Nella stanza delle piccole cose è un romanzo dello scrittore giapponese Masateru Konishi, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 2019 e arrivato in Italia nel 2025 per Garzanti. Il libro si muove su un terreno intimo e silenzioso, dove la narrazione procede per gesti minimi, ripetizioni quotidiane, variazioni impercettibili dello stato mentale dei personaggi. Al centro del romanzo c’è la memoria, osservata non come archivio ordinato del passato ma come spazio fragile, instabile, esposto alla perdita.
Accanto a questo tema, Konishi intreccia quello del legame intergenerazionale e del racconto come forma di cura: raccontare e ascoltare diventano pratiche necessarie per restare presenti, per riconoscersi, per resistere allo sfilacciarsi dell’identità. In questo quadro delicato si inserisce anche una dimensione narrativa affine al giallo, non tanto come struttura di genere quanto come esercizio mentale, come tentativo di dare ordine al caos e senso a ciò che sfugge.
«Nella stanza delle piccole cose»: la trama
La vicenda è costruita attorno alla figura di Kaede, una giovane insegnante che trascorre le sue giornate accanto al nonno, affetto da una forma di demenza che altera progressivamente la sua percezione del reale.
Ogni sera, quasi sempre allo stesso modo, Kaede prepara una tazza di tè e si siede con lui in una stanza della casa, uno spazio protetto e circoscritto dove il tempo sembra rallentare. Qui iniziano i racconti: storie inventate o veri misteri, frammenti narrativi che hanno il compito di intrattenere ma soprattutto di mantenere un contatto. La trama non procede per considerazioni lineari o colpi di scena eclatanti. Al contrario, Konishi sceglie una narrazione fatta di piccole variazioni, di sospensioni. La malattia del nonno introduce una costante instabilità: ciò che oggi è chiaro, domani può essere dimenticato e ciò che sembra perduto può riemergere improvvisamente.
In questo andamento irregolare si inseriscono gli elementi di mistero, che non servono a costruire tensione spettacolare ma a rendere visibile il lavoro della mente, lo sforzo di collegare indizi e ricordi per tenere insieme una storia personale e narrativa allo stesso tempo.
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Il racconto giallo come linguaggio comune
Il rapporto tra Kaede e il nonno si fonda su una forma di comunicazione precisa: il racconto.
Le storie che Kaede narra rispondono a un bisogno concreto di connessione. Il nonno, prima dell’avanzare della malattia, era un lettore attento, appassionato in particolare di romanzi gialli, e questa passione diventa il terreno su cui Kaede costruisce il dialogo. I riferimenti al genere giallo non hanno una funzione meramente citazionistica: risolvere misteri ed enigmi diventa un esercizio di logica, un modo per stimolare il ragionamento, per invitare il nonno a partecipare attivamente, a formulare ipotesi, a seguire piste narrative. In questo scambio, la lettura e il racconto assumono una valenza profondamente affettiva perché sono il luogo in cui il nonno non è solo un malato da assistere, ma una mente ancora capace di intervenire e di riconoscersi.
Konishi costruisce così una riflessione sottile sul potere della letteratura, che non salva e non guarisce, ma permette di reagire e condividere un orizzonte di senso anche quando la realtà esterna diventa confusa.
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Intelligenza e memoria si intrecciano Nella stanza delle piccole cose
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è sicuramente la rappresentazione del nonno, lontana da ogni semplificazione o pietismo. La malattia a corpi di Lewy, con le sue fluttuazioni cognitive e le sue alterazioni della percezione, non viene usata come espediente narrativo ma come condizione concreta, con cui i personaggi devono fare i conti ogni giorno.
Eppure Konishi insiste su un punto fondamentale: la malattia non cancella l’intelligenza. Nei momenti in cui ascolta i racconti di Kaede, il nonno dimostra una capacità di osservazione acuta, una sensibilità ai dettagli, una lucidità intermittente ma autentica. Questi momenti non sono idealizzati, durano poco, si interrompono bruscamente, a volte lasciano spazio al disorientamento. Tuttavia, sono sufficienti a mettere in crisi l’idea che l’identità coincida esclusivamente con la continuità della memoria.
Il romanzo suggerisce, senza mai esplicitarlo, che l’intelligenza non è solo accumulo di ricordi, ma anche presenza, attenzione, risposta emotiva. In questo senso, Nella stanza delle piccole cose (acquista) è anche una riflessione sul modo in cui guardiamo alla vecchiaia e alla malattia, e su quanto siamo disposti a dare valore a ciò che resta, invece di concentrarci unicamente su ciò che viene perduto.
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