Finalmente il momento era arrivato.
Tutto un inverno ad aspettare l’estate per tornare al mare, per rivedere il suo amico e ora era lì e già stava chiedendo alla madre: «Posso andare da Carlo?».
Lei aveva annuito, aveva chiamato la mamma del suo amico e in un attimo tutto era sistemato, non poteva crederci. Si era preparato di corsa – ogni gesto compiuto un tempo in meno che lo separava dal suo amico! – e poi giù lungo le scale fino alla porta che apre ed è già in strada. Che meraviglia rivedersi, pensava correndo tra i viottoli. E che emozione, ancora bambino, girare da solo per le strade! Una libertà rinnovata che solo lì gli era concessa.
Ancora un passo, poi un altro, e sarebbe arrivato. Ora era lì, alzava la mano verso il campanello e già immaginava il divertimento e i giochi che avrebbero fatto. Poi un pensiero, come un lampo, lo attraversò: e se Carlo non voleva rivederlo? Se suonando alla porta avrebbe sentito i sospiri di fastidio per quella visita obbligata, Carlo scalpitare e urlare “non voglio” e la mamma obbligarlo, come la sua con lui quando faceva i capricci: fai il bravo bambino! Gli avrebbe urlato. Poi lo avrebbe visto aprirgli la porta con un sorriso posticcio a mascherare un fastidio che lui però ormai conosceva e giocando lo avrebbe visto sbuffare, guardare l’orologio, gli avrebbe indovinato i pensieri e avrebbe dovuto simulare una gioia apparente, giocare come se nulla fosse.
Questo pensava mentre il suo dito si accostava al campanello e i suoi occhi guardavano, attraverso il vetro del portone, l’androne, le scale e la porta della casa verso cui era corso e intanto guardava anche se stesso, riflesso nel vetro, il suo volto dai confini incerti e i colori slavati. Si guardava e il dito quasi sfiorava il campanello e poi scendeva giù, verso la sua coscia, senza più il coraggio di premere il tasto e dire: sono io! A chi avrebbe chiesto: chi è?
Ecco, era lì, lui, il suo riflesso e poi, solo, a fargli compagnia, il buio della notte che iniziava a calare.
Racconto di Susanna Piermattei
Illustrazione di Emanuele Alvod
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