Forse qualcuno, davanti a un libro sul lutto, si potrebbe aspettare la promessa di un approdo. Un epilogo consolatorio. Ma Yiyun Li si congeda da questa aspettativa già nelle prime righe. Le cose in natura semplicemente crescono, memoir pubblicato in Italia da NN Editore (con un’intensa prefazione di Andrea Bajani) e vincitore del Premio Pulitzer 2026 per la categoria memoir, nasce infatti dalla morte dei suoi due figli, Vincent e James, e si regge su una disciplina quasi ascetica dello sguardo. L’autrice sceglie di dire i fatti per come sono stati, e di fermarsi lì.
Il racconto converge su James, ma i due ragazzi vi compaiono con le loro singolarità, i loro gusti, le loro ostinazioni. L’autrice li restituisce con una tenerezza quasi severa, e il rifiuto che trasuda dalle pagine di farne degli emblemi del dolore materno.
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Una lingua incompleta
Fin dall’incipit, l’autrice riconosce che per raccontare una cosa simile, un dolore simile, non esiste nel linguaggio una formula adeguata che possa contenerne la complessità. E forse è proprio da questa ammissione discende una prosa asciutta, sorvegliata, quasi spoglia, in cui ogni parola è pesata prima di essere concessa al lettore. Mancano gli eufemismi, mancano le metafore rassicuranti; manca soprattutto la tentazione di trasformare la perdita in una storia compiuta.
Cos’è il dolore se non una parola, una scorciatoia, una semplificazione di qualcosa che è molto più grande di una parola?
Colpisce la diffidenza di Li verso le narrazioni, perché è una diffidenza di scrittrice. Sa quanto una trama ben fatta possa addomesticare una vita, e in questo libro vuole evitare di farlo con la memoria dei figli. Perfino la parola lutto le sta stretta, perché evoca un percorso che si conclude, che in qualche modo trova una fine.
L’accettazione dunque è possibile?
Al centro del memoir c’è quella che Li chiama accettazione radicale: cosa vuol dire vivere accanto al dolore senza chiedergli di dissolversi? Cosa vuol dire riuscire ad accettare in qualche modo che i tuoi figli scelgano la morte, anziché la vita? Nonostante queste domande, rimane un punto fermo: la morte non modifica i fatti né il legame con chi è andato via, e il libro si sforza di restare fedele a questa evidenza, senza cercarvi alcun conforto.
In tale prospettiva la scrittura si fa segnaposto. Non pretende di colmare i vuoti lasciati dall’assenza. Li rinuncia a ogni promessa di senso e, nella rinuncia, forse riesce a conquistarne una di promessa: quella di un’opera struggente su come, dopotutto, anche ogni essere umano debba continuare a vivere anche nell’estremo dolore con ciò che il mondo gli mette a disposizione.
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Camus, Wittgenstein e il giardino
Il pensiero di Li si rivolge a interlocutori come Camus e Wittgenstein, la tragedia greca, Shakespeare – tutti convocati per le cornici concettuali che mettono a disposizione, per capire come si possa ragionare sull’impensabile. Accanto a loro, i gesti piccoli ma necessari di ogni giorno: il giardino, il pianoforte, il nuoto – tutto ciò che permette di arrivare a sera.
Il titolo andrebbe letto proprio in questa chiave: quell’avverbio, «semplicemente», volta le spalle a una lettura simbolica della natura. Le cose crescono perché crescere è ciò che fanno, vanno avanti – senza intenzione di insegnarci alcunché – e grazie a questa consapevolezza dalla pagina si leva un’indifferenza che è insieme spietata e, stranamente, quieta.
Il mio giardino non è una metafora della speranza o della rigenerazione, i fiori non hanno mai avuto il compito di annunciare radiosità o ottimismo. Le cose in natura semplicemente crescono.[…] Le piante hanno un unico obbiettivo: vivere. E per vivere crescono quando possono, e vanno in quiescenza quando è necessario. Vivono finché non muoiono; e muoiono secondo il destino che è dettato loro dalla natura o vengono annichilite da altri elementi naturali.
Lo sguardo analitico di Li
Nata a Pechino, formatasi come scienziata e approdata alla scrittura dopo il trasferimento negli Stati Uniti, Li conserva nella prosa un’attitudine analitica: la precisione delle definizioni, l’abitudine a distinguere, il rifiuto dell’approssimazione. Il libro è breve e fitto, e la sua intensità non dipende dall’effusione. Chi legge viene lasciato libero di commuoversi o no – ma non vi è in alcuna pagina una sollecitazione in una direzione piuttosto che nell’altra. Quest’autrice ha una contezza sbalorditiva del tema trattato, tanto che sembrano passati anni dalla morte dei suoi figli – quando in realtà è passato solo qualche mese dalla perdita dell’ultimo.
I figli muoiono, e i genitori vanno avanti a vivere. Vanno avanti a vivere perché la morte, benché sia una cosa molto, molto difficile, non sempre è la più difficile. Entrambi i miei figli scelsero una cosa difficile. A noi resta la più difficile: vivere dopo la loro morte.
In un tempo storico che spesso tende a voler consumare i traumi come contenuti da scorrere dietro lo schermo di un cellulare, questo memoir regala una lentezza necessaria nell’elaborazione e nell’«accettazione radicale»; e forse proprio per questo sembra quasi un atto di resistenza.
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«Le cose in natura semplicemente crescono», ciò che resta
Chiuso il libro, rimane addosso una quiete strana, priva di sollievo. Con Le cose in natura semplicemente crescono (acquista), Yiyun Li dimostra che la letteratura può ancora tenere compagnia a ciò che non ha rimedio, attraverso la condivisione – talvolta spietata – e che talvolta, in questo gesto, sta già tutto ciò che si può chiedere a un libro che diventerà letteratura.
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