Il sudore le si incolla sulla schiena. Non riesce ad alzarsi dal letto, ma Luisa preferirebbe morire anziché mostrarsi debole ai loro occhi, mentre a pochi passi una donna in vestaglia riempie la stanza di parole.
«Non so come tu possa riuscire a farlo» le dice Sofia, parlando di vuoti che guadagnano spazio nel corpo e che vanno di nuovo riempiti.
Luisa non capisce niente di quello che le dice, e non le piace come lo dice.
Vede nel personale che l’ha accolta tutte le espressioni che un volto può assumere.
Ha la sensazione che ogni persona che si avvicini al suo letto le sferrerebbe volentieri un calcio in faccia. Ma lei non trema, non respira male e si mette seduta in attesa. Prima di dichiarare che sull’atto di nascita del bambino che porta in grembo sarà riportata la dicitura “nato da donna che non consente di essere nominata”, si era sentita al sicuro. Adesso, invece, tutti la guardano perché lei è quella che è venuta solo per lasciare una cosa e andare via. La tengono insieme alle altre assistite, coltivando la speranza irrazionale che quelle donne possano aiutarla a guarire. In quella stanza c’è più gente di quanta ne possa contenere e Luisa si fa più piccola, in silenzio. Tutto intorno a lei è insopportabilmente lento: ogni passo, ogni sguardo e con un tono più aspro di quello che meriterebbe, l’infermiera di turno le dice che la sua scelta è irreversibile. Luisa ha trentanove anni, vive in una stanza in affitto e ha un compagno disoccupato di nome Tommaso che si preoccupa più delle sorti del terzo scudetto del Napoli che delle loro vite.
«Dopp’ arrubbate, Pullecenella mettette ‘e cancielle ‘e fierro» le aveva detto sarcastico.
Così Luisa prima si è perdonata e poi ha deciso, da sola.
Una volta le donne abbandonavano i neonati nella ruota degli esposti, lei invece lo avrebbe lasciato lì con personale competente e specializzato.
“Mi sarebbe piaciuto chiamarti Achille, oppure Enea, un nome greco forte ed evocativo” scrisse su un foglio.
Racconto di Romina Attianese
Illustrazione di Marco Brescianini
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