L’ampia sala d’attesa è tanto spoglia da farti venire la nausea. Attorno a me non c’è niente, se non una stupida scrivania fatta d’aria, sulla quale giacciono inutili articoli da cancelleria anch’essi incorporei, così come gli anonimi muri di questo palazzo. Cosa ci faccio qui, seduto buono buono come un cane ammaestrato? Milano è una folata di vento ghiacciato.
Lui si avvicina col suo faccione mostruoso, informe, un mucchio di pezzi di volti diversi incollati fra loro senza alcun gusto estetico. Ma è tutto di carta velina. Dal canto mio, non oso domandarmi perché non me ne sia ancora andato.
Mi fa cenno di accomodarmi nel suo ufficio. Siamo gli unici esseri umani nell’intero stabilimento, tolti i quattro miserabili nella sala d’attesa fatti di vetro borosilicato. L’ufficio è lugubre come un antro o una caverna, pieno di oggetti insensati, chincaglie decorative economiche e fogli di carta scarabocchiati, come uno stronzo alchimista del terzo millennio che pronuncia fatture in aziendalese.
Mi parla per ipotassi, farfugliando parole a caso. Mi ripeto senza ascoltarlo che quello bravo è lui. Sono gli altri quelli bravi, seduti di là buoni sulle loro sedie fatte d’aria, individui che si muovono con agilità in territori osceni in cui io non oso mettere piede. Peso come un macigno, non sono altro che un solido che non ha il coraggio di ripiegarsi su sé stesso.
Ora sorride, col sorriso idiota dei superiori. E io ricambio, naturalmente senza guardarlo, scandagliando con gli occhi una porzione imprecisata di muro alle sue spalle. Dopotutto, è colui che deciderà se assumermi o meno: per questo sfoggio il mio sorriso migliore, a duecentocinquanta denti, un ghigno da squalo bianco.
Jātarūpa-rajata-paṭiggahaṇā veramaṇī
sikkhāpadaṃ samādiyāmi
Racconto di Salvatore Ferraina
Illustrazione di Giada Collauto
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