Da quando la Diamond Life aveva reso accessibili i prezzi dei polmoni a pistoni, fumare non era più la stessa cosa. Per cominciare, non si rischiava più di tossire se il fumo andava di traverso. Poi non se ne percepivano gli effetti sulla resistenza: un fumatore correva bene quanto un non fumatore. Ma ciò che dispiacque a molti fu il fatto che si perse il gusto di dire: «Questa è l’ultima, poi smetto.» Che senso aveva smettere se non c’era rischio? E se non aveva senso smettere, aveva senso iniziare?
Si crearono due gruppi: il primo smise di fumare una volta ricevuti gli impianti; il secondo rifiutò le cure bioniche pur di continuare a vivere il rischio. Fu così che la Diamond Life si trovò costretta a collaborare con la Smoking Hot per evitare il crollo delle vendite dall’una e l’altra parte.
Il team composto ad hoc ipotizzò la creazione di sigarette che entrassero volutamente in conflitto con gli organi sintetici della DL. Qualcuno avanzò problematiche etiche, e la riunione si piantonò. Allora si alzò il direttore del marketing, colto da un’idea improvvisa: le sigarette non dovevano essere dannose davvero, bastava diramare un’allerta di sospetti casi di conflitto. Era un grosso rischio, ma la bancarotta era dietro l’angolo e valeva la pena tentare.
Funzionò. Non fu immediato, ma a cinque mesi dal primo avviso, a cui seguì il ritiro di un lotto scelto randomicamente dal team di marketing, le vendite erano tornate a crescere. Il direttore ebbe la prova definitiva dell’efficacia della strategia quando, una sera mentre aspettava l’autista, origliò la conversazione di due ragazzi accanto a lui. Uno di questi fumava una sigaretta Smoking Hot.
«Ma tu non hai i polmoni di cromo?»
«Sì, perché?»
«E ti fumi quella roba? Non lo sai che c’è rischio che rompa gli ingranaggi, o cose così?»
«Lo so, lo so» il ragazzo espirò una boccata di fumo, «ma questa è l’ultima della giornata, giuro. Sto cercando di smettere».
Racconto di Federica Esposito
Illustrazione di Giada Collauto
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