Autopsia di un lutto

«L'anno del pensiero magico» di Joan Didion

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l'anno del pensiero magico

Joan Didion è una scrittrice e giornalista statunitense. È sposata con John Gregory Dunne, anche lui scrittore, giornalista e sceneggiatore. Nel dicembre del 2003 la loro vita è colpita da una tragedia: Quintana, la loro figlia adottiva, è intubata in un letto d’ospedale dopo l’aggravarsi di una malattia.

Di ritorno dall’ospedale, mentre sono a cena, all’improvviso John ha un infarto che lo porta alla morte. Tutto accade nell’arco di poche ore.

Nel dicembre del 2003 per Joan Didion comincia il suo anno del pensiero magico (Il Saggiatore, 2008); un periodo di rimorsi, dubbi e rielaborazione del lutto.

Avevo bisogno di star sola perché lui potesse tornare indietro.
Questo fu l’inizio del mio anno del pensiero magico.

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L’ineluttabilità del cambiamento

La scrittura per Joan Didion è un mezzo per mettere nero su bianco le emozioni intense e contrastanti vissute durante il primo anno di lutto: da dicembre 2003 a quello del 2004. La sua penna è lucida, scientifica; l’obiettivo è vivisezionare l’anima per sviscerare le conseguenze psicologiche provocate dal cambiamento.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conosci è finita.

Durante l’anno del pensiero magico Joan Didion si scontra con il cambiamento imprevedibile, doloroso ma parte integrante della vita stessa perché perfino gli elementi naturali sottostanno a questo processo.

Quello che voglio vedere io è successo sotto la superficie. La Placca Indiana che si deforma mentre va a conficcarsi sotto la Placca Birmana. La corrente invisibile che scivola nell’abisso. Non ho una carta con le isobate dell’oceano Indiano, ma posso farmi un’idea complessiva anche col mio globo di cartone Rand McNally. Settecentottanta metri al largo di Banda Aceh. Duemilatrecento tra Sumatra e lo Sri Lanka. Duemilacento tra le Andamane e la Thailandia, e poi un lungo corridoio sempre meno profondo verso Phuket.

Il mutamento è naturale anche quando è causa di disorientamento. Nell’arco di pochi mesi, oltre il lutto, la Didion dovrà affrontare il peggioramento della malattia di Quintana che ritorna in terapia intensiva.

L’impossibilità del controllo e del ritardo

Le prime settimane l’autrice decide di sbarazzarsi degli indumenti del marito. Accade, però, qualcosa di inaspettato con le scarpe. Quando lo racconta, in poche righe, mantiene uno stile sobrio ma, dalla profondità, emerge con prepotenza un tremendo strazio.

Non ero ancora pronta ad affrontare i completi e le camicie e le giacche, ma credevo di potermela cavare con quello che restava delle scarpe, un primo passo.
Mi fermai sulla soglia della stanza.
Non potevo dare via il resto delle scarpe.
Rimasi là per un momento, poi compresi perché: avrebbe avuto bisogno di scarpe, se doveva tornare.

Un atteggiamento tenero che tradisce il desiderio di ritardare l’accettazione della perdita del marito. Si rifiuta di donare le scarpe perché John potrebbe ritornare da un momento all’altro. Joan Didion realizza che, una volta che il cambiamento irrompe nel quotidiano, la mente per proteggersi decide di rinviare l’accettazione della realtà.

Stessa cosa accade quando le viene proposto, poche pagine più avanti, la possibilità di donare gli organi del marito.

Come poteva tornare indietro, John, se gli toglievano gli organi, come poteva tornare indietro se non aveva le scarpe?

Nel corso dell’anno del pensiero magico l’autrice scopre un altro strumento che ha la mente per non lasciarsi travolgere dagli eventi: il controllo. Durante il lutto, ad esempio, rimodula l’urbanistica della metropoli nella quale vive per evitare i luoghi che potrebbero causare il “maremoto” dei ricordi.

Potevo evitare di andare all’UCLA lungo Sunset. Potevo evitare di attraversare l’incrocio tra Sunset e Beverly Glen dove per sei anni avevo svoltato per andare alla Westlake School for Girls. Potevo evitare di attraversare tutti gli incroci che non potevo prevedere, controllare.

La mente sente il bisogno di «stare in guardia» per non lasciarsi «travolgere dal vortice».

L’agonia del controllo traspare anche durante la terapia della figlia. Dopo il funerale del padre, programma con suo marito di partire per un viaggio ma, una volta atterrata, sviene e viene portata d’urgenza in ospedale. Joan Didion, per stare sempre un passo avanti la malattia di Quintana, comincia a interessarsi a termini e procedure mediche per convincersi di avere la situazione sotto controllo così da non essere colta di sorpresa in caso di un eventuale peggioramento.

All’UCLA ricordo di aver imparato i nomi di molti test e molte scale. Il Kimura Box Test. Il Two-Point Discrimination Test. La Glasgow Coma Scale, la Glasgow Outcome Scale.

Perfino la scrittura diventa “medica” poiché è un continuo studio del cervello per tentare di capire cosa accade quando si viene colti da tragici cambiamenti.

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Il rimorso e la resistenza della memoria

Le oltre cento pagine del saggio sono attraversate da un’altra insistente sensazione: il rimorso. Nell’incessante attività del ricordare gli eventi antecedenti la morte l’autrice si chiede se la tragedia si fosse potuta evitare. Quando si attraversa il lutto o qualsiasi momento di forte difficoltà la mente si sente colpevole perché ha permesso che la situazione sfuggisse di mano. Ancora una volta l’agonia del controllo degli eventi.

Per tutta l’estate e l’autunno mi ero sempre più incaponita a cercare l’anomalia che poteva aver permesso l’accaduto.
Nel mio spirito razionale sapevo com’era successo.
[…]
Però non ascoltavo il mio spirito razionale.

Nell’incessante ricordare la vita passata assieme a John, i viaggi e le varie collaborazioni artistiche, Joan Didion tenta di scovare quei piccoli segnali che la stavano avvertendo dell’imminenza del futuro dolore. Ad esempio, racconta dei problemi cardiaci che costrinsero il marito a sottoporsi ad alcune operazioni rischiose. Già quell’episodio era una prefigurazione di ciò che sarebbe accaduto? Come se la morte avvertisse tempo prima del suo arrivo. L’autrice ripesca una vecchia credenza, presente anche nei poemi cavallereschi medievali: il moribondo sa in anticipo la sua prossima dipartita. È la verità? O è un altro modo della mente per non accettare l’imprevedibilità della vita?

I superstiti si volgono indietro e scorgono presagi, messaggi di cui non si sono accorti.
Ricordano l’albero che è morto, il gabbiano che si è spiaccicato sul cofano della macchina.
Vivono di simboli.

L’inizio

L’anno del pensiero magico (acquista qui) è una testimonianza dolorosa e sincera di una donna che affronta i primi mesi del lutto. Accanto al disorientamento provocato dalla sofferenza della perdita, l’autrice si sforza nel mantenere una lucidità per descrivere quanto le sta accadendo dentro. Ci sono angosce, rimorsi, dubbi (spesso anche superflui); c’è un’anima vera che non ha vergogna nel mostrarsi vulnerabile.

Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento. Me lo disse lui.

Joan Didion invita ad accettare il cambiamento imprevedibile perché, nonostante tutto, nasconde sempre qualcosa di magico.

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Emmanuele Antonio Serio

È nato il 16 settembre del 1995 e vive a Nocera Superiore, in provincia di Salerno. Si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Salerno. Dopo essersi laureato, con una tesi sulla spiritualità presente nelle poesie di Eugenio Montale e di Carlo Betocchi, prosegue i suoi studi e si laurea in Filologia Moderna, questa volta con un progetto che ha per tema la produzione satirica di Niccolò Machiavelli. Da quattro anni insegna Italiano, Storia e Geografia in una scuola media in provincia di Napoli.
Impiega il tempo scrivendo poesie e racconti, custoditi gelosamente in una cartella del computer. Forse un giorno vincerà la sua proverbiale timidezza e ne pubblicherà qualcuno.

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