Se possibile, si carica anzi di una luce ancora più intensa. Anche se, da un punto di vista etico e morale, ci sarebbe molto da dire. Credo che le immagini che costruiamo siano parte essenziale di ciò che siamo. Spesso contano più della realtà, più di ciò di cui siamo consapevoli. È un po’ ciò che accade con la letteratura: ci consente di ricamare sulle cose, di leggere il testo – e la vita – a modo nostro. Questo, naturalmente, non esclude che tutto rimanga vulnerabile al tempo, esposto a trasformazioni.
Ma per me il bisnonno era, e resta, una figura luminosa, un eroe buono. Non sono mai stata suscettibile al romanticismo del cattivo. In lui ho sempre visto uno spirito alleato, una presenza che mi accompagna nei momenti difficili.

Credo che si tratti, più che di mesi, di anni. Ho bisogno di tempo: non riesco a mettere a fuoco certe cose in fretta. Mi serve lasciar vivere certe idee, attendere che crescano, che maturino. Ho una sensazione, però. Come se qualcosa mi stesse portando verso la Sicilia, la mia seconda terra. Ma, al momento, non c’è niente di sicuro.

Sono stata contattata qualche anno fa dall’editor Dario De Cristofaro, l’anima della collana «Incursioni», che aveva sentito parlare di me da Luciano Funetta, un talentuoso scrittore che ho conosciuto qui in Sicilia. Dario si è dichiarato pronto a leggere qualcosa di mio. E io ho accettato con entusiasmo, dal momento che trovo che stia facendo un meraviglioso lavoro sulla narrativa contemporanea italiana: un lavoro di scavo, alla ricerca di cose “antiche” che possano risplendere di una luce nuova. Il lavoro con lui è stato proprio questo: molare un reperto emerso dal mio terreno interiore. Un lavoro certosino di pulizia, di levigatura, di lucidatura di questa piccola pietra – Ardesia, appunto.

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Riccardo Tortora

Classe 2002, romano attualmente residente a Milano, studia Editoria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Appassionato di letteratura e tipografia, ama vivere immerso nei libri: leggerli, scriverne, discuterne, progettarli. Ma anche maltrattarli un po’ – i suoi volumi sono pieni di orecchie, chiose e sottolineature rigorosamente a penna.

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