Mi vergogno delle mie mani e dei miei piedi.
Da sempre.
Mani che non sanno fare, piedi che non sanno stare.
Le mie mani non costruiscono, non sistemano, non aggiustano.
Le guardo e vorrei fossero di un altro: piccole come quelle di un bambino, dita troppo lunghe, pelle e nervi che non obbediscono ai comandi.
Mia madre aveva mani sicure, decise. Mi convincevano persino a mangiare quando, fino a cinque anni, non volevo saperne. Anche le mani di mio padre sapevano fare tutto. Sistemare tutto.
Guardavo le loro mani come si guarda un trucco di magia, aspettando che mi rivelassero il segreto. Non l’hanno mai fatto. Forse perché non c’era.
Le mie non sono come le loro: si limitano a provare e poi sbagliano.
I miei piedi non sono da meno.
Cammino storto e sulle punte, inciampo, ovunque. Fin da piccolo.
Negli angoli, nei marciapiedi, in chiesa quando servivo messa.
Cado anche quando nessuno mi spinge.
Inciampo anche in cose invisibili – un gradino d’aria, un pensiero – e giù.
Col tempo ho imparato a rialzarmi in fretta. O a nascondermi subito.
Una volta, a tavola, mia madre mi disse che inciampare è un modo per restare vivi: “Chi cade, ha la fortuna di poter stare dentro e fuori le cose”.
Non so se lo credesse davvero o se lo dicesse per consolarmi.
È come se le estremità del mio corpo non si parlassero. Mai.
Mi vergogno di loro quando le guardo. Mi sembrano colpevoli.
Piedi che non portano, mani che non fanno.
Mi vergogno delle mie mani e dei miei piedi perché mi raccontano meglio di qualunque storia.
Il mio corpo una misura sempre con quel millimetro di scarto, lo stesso, a riportarmi fuori asse.
Scrivere è l’unica cosa che riesco a fare prescindendo da lui.
È l’unico luogo dove quel millimetro non conta.
Racconto di Emanuele Finardi
Illustrazione di Giada Collauto
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