«Il tarlo del critico», Pedullà osserva il mondo con le armi della letteratura

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Il tarlo del critico, a cura di Tommaso Pomilio e Carlo Serafini e edito dalla Giulio Perrone Editore, è l’ambizioso progetto di una museale opera – ricorda quasi una mostra organizzata per celebrare l’autore – che con vari contributi saggistici mira a ricostruire la storia di Walter Pedullà per celebrare i suoi novant’anni. Questi contribuiti riguardano la vita di Pedullà attraverso aneddoti ricordi e osservazioni di chi lo ha conosciuto e studiato, che illuminano il lettore soprattutto circa la sua militanza come critico. Ed è sul ruolo e sullo statuto del critico che questo museo riflette, esponendo quadri sempre diversi che accolgono lo spettatore nel viaggio della scoperta e del ritorno, il ritorno all’idea di critico. Un atto dovuto questo nei confronti di un intellettuale che ha offerto nuovi spunti riguardo a moltissimi autori.

il tarlo del critico pedullà

Essere un critico

Che cosa significa essere un critico? Soprattutto, che cosa significa essere un critico militante.  Il miles, quel soldato che combatte un nemico, non si addice all’idea di critico che milita poiché se milita non combatte contro i nemici, ma contro la superficie delle cose. Forse ciò che fa un critico non è altro che tirare pugni a un vetro, senza paura di sanguinare e con le nocche ancora rosse si immerge dentro l’abisso. Con il soldato, in realtà, il critico militante condivide la necessità della strategia, l’intuito e la consapevolezza e capacità di distinguere e discernere. Dis cernere, saper separare gli elementi fondamentali per scavare a fondo. Un tarlo, quello del discernimento della letteratura, che fin dall’inizio del saggio capiamo essere costitutivo in Pedullà.

Il tarlo del critico si apre, infatti, con un ritratto che dipinge il giovane Walter, uno che leggeva tutto. Lo descrive così Giulio Ferroni nella Prefazione. Dal suo modello Giacomo Debenedetti Pedullà ha saputo apprendere e anche evolversi, indagare a fondo alla realtà della letteratura ma anche alla letteratura della realtà. Questa letteratura come metafora di ciò che ci circonda illustra la necessità di essere in grado di analizzare il libro quasi per essere in grado di analizzare il mondo, per innalzare la nostra mente a cose alte. Non la ricerca di una sterile erudizione, ma nella nobile ambizione dell’autoconsapevolezza. Pedullà viene definito critico energetico in quanto provoca esplosioni ed implosioni in ciò che osserva: all’interno viviseziona, esplora, in un processo carnale, tattile, per poi estrarre dal testo il non detto, il taciuto, il nascosto.

Il comico e il tragico

In quello che abbiamo definito un museo troviamo quadri letterari, dalla critica dell’Orlando furiosa a quella fatta a Svevo, forse il “preferito” di Pedullà, ma anche riferimenti e studi sullo stile del critico, una critica del critico. Sembra quasi di conoscerlo questo geniale conoscitore del mondo letterario e quindi del mondo in generale, ex professore di tanti degli scrittori che hanno deciso di contribuire al progetto.

Da Pedullà impariamo che saper analizzare un’opera non significa necessariamente ricostruire in maniera fredda e accademica lo stile dell’autore, il suo contesto storico, ma anche e soprattutto riconoscere che valore possa avere per noi. Lo stesso meccanismo si applica nell’analizzare Pedullà stesso. L’Orlando non ha semplicemente il topos della follia, che ritroviamo anche nel Novecento, ma diventa una chiave di lettura per la realtà in cui comico e ironico costruiscono ancora più veementemente il tragico. Il dramma e il melodramma è una chiave però attraverso la quale analizzare Pedullà. L’interesse al tragico gl appartiene poiché riguarda la stessa condizione dell’uomo, in quanto la vita stessa è tragedia. Eppure, in Pedullà come in Dario Fo, è il riso il modo di leggere il mondo.

«Il tarlo del critico» e la fede nel cambiamento

Sembra un paradosso – e in realtà Pedullà amava ricercarne – come paradossale è un mondo tragico in cui si è prigionieri di dogmi. Quei dogmi, però, possono essere vinti proprio dal comico, dall’ironia, dal riso. Italo Svevo, nella critica di Pedullà, è manifestazione di come con le armi della letteratura la vita possa diventare da tragedia a commedia, per questo va compresa, analizzata, anzi, vivisezionata fino in fondo. Ne va interiorizzato il costante cambiamento e metamorfosi. Il pluralismo è ormai ciò che domina tutto già dal Novecento, nel nostro mondo letterario e non regnano la metamorfosi e la molteplicità, quest’ultima una delle Lezioni americane di Italo Calvino.

Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea di una enciclopedia aperta, aggettivo che certamente contraddice il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo, rinchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.

Italo Calvino, Lezioni americane

In questa enciclopedia aperta tutto è vario e incostante, in questa dispersione Pedullà rivive nella fede nel cambiamento. Tutto ciò permette di pensare al di là dei dogmi imposti dall’esterno, fuori dal testo, fuori da noi per essere dentro di noi. Critici, attenti, vivi, pronti a combattere.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell’ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Svolge anche il ruolo di editor e copywriter. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità». Come dice il suo autore preferito, la vita è una cosa troppo seria per essere presa sul serio e quindi attenzione: può contenere sarcasmo.

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