Ci sono momenti in cui opporsi significa semplicemente alzarsi in piedi e uscire da un’aula. Altri in cui significa attraversare l’Italia con documenti nascosti nell’orlo di una gonna, sfidare i posti di blocco, rischiare la vita per consegnare un messaggio. E altri ancora in cui resistere significa continuare a dire la propria quando la guerra è finita e gli alleati di ieri hanno iniziato a prendere strade diverse. È questa la storia di Teresa Mattei, una delle figure più giovani e irrequiete della Resistenza italiana, che Sara Rattaro racconta ne Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista, pubblicato da Piemme nel 2026.
Il romanzo biografico segue Teresa dall’adolescenza nella Firenze fascista agli anni della clandestinità, dalla lotta partigiana all’Assemblea Costituente. Al centro c’è una donna che rifiuta di obbedire quando questo entra in conflitto con la propria coscienza: prima contro le leggi razziali, poi contro il fascismo e l’occupazione nazista, infine anche contro quella parte del mondo politico a cui aveva affidato la propria militanza. La sua è una resistenza fatta di azioni concrete, ma anche di una voce che non accetta di essere messa a tacere.
«Il vestito di mia madre»: la trama
Teresa Mattei nasce a Genova nel 1921 e cresce in una famiglia numerosa e antifascista. Il padre Ugo, avvocato, è apertamente ostile al regime e la casa di famiglia, a Bagno a Ripoli, diventa un punto di incontro per intellettuali e militanti antifascisti. È anche grazie a quell’ambiente che Teresa entra presto in contatto con una rete di oppositori al fascismo, tra cui i fratelli Carlo e Nello Rosselli. A soli diciassette anni viene mandata dal padre a Nizza con il compito di consegnare a Carlo Rosselli una somma di denaro raccolta dagli antifascisti toscani. Al ritorno viene arrestata, ma riesce a essere liberata grazie all’intervento del padre.
Poco dopo arriva una delle prime rotture pubbliche con il regime: nel 1938, a scuola, Teresa contesta un professore che sta sostenendo le teorie sulla “purezza della razza italiana”. Esce dall’aula e viene espulsa dal liceo e, successivamente, da tutte le scuole del Regno. Quando la guerra entra nella vita quotidiana, il dissenso di Teresa Mattei diventa militanza.
Nel 1942 Teresa e il fratello maggiore Gianfranco entrano nel Partito Comunista Italiano. Dopo l’8 settembre 1943, Teresa partecipa alla Resistenza fiorentina e assume il nome di battaglia Chicchi. Diventa staffetta e collegamento tra gruppi clandestini, trasportando documenti, volantini e materiale politico. Si sposta in bicicletta e in treno, attraversa posti di blocco e arriva a nascondere documenti nell’orlo della gonna: proprio quegli abiti femminili che, nella vita quotidiana, avrebbero dovuto rappresentare il ruolo marginale assegnato alle donne diventano invece strumenti di clandestinità. Accanto a lei ci sono figure come Vittoria Giunti e Bruno Sanguinetti, che diventerà poi il suo compagno. La Resistenza, però, ha un costo personale sempre più alto. Il fratello Gianfranco, arrestato e portato nel carcere di via Tasso a Roma, si suicida nel febbraio 1944 per non rischiare di rivelare sotto tortura i nomi dei compagni.
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La voce di una donna
La storia di Teresa Mattei permette di guardare alla Resistenza anche da una prospettiva femminile, senza ridurla al ruolo tradizionale della “staffetta”. Le donne non furono soltanto coloro che portavano messaggi, cibo o vestiti ai combattenti: parteciparono alla clandestinità, alla diffusione della stampa, alla raccolta di informazioni, all’organizzazione politica e, in alcuni casi, alle azioni armate. Teresa attraversa tutti questi ruoli. La sua esperienza mostra quanto fosse sottile, durante la guerra, il confine tra la vita quotidiana e la lotta politica. Un viaggio in treno poteva diventare una missione clandestina; una bicicletta, un mezzo per superare i controlli; una gonna, un nascondiglio per documenti compromettenti.
La sua idea di Resistenza, però, è più ampia della sola lotta armata. Teresa riconoscerà anche il valore delle donne comuni che, senza impugnare un’arma, nascondevano persone perseguitate, dividevano il poco cibo disponibile o aiutavano i disertori. È una concezione della resistenza come scelta quotidiana, fatta anche di gesti apparentemente piccoli ma capaci di mettere in discussione il sistema di obbedienza imposto dal fascismo. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Rattaro: il coraggio di Teresa non viene raccontato come assenza di paura. Al contrario, la paura è presente continuamente. Ciò che cambia è la decisione di non lasciarsene governare.
Oltre il trauma personale
Dietro la figura pubblica della partigiana e della costituente rimane però una donna attraversata da perdite e violenze. La morte del fratello Gianfranco è una delle ferite più profonde della sua vita. Poco dopo Teresa stessa viene catturata dai tedeschi durante uno dei suoi spostamenti e subisce una terribile violenza sessuale. Riesce a fuggire soltanto grazie all’intervento inatteso di un fascista che decide di aiutarla. Anche la Resistenza le porta via altre persone. Durante un’azione, il partigiano Dante muore mentre fugge dopo un’esplosione; altri amici e compagni vengono arrestati o uccisi. Teresa continua comunque a combattere fino alla Liberazione di Firenze, il 31 agosto 1944.
E quando finalmente la guerra finisce, il dolore non finisce con lei. La sua relazione con Bruno Sanguinetti, iniziata durante gli anni della clandestinità, prosegue nel dopoguerra, ma nel 1950 Bruno muore per un infarto a soli 41 anni. È una nuova perdita che arriva dopo anni in cui Teresa sembra aver imparato a mettere la propria sofferenza in secondo piano rispetto alla causa politica. Forse è anche questo uno dei tratti più dolorosi della sua storia: Teresa continua a combattere mentre la sua vita privata viene continuamente attraversata dal lutto. Non c’è una vera separazione tra la donna e la militante, tra il trauma personale e l’impegno pubblico. Le sue battaglie politiche diventano anche il modo attraverso cui dare un significato alle perdite subite.
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La lotta continua: la Costituente e la mimosa
La Liberazione non rappresenta per Teresa la fine della Resistenza. Nel dopoguerra entra nell’Unione Donne Italiane e si impegna perché la partecipazione delle donne alla vita politica non resti limitata al ruolo avuto durante la guerra. Nel 1946 viene eletta all’Assemblea Costituente nelle liste del PCI: con i suoi 25 anni è la più giovane tra tutti i membri dell’Assemblea e viene nominata segretaria dell’Ufficio di Presidenza. Insieme a lei siedono altre venti donne: le future “madri costituenti”. È qui che emerge una nuova forma di resistenza: quella che si combatte attraverso le parole della legge. Teresa lavora soprattutto sui principi di uguaglianza e sui diritti delle donne, contribuendo alla formulazione dell’articolo 3 e intervenendo anche sui temi della tutela della maternità e del lavoro femminile. La sua idea è che l’uguaglianza non debba rimanere una dichiarazione astratta, ma tradursi in diritti concreti. Ed è proprio in questi anni che nasce uno dei simboli più conosciuti dell’emancipazione femminile italiana: la mimosa. Nel 1946, nell’ambito dell’UDI, Teresa propone questo fiore come simbolo dell’8 marzo, preferendolo a fiori più costosi perché la mimosa era semplice, economica e facilmente reperibile. Un’immagine perfetta, in qualche modo, per una donna che aveva sempre cercato di trasformare ciò che aveva a disposizione in uno strumento di libertà.
Ma proprio quando il fascismo è stato sconfitto, emergono le differenze tra coloro che avevano combattuto insieme. Teresa comincia a prendere le distanze dalla linea del PCI e anche da Palmiro Togliatti, che pure l’aveva sostenuta e voluta alla Costituente. Il rapporto si rompe progressivamente, fino all’espulsione di Teresa dal partito nel 1955, in seguito al suo dissenso sulla linea politica. La sua storia dimostra così che resistere non significa soltanto scegliere una parte una volta per tutte: significa anche avere il coraggio di mettere in discussione quella stessa parte quando non coincide più con i propri principi. Alla fine, il titolo del libro trova un significato che va oltre l’episodio concreto del vestito indossato da Teresa. Quel vestito diventa il simbolo di un passaggio di testimone tra generazioni di donne: dalla casa alla strada, dalla dimensione privata alla politica, dal silenzio imposto alla possibilità di prendere la parola. Nel Vestito di mia madre di Sara Rattaro (acquista) si vede benissimo come Teresa Mattei abbia attraversato il fascismo, la guerra, la Resistenza e la nascita della Repubblica senza smettere di fare una cosa che aveva imparato giovanissima: alzarsi in piedi quando tutti gli altri sono invitati a rimanere seduti.
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