Cosa resta dopo la salita?

«Cuoio» di Gabriele Cavallini

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Cuoio, romanzo d’esordio di Gabriele Cavallini, pubblicato da Einaudi nella Collana Unici (2025), è una sorprendente rivelazione narrativa. Una mini-saga familiare che racconta di un mestiere, quello del conciaiolo, che, come linfa, irrora le oscure e spietate viscere di Santa Croce sull’Arno, centro della cosiddetta “zona del cuoio”. Una linfa che non ha nulla di vitale, ma che quanto più defluisce tanto più porta al deterioramento delle cose, delle persone.

La storia di Michelangelo Cavalcanti, erede dell’ormai fallita Conceria Cavalcanti e Figli è, difatti, la storia di una sconfitta annunciata. L’incedere quotidiano di questo ragazzo giovane, nei suoi vent’anni, che arranca nel deserto creato dalla scomparsa della madre, dal mutismo selettivo del fratello, dall’ossessione del padre per le piante e il rifiuto di accettare che la conceria di famiglia è fallita, è il perfetto parallelo del conciaiolo che cerca di ritrovare una vita nella più morta delle pelli. È uno spaccato che pone il lettore di fronte alla più spaventosa delle domande: si può smettere d’esistere ancora in vita?

Un sassolino nella ciabatta di Dio

Quello che desideravo, un giorno, era di trovarmi a tavola col nonno e mio padre a raccontare una storia migliore della loro. E concludere dicendo: – Questa è la vita. Non l’altra, quella che mi avete insegnato voi. Imparate la lezione.

Della famiglia Cavalcanti, Michelangelo non è che l’appendice, il filo sfibrato di un maglione liso e consunto, che più viene tirato più rivela la disarmante fragilità della struttura che compone. È il nipote di un conciaiolo di successo, ma di cui ha conosciuto soltanto i fallimenti. Il figlio di un padre che ha cercato di sotterrare le sconfitte come fossero semi, e si è ritrovato anziano in una distesa di erba cattiva. Perché i Cavalcanti sono “il sassolino nella ciabatta di Dio”, una stirpe condannata a cent’anni di solitudine, omaggiando Gabriel García Marquez, ma anche a cent’anni di disillusioni, incomunicabilità, indifferenza; insomma quanto di più distante dal realismo magico di Macondo.

Ogni uomo che ha lavorato per la pelle si è eroso con il cromo. Produciamo manufatti dove continueremo a esistere per sempre. Questo principio d’immortalità determina la nostra solitudine: quella di mio padre e perciò anche la mia. Quella di mio fratello.

Ed è forse nella crudezza di questa saga familiare, nell’asprezza dei terreni avvelenati di Santa Croce, che si coglie l’elemento stilistico più incisivo del romanzo. La lucidità con cui Gabriele Cavallini tratteggia l’ambiente narrativo, la caratterizzazione spietata degli operai, la bestialità dei rapporti – in cui nulla è lasciato al caso e l’avvenire è un brivido che s’accentua pagina dopo pagina – trascinano il lettore in una condizione di parziale appartenenza alla categoria dell’Homo Cromii. La morale si sposta così su un piano fenomenologico fatto di cromo e di cuoio, dove assistiamo alla progressiva dissoluzione della famiglia Cavalcanti, senza tuttavia riuscire a distinguere se in questa storia esistano davvero buoni e cattivi.

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Lo sguardo critico con cui l’autore racconta le vicende si intreccia a quello tecnico, capace di soffermarsi su descrizioni puntuali, quasi scientifiche, del processo di concia. Non è un artificio: la terza di copertina rivela che Cavallini è ingegnere chimico e che ha lavorato per un periodo a Santa Croce, proprio come il protagonista Michelangelo Cavalcanti. Tornano allora alla mente le parole di Simone de Beauvoir: «La letteratura permette di vendicarsi della realtà asservendola alla finzione». Eppure, in Cuoio, il confine tra il vissuto dell’autore e quello del protagonista resta sospeso: quanta finzione si nutre di realtà, e quanta realtà sopravvive nella finzione?

Immaginare Sisifo felice

Questi siamo noi. Due creature che si lanciano una palla sudicia fra gli estremi di un mondo che scompare.

La storia della famiglia Cavalcanti, che è poi la stessa storia della Conceria Cavalcanti e Figli (perché un conciaiolo non smette mai di essere prima uno che lavora la pelle, e poi una pelle in sé) è un racconto postumo, in cui l’unica cosa rimasta è la memoria della perdita. Per questo Michelangelo Cavalcanti si pone la stessa domanda, ostinatamente: «Cosa siamo diventati?». Perché si sa, le aziende falliscono, ma questo fallimento ha inciso nella carne, ha lasciato cicatrici. Quasi come se ci fosse una tara familiare per cui i Cavalcanti non possono esistere privati delle loro pelli, come se la famiglia fosse condannata a dissolversi una volta privata del suo lavoro.

E non so quello che voglio. Non riesco a individuare l’imperfezione in questa pelle. Lo spreco di risorse è il peccato più grande per un conciaiolo. Lo scarto è la ricchezza per gente come noi, non c’è equilibrio che tenga nel mestiere della concia: o prosperi o muori. O ti innalzi in cielo o ritorni alla terra. E noi ci siamo scavati la fossa con le nostre mani.

La strenua perseveranza con cui Michelangelo Cavalcanti va avanti, presentandosi ogni mattina al lavoro dall’ex concorrente Conceria Fucci Vanni, accompagnando il fratello dalla psicologa il lunedì, andando a trovare il padre che sembra preoccuparsi soltanto delle piante, rimanda all’immagine di Sisifo che spinge il suo masso fino alla vetta per poi vederlo rotolare di nuovo a valle. Michelangelo è intrappolato in un mondo che vive di morte: un lavoro che avvelena il terreno e i corpi, che divora famiglie e legami. Una realtà il cui passato gli grava sulle spalle e la cui prospettiva di futuro lo affossa.

E ogni settimana mi sento strappato dal mondo e sotterrato, e ogni settimana rinasco, osservando il perpetuarsi ciclico del gesto che mi elimina dal mondo.

In questo corso e ricorso di desolazione, lungo tutta la trama, c’è qualcosa di alienante: ci si chiede cosa resti per cui combattere. Eppure, il finale del romanzo, spiazzante e ingegnoso, apre uno spiraglio che fa respirare. Come scrive Albert Camus nel suo Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo: «Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Così il finale del romanzo si ancora a un momento preciso della salita: l’attimo in cui il masso si stacca dalle mani, ma non è ancora precipitato a valle. Un istante in cui tutto può essere, in cui c’è dignità nell’accettare la sconfitta, nel capire che il senso dell’esistenza sta nell’accettare che esso non esiste; nell’acquisire consapevolezza dei propri limiti e assumere su di sé il proprio destino.

Camus dice della vita: «essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso». Ed è questo il messaggio che arriva chiudendo Cuoio (acquista), o forse quello che vorremmo dire noi a Michelangelo Cavalcanti. Poco importa, se siamo tutti accomunati dalla salita.

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Mavi Soda

Classe 2003, studia Psicologia Cognitiva a Londra. Da sempre coltiva un amore per tutto ciò che riguarda le parole, che ritiene la più grande invenzione della storia, per citare David Peterson. Ama scrivere e inventare storie, leggere e rileggere; fa le orecchie alle pagine più spesso di quanto le piaccia ammettere.

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