Tra le opere candidate al Premio Strega 2026 c’è l’ultimo lavoro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet, 2026). Il romanzo è stato proposto da Massimo Raffaeli con la seguente motivazione:
Scritto in un’unica presa di fiato, «Storia di un’amicizia» è la memoria di un sodalizio umano e letterario ma è anche un personale atto di devozione alla letteratura. Perché Ermanno Cavazzoni, per il tramite del suo lungo rapporto con Gianni Celati, non mira tanto a ribadire una comune poetica quanto a testimoniare una scrittura ritmata sul respiro, sui moti elementari e sui fatti più usuali della vita quotidiana. Dunque il tracciante che delinea la vicenda di Celati qui è il segno dell’esistenza in sé, con le sue luci intermittenti che, pulsando, si espongono in ogni momento alla violenza del buio: ma proprio questo ne segnala la veridicità cioè una conquistata naturalezza.
Storia di un’amicizia è un frammentato monologo che racconta la forte amicizia di Cavazzoni con Gianni Celati, scrittore scomparso dopo una lunga malattia nel 2022. Una storia che sembra scritta di getto, quasi come se si sentisse l’urgenza di preservare la memoria di un rapporto vissuto accanto a una delle figure più singolari nel panorama letterario del secondo Novecento. Un racconto che non segue alcuna cronologia ma si lascia andare alla corrente caotica dei ricordi; anche alcuni passaggi ripetuti danno un sapore di immediatezza, come se le pagine non fossero state oggetto di revisione.
Cavazzoni adopera una lingua parlata e funambolica che riflette i toni dei personaggi e degli eventi che hanno accompagnato questa singolare amicizia nata tra osterie e immagini dell’Orlando Furioso.
Non è una biografia né una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia.
Frammenti di un artista contro
Lo stile frammentato del racconto ricorda le tessere di un mosaico: compito dei lettori, man mano che proseguono nella lettura, è metterle al proprio posto per avere il ritratto completo di un artista controcorrente. Di Celati, Cavazzoni ci regala pezzetti della sua personalità straripante.
Perché quando si sentiva imprigionato in qualcosa, un ruolo, uno stile, un posto, gli veniva da scappare e scappava.
Gianni Celati fuggiva, come fuggivano i personaggi del Furioso, poema amato anche dallo stesso Cavazzoni. Scappava non per codardia ma per amore della libertà che è condizione imprescindibile per chi vuole essere artista con la a maiuscola. Nelle struggenti pagine finali che raccontano la sua morte, sono riportate queste parole: «Non ha mai aspirato a qualcosa che dipendesse dagli altri, come ad esempio fare carriera, affermarsi, accanirsi, avere il cosiddetto successo, che è sempre una sottomissione al parere dei critici, di un pubblico volubile». Celati fu simile ai paladini medioevali e la sua Angelica, o meglio, una delle sue tante Angeliche, fu la libertà. Un desiderio ereditato dal padre che fu trasferito per aver risposto per le rime al direttore.
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Un’altra Angelica fu la scrittura. Celati si sentì investito di questa missione che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni. Durante un’intervista dichiarò:
Chi me l’ha fatto fare di stare sui libri per quarant’anni? Non me l’ha fatto nessuno. Ho creduto che fosse un modo meno indecente di tanti altri di stare al mondo.
Un’investitura che gli costò perfino la salute, soprattutto quando si cimentò nella titanica impresa di tradurre per Einaudi l’Ulisse di James Joyce. Visse di arte in generale perché si interessò anche di cinema e fotografia. Un’Angelica amata e servita con passione e, per tale motivo, davanti a chi millantava una vocazione che in realtà non possedeva affatto, e finiva col massacrare la scrittura con la propria incapacità, Celati mostrava il lato più sanguigno e furioso del proprio carattere.
La scrittura era terapia, per addolcire un malessere interiore che tutti gli esseri viventi sono costretti a sopportare («scrivere è un’attività eminentemente curativa, che fa bene allo spirito, se è tormentato e scontento), ma era anche un’attività continua per raggiungere un qualcosa di cui si aveva bisogno senza sapere bene cosa fosse («Celati scriveva spesso i suoi libri, li aggiustava, diceva, perché lui intanto era diventato un altro, e quindi non c’è mai niente di perfetto e concluso, è sempre un’approssimazione, a cosa? a qualcosa che però non c’è»).
La soddisfazione vera è lasciare qualche seme, come dice Platone, che possa continuare a germogliare; beh i semi magari sono i suoi libri, di Celati, che continuano a vivere e parlare di lui; anzi, sono pezzetti della sua anima, con cui si può continuare a dialogare.
In ultimo, Gianni Celati aveva trovato nella scrittura l’illusione di una possibilità di sopravvivenza dopo la morte: per lui gli esseri umani sono «fatti di parole» e queste «non muoiono».
Frammenti di un mondo alla deriva
In quegli anni dopo il ’97 cercavamo sempre di pescare nella memoria le storie di gente conosciuta o transitata per la nostra vita, o storie imparate per caso e che fossero anche meravigliose, nel senso di destare meraviglia, e fossero un buon esempio di come è fatto il genere umano.
Cavazzoni regala al lettore le tessere di un mosaico di un mondo scomparso. Come accade nel poema di Ludovico Ariosto, anche i paladini di questa storia si imbattono in una folta e variopinta galleria di personaggi strampalati in luoghi dal forte sapore onirico. Il narratore vuole conservare il ricordo degli ultimi, dei disagiati, dei lunatici figli di un’umanità svanita.
E infatti anche le storie che a Celati e a me piacciono sono quelle in cui si racconta di un crollo, di un fallimento, di un andare alla deriva e poi naufragare.
Durante i vari pellegrinaggi, in quelle aree del Po «che a Celati sono sempre piaciute tantissimo» perché ricordavano «i palazzi fatati di Ariosto, deserti, abitati solo dal rimbombo dell’eco e delle ruote degli ingranaggi che pescano sotto nell’acqua», incrociano uomini e donne surreali simili ai protagonisti di una pellicola di Federico Fellini.
C’è lo sfasciacarrozze che afferma che i meteoriti non siano altro che rottami di una civiltà del futuro, c’è il trattorista le cui parole ricordano quelle di precedenti filosofi illustri, c’è il fidanzato che ha visto la propria ragazza fare l’amore in una vetrina con il suo capo durante una sera nebbiosa, c’è poi il poeta che nessuno ha mai visto ma che scrive opere di rara bellezza e… la lista potrebbe ancora continuare! Lasciare spazio agli ultimi perché ognuno di essi è una tessera importante del magma caotico dell’esistenza e portavoce di un pezzetto di verità.
Che la filosofia è sparsa ovunque, e ognuno ne ha una sua variante.
Frammenti di una conclusione
Storia di un’amicizia (acquista) è un racconto leggero e appassionato, divertente e malinconico, dissacrante ed elegiaco, capace di toccare le corde del cuore dei lettori che sanno che le amicizie, ben poche quelle vere, sono un balsamo per sopravvivere ai «brutti tempi che corrono».
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