Trieste. Una coppia di anziani, che si amano di un amore profondo, semplice e quotidiano, costruito su radici solide e costantemente nutrito di piccoli gesti di cura e vicinanza. La malattia e la morte incombente si aggirano, come ospiti, nel loro appartamento, nell’alto palazzone di un quartiere popolare, talmente periferico da non aver neanche un nome. Proprio come ospiti, la malattia e la morte sono accolte a tavola durante i pasti, inserite nelle conversazioni quotidiane e trattate alternativamente con rispetto e spirito.
Nel romanzo Il tempo dei semplici, pubblicato da Einaudi nel marzo 2026, Luigi Nacci rappresenta magistralmente il passaggio del tempo su una coppia e gli effetti che esso provoca sul loro rapporto con i luoghi, i ricordi, la quotidianità e specialmente con il figlio.
Quando i figli diventano i genitori
È proprio il figlio a raccontare in prima persona il processo di invecchiamento dei propri genitori, accogliendo il cambiamento, in prima battuta, con stupore, spavento e senso di inadeguatezza nei confronti di un compito a cui si sente chiamato: quello di diventare, in un certo senso, genitore dei propri genitori, accantonando momentaneamente il suo ruolo di figlio. Teme di non essere all’altezza di un compito così delicato, quello di sostegno, cura e protezione nei confronti di coloro che ne sono sempre stati la fonte. L’assunzione di questo compito viene descritto come un processo graduale, non privo di difficoltà e momenti di sconforto:
Mamma e papà sono una diga. Quando la diga crollerà, verrò travolto dall’acqua scura. Non ci sarà più niente a fare da argine tra me e l’ignoto. […] Papà e mamma sono la mia diga, è piena di crepe ma resiste. Ci cammino sopra e mi sento al sicuro.
È in questa oscillazione tra la paura del crollo e la fiducia che la diga, crepata, tenga ancora, che si misura la maturità del protagonista. Infatti, è proprio questo percorso di accettazione di un ruolo, per cui non si sente ancora pronto, a far sì che lui diventi pronto ad assumerlo. Questo concetto viene abilmente racchiuso da Simone Cristicchi nelle parole, che qui prendo in prestito, della canzone Quando sarai piccola, che racconta del cambiamento nel rapporto con una madre che non è più autosufficiente e sembra, dunque, tornata bambina: «quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono/ a capire che tuo figlio è diventato un uomo».
Il passaggio del tempo non interessa, infatti, solamente i due genitori, ma anche il figlio: agli occhi del protagonista, le domande che prima apparivano noiose e superflue vengono riscoperte come un irrinunciabile gesto di attenzione, le abitudini familiari di cui si vergognava diventano ora segni identitari, e ciò che prima dava per scontato si rivela ora prezioso. Qualsiasi altra occupazione passa in secondo piano rispetto al tempo condiviso, che sprigiona un inesauribile flusso di ricordi. La narrazione del presente è, infatti, ripetutamente interrotta dal riemergere del passato: il ricordo di persone e momenti che non torneranno più costellano il romanzo. Il tempo condiviso acquista così un valore nuovo: non è più il tempo dell’abitudine, ma quello della consapevolezza. Ogni gesto quotidiano sembra caricarsi del peso della sua possibile irripetibilità.
La cura: la costante che resiste al cambiamento
L’irrefrenabile cambiamento, che rende i genitori sempre più vicini tra loro e con loro figlio, è, tuttavia, affiancato da una costante, che attraversa tutti i rapporti descritti ne Il tempo dei semplici: la cura. In particolare, la cura è incarnata dalla figura materna, rappresentata nel romanzo attraverso la metafora della «quercia», un solido sostegno su cui si può sempre contare. La madre risulta capace di coltivare, anche nella malattia e nella vecchiaia, quel senso di protezione nei confronti dei cari, che si manifesta in gesti quotidiani, come la preparazione del pranzo, a cui non può mai mancare il pane, e nelle semplici domande ordinarie di una madre interessata al fatto che il figlio si prenda sempre cura di sé. La cura, tuttavia, non rimane confinata allo spazio domestico. Si estende agli ultimi, agli anziani, ai malati e alle persone sole, a cui telefona o fa visita per dare tregua ai loro silenzi:
Lei è così. […] Porta la vita, la aumenta e la fa più rigogliosa. E ha l’olfatto prodigioso della lupa: fiuta tutto, per prime le creature sole. Non le preda, le cura.
Persino il suo rapporto con i morti riflette questa attenzione: il ricordo dei morti viene costantemente alimentato attraverso racconti e rituali e mantenendo religiosamente traccia delle date di nascita e di morte di ciascuno, annotate rigorosamente su un quaderno. La cura non si interrompe nemmeno davanti alla morte: continua nella memoria.
Perfettamente complementare alla madre, la cui cura si manifesta specialmente attraverso la vicinanza emotiva, il padre, lavoratore meticoloso e riparatore delle cose guaste, trasmette la sua cura offrendo un supporto pratico e concreto a chiunque ne mostrasse necessità. Talmente buono che non avrebbe fatto male a una mosca, si prende anch’egli cura degli ultimi, perché «a chi ha bisogno devi dare tutto».
Inseparabili come bambini
Sebbene negli anni ci sia stata, all’interno della loro coppia, una divisione piuttosto netta tra le occupazioni dell’uno e dell’altro, ora qualsiasi cosa viene affrontata insieme. Sono diventati come un tutt’uno, come due bambini inseparabili, che non possono rinunciare l’uno alla presenza dell’altro nella propria vita. Il paragone con i bambini torna a più riprese nella descrizione dei genitori: sono creature semplici, che da sessant’anni si amano umilmente, senza troppe sovrastrutture.
Diventati come un tutt’uno, i genitori non possono separarsi neanche alla fine delle loro esistenze. Sono destinati a stare insieme fino all’ultimo respiro, incapaci di continuare a vivere l’uno nell’assenza dell’altro:
Se muore prima papà, mamma tornerà orfana. Sarà una bambina indifesa. Non saprà più allacciarsi le scarpe. Non saprà più cucinare. Non saprà più lavarsi i denti. Non saprà respirare.
Se muore prima mamma, papà perderà un’altra figlia. Non saprà più radersi. Non troverà la strada di casa. Non aggiusterà le cose rotte. Non si aggiusterà.
Dunque, non è la malattia a definire questa storia, ma il legame che resiste fino alla fine. Un legame costruito nell’ordinario, alimentato dalla cura reciproca e così profondo da rendere ciascuno dei due indispensabile all’altro. È forse qui che si svela anche il significato del titolo del romanzo. I “semplici” non sono persone ingenue, ma uomini e donne che hanno imparato a riconoscere l’essenziale: la fedeltà, la cura, la memoria, il tempo condiviso. Luigi Nacci mostra come siano proprio questi piccoli gesti a dare consistenza a un’intera esistenza.
