Il signore col cane era un signore con un cane. Altrimenti sarebbe stato un signore con un pappagallo, con un koala o con chissà cos’altro. Il cane era piccolo e ringhioso, il signore grosso e scorbutico. Lo incontravo ovunque: sul pianerottolo, davanti alla cassetta delle lettere, nell’androne del palazzo, nel giardinetto pubblico sotto casa, nel parcheggio condominiale. Certo, lui avrebbe potuto dire la stessa cosa di me – come io vedevo lui, anche lui vedeva me –, ma l’impressione era che passasse le giornate – e forse anche le notti – a controllare che tutto fosse in ordine e che le regole venissero rispettate. Mi sentivo sorvegliata.
Le nostre interazioni erano minime. Quando lo incrociavo, lo salutavo con distaccata gentilezza e lui bofonchiava qualcosa mentre il cane ringhiava. Una volta chiamai l’ascensore e mi sorprese alle spalle. Lo invitai a salire con me – abitava al sesto piano e io al quinto – ma declinò l’offerta precisando che non era il caso di prendere in tre l’ascensore perché poteva bloccarsi (capienza massima 280 chili, peso della sottoscritta 50!). Un’altra volta mi domandò se fossi stata io a buttare la carta nel cassonetto del multimateriale. Negai senza convincerlo.
Un pomeriggio mi si ruppe il phon. Era inverno, suonai vari campanelli per chiederne uno in prestito. L’unica che mi aprì fu sua moglie. Aveva il volto gonfio e i capelli stopposi. Sembrava malata. Disse di non possedere un phon. Mi congedò bruscamente.
Poi, all’improvviso, smisi di incontrarlo.
Una mattina il cortile si riempì di auto dei carabinieri, ambulanze e telecamere. Chiesi al portinaio cosa fosse successo, ma disse di non sapere nulla. Dovevo andare al lavoro e non ci pensai più.
Passarono giorni, mesi. Del signore col cane nessuna traccia. Finché un pomeriggio avvertii un trambusto nel vano scale.
«Sono i nuovi inquilini del sesto piano. Stanno traslocando» commentò la dirimpettaia.
«E il signore col cane?» chiesi stupita.
«Ma dove vive? Non li guarda i telegiornali? Ha avvelenato la moglie, il cane e poi sé stesso.»
Racconto di Lucia Maddalena Tissi
Illustrazione di Marialuce Giardini
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