Trasgressione e ripiego sulla quotidianità tra letteratura e musica

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Trap e indie: trasgressione e ripiego sulla quotidianità tra letteratura e musica

Quali sono le risposte poetiche ed emotive di un artista che tenta di affermarsi in un’epoca successiva a una fase di grande prosperità e perfezione, in un periodo storico-artistico, dunque, in cui sembra impossibile fare arte, raggiungendo gli standard estetici precedentemente fissati?

Possiamo cercare di individuare una risposta a questo quesito rifacendoci alla storia poetica e letteraria italiana di inizio Novecento. A seguito di un periodo di perfezione poetica, come quello rappresentato, a cavallo tra Ottocento e Novecento, dalle raccolte liriche Alcyone di Gabriele D’Annunzio e Myricae di Giovanni Pascoli, i poeti di inizio Novecento reagiscono attuando due opposte strategie: trasgredendo a qualsiasi norma artistica e linguistica precedentemente stabilita, nel caso degli esponenti del futurismo, o rifugiandosi nella semplicità del quotidiano, nel caso dei crepuscolari. Il medesimo pattern è riconoscibile anche nell’attuale scenario musicale italiano: musica trap e indie rappresentano due opposte reazioni alla grandezza del cantautorato italiano della seconda metà del secolo scorso. Potremmo, dunque, azzardare un confronto tra queste due esperienze, indagando quale statura tendono ad adottare artisti che cercano un proprio spazio per uscire dall’ombra dei “Grandi” che li hanno preceduti.

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La trasgressione nel futurismo e nella musica trap

Il futurismo, la prima e più consapevole avanguardia letteraria italiana, nasce nel 1909 a Parigi con la pubblicazione, sul quotidiano francese «Le Figaro», del Manifesto del futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti con la collaborazione del poeta sperimentale Guillaume Apollinaire. L’esaltazione esasperata del progresso tecnologico, delle macchine e della velocità, («un automobile ruggente […] è più bello della Vittoria di Samotracia»), l’ammirazione incondizionata per la forza, la violenza e la guerra, definita «sola igiene del mondo», e soprattutto la netta frattura con ogni forma di tradizione trovano uno spazio privilegiato in questo documento programmatico.

Nel 1912 il futurismo applica i propri principi anche alla poesia, alla letteratura, alla narrativa e al teatro con la pubblicazione del Manifesto tecnico della letteratura futurista. L’eversione sintattica, la disposizione caotica dei sostantivi, l’impiego dei verbi all’infinito, l’abolizione degli aggettivi, degli avverbi e di ogni segno di interpunzione, il ricorso massivo ad ampie ed estrose analogie, disposte «secondo un MAXIMUM DI DISORDINE», la distruzione dell’io e della sua psicologia sono le modalità concrete che il netto rifiuto di ogni norma linguistica, fino ad allora incondizionatamente accettata, assume nelle opere degli artisti futuristi.

Il medesimo bisogno eversivo di calcare una strada mai percorsa prima si manifesta, nel contemporaneo scenario musicale, con la trap, costruita sul ribaltamento di ciò che è ritenuto canonicamente bello e accettabile tanto nelle tematiche, quanto nelle sonorità. Dal punto di vista formale, infatti, l’impiego esasperato dell’autotune, una tecnologia nata per correggere le stonature, rende la voce degli artisti robotica e impersonale. Dal punto di vista contenutistico, invece, la spinta alla trasgressione, che aveva portato il futurismo ad attingere a un immaginario tecnologico e non più naturalistico, nella trap fa sì che entrino nei testi tematiche eversive, come la criminalità, le armi, la violenza, l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, l’oggettificazione del corpo femminile e l’ostentazione delle ricchezze di recente acquisizione come forma di riscatto sociale.

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Potremmo parlare, dunque, tanto per il futurismo, quanto per la trap, di una ricerca di una nuova estetica antiestetica. Leggendo il seguente passo, tratto dal Manifesto tecnico della letteratura futurista, è infatti possibile riconoscere dei parallelismi tra le rivendicazioni formulate dall’avanguardia novecentesca in letteratura e quelle proposte dalla trap in musica.

Ci gridano: «La vostra letteratura non sarà bella! Non avremo più la sinfonia verbale, dagli armoniosi dondolii, e dalle cadenze tranquillizzanti!» Ciò è bene inteso! E che fortuna! Noi utilizziamo, invece, tutti i suoni brutali, tutti i gridi espressivi della vita violenta che ci circonda, FACCIAMO CORAGGIOSAMENTE IL «BRUTTO» IN LETTERATURA, E UCCIDIAMO DOVUNQUE LA SOLENNITÀ. Via! non prendete di quest’arie da grandi sacerdoti, nell’ascoltarmi! Bisogna sputare ogni giorno sull’Altare dell’Arte! Noi entriamo nei dominii sconfinati della libera intuizione. Dopo il verso libero, ecco finalmente LE PAROLE IN LIBERTÁ!

Il rifugio nella semplicità del quotidiano nel crepuscolarismo e nella musica indie

Il crepuscolarismo sceglie un’altra via, quella costituita dalle piccole cose, dal ripiegamento sull’ordinario, dalla composizione artistica costruita sulla banalità e sull’irrilevanza degli oggetti e delle situazioni di tutti i giorni. Più che come movimento unitario, il crepuscolarismo si configura come un atteggiamento spirituale, quello adottato da alcuni poeti di inizio Novecento, che, ormai incapaci di reagire con forza alla marginalità dell’arte nella nascente società capitalistica, scelgono di raccontare, con un linguaggio piano, privo di abbellimenti retorici, il quotidiano, rinunciando a ogni tentativo di investirlo di valori simbolici. Viene costruita così una poesia anti-sublime, dal tono dimesso, fondata sull’incapacità di vivere grandiosamente e sull’impossibilità di replicare la solennità raggiunta dalla poesia precedente.

La mediocrità dell’esistenza, accolta talvolta con malinconia, talvolta con ironia, si ripercuote nella semplicità delle poesie, in cui a ogni elemento aulico, ripreso dalla tradizione lirica precedente, corrisponde un abbassamento prosaico: è emblematica, a questo proposito, la rima «Nietzche-camicie» ne La signorina Felicita del torinese Guido Gozzano.

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La modestia della realtà, la precarietà dell’esistenza, l’inettitudine dell’io, la decostruzione del culto della propria personalità sono temi che, attraversando le generazioni e le modalità artistiche, approdano anche nella musica indie. Utilizzando il tono dimesso e umile che aveva caratterizzato la poesia crepuscolare, gli artisti che praticano questo genere musicale rivendicano la propria mediocrità. È il caso dei Pinguini Tattici Nucleari con la canzone Ringo starr («la mia vita non è niente di speciale») e di Lucio Corsi con Volevo essere un duro:

Però non sono nessuno / Non sono nato con la faccia da duro / Ho anche paura del buio / Se faccio a botte le prendo / Così mi truccano gli occhi di nero / Ma non ho mai perso tempo /
È lui che mi ha lasciato indietro.

Inoltre, «le buone cose di pessimo gusto», per citare ancora una volta Gozzano, non solo diventano oggetto dei testi delle canzoni indie, ma spesso ne divengono i titoli. Tra i molti ricordiamo Paracetamolo e Pesto di Calcutta, Brioschi e Parole crociate di Franco126, Le chiavi in borsa di Willie Peyote. 

In questo quadro, la musica indie può essere letta come una sorta di rielaborazione contemporanea del crepuscolarismo: entrambe le esperienze scelgono di dare voce a un io dimesso e a una quotidianità priva di grandezza, assumendo la semplicità e l’ordinario come principali materiali espressivi.

Chiara Ripamonti

Classe 2001, laureata in Italianistica, amante della letteratura e dell'arte. Deformazione professionale: propone, appena può, paragoni azzardati tra le situazioni che vive ogni giorno e quelle che legge nei libri. Guilty pleasure: imitare i quadri nei musei.

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