Qual è il destino di chi si riconosce irrimediabilmente estraneo alla strada già tracciata per tutti? Di chi percepisce l’inadeguatezza radicale tra il proprio essere e le forme imposte, come «un prestante cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi», costretto a galoppare tra aspettative e desideri inconciliabili?
Il fallimento del sogno americano
Una voce eloquente di questa condizione è quella di Esther Greenwood, protagonista della Campana di vetro, l’unico romanzo di Sylvia Plath, che ne ricalca la biografia tormentata dalla depressione e testimonia un malessere esistenziale e generazionale profondo. A farle eco, con un altro linguaggio, ma con la stessa urgenza, sono le figure che abitano le canzoni di Sounds of Silence – l’album di Simon & Garfunkel, il duo simbolo del folk americano degli anni Sessanta. Due codici espressivi diversi, un’identica traiettoria emotiva: la crescente sensazione di estraneità, di oppressione, di frattura tra le parti. Un disagio che, in embrione negli anni Cinquanta, esplode nel decennio successivo, lasciando una scia di voci spezzate e interrogativi irrisolti. In questa prospettiva, l’album musicale del 1966 diventa non solo la colonna sonora ideale del romanzo, ma un amplificatore in un’altra dimensione sensibile, altrettanto dolente, altrettanto necessaria.
«Io sono, io sono, io sono». Un promemoria che Esther, brillante studentessa divoratrice di borse di studio, ripete a se stessa quasi per convincersene. Intanto, getta i suoi vestiti newyorkesi dalla finestra. È una verità che cerca di conservare intatta, nonostante il mondo gliene imponga un’altra: «tu devi essere». Dopotutto, la narrazione del sogno americano si regge su dei comandamenti calati dall’alto per garantire la felicità.
Ma il successo equivale davvero alla felicità? Paul Simon e Art Garfunkel suggeriscono una verità ben più amara quando, su un ritmo vivace e quasi allegro, svelano che la meravigliosa vita di Richard Cory – raccontata attraverso gli occhi di un suo dipendente che lo ammira e desidera ardentemente la sua vita – si rivela una farsa nel momento in cui si pianta una pallottola in testa.
Allo stesso modo, i risultati accademici e la promessa di un futuro raggiante non salvano Esther dalla depressione. Il personaggio della Plath si scopre padrona di niente di fronte all’albero di fichi, l’albero delle infinite possibilità: ogni frutto è a portata di mano eppure irraggiungibile. E più non riesce a scegliere quale cogliere, più l’aria intorno a lei si fa irrespirabile e asfissiante, fino a che una campana di vetro non cala sopra la sua testa.
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«Hello darkness, my old friend»
Dove rifugiarsi se non al buio e nel silenzio? Il silenzio è ovunque, sia nella Campana di vetro che nell’album del 1966: è la risposta di una società che non sa che farsene della sofferenza psichica, ma anche l’unica uscita d’emergenza per chi non riesce a comunicare il proprio dolore. «People talking without speaking, people hearing without listening»: attorno a Esther tutti parlano, ma nessuno dice nulla, e nessuno è disposto ad ascoltare davvero. Sua madre, i medici, le compagne le impongono soluzioni senza mai chiederle cosa provi. «Hello darkness, my old friend» sembra sussurrare lei, quando la cerca nel sonno l’oscurità, nell’ombra, nella morte. In tutte quelle espressioni della stessa necessità, «le mille mobili forme e i mille anfratti», che somigliano «alla cosa più bella del mondo».
«La campana di vetro»: essere roccia per non sentire più
Meglio non dire nulla, meglio scomparire dalla scena, sottrarsi allo sguardo distratto e indifferente di coloro per i quali si è già invisibili. Nella società delle persone felici – o, più esattamente, di coloro che performano la felicità come norma sociale – si esiste solo nella misura in cui si aderisce al modello dominante. Non basta esserci: bisogna mostrarsi in una forma riconoscibile. Chi coglie la messinscena collettiva e sceglie di sottrarvisi, viene silenziosamente espulso dal campo del visibile, come qualcosa da ignorare, da rimuovere, da far sparire. Qualcosa, insomma, di irrilevante.
Viene quasi da pensare che Paul Simon avesse in mente proprio Esther Greenwood scrivendo «I have no need of friendship, friendship causes pain. […] I touch nobody and nobody touches me». I am a Rock sembra cucita sulla protagonista della Campana di vetro (acquista), che sceglie di non amare, di smettere di sentire, farsi isola, roccia impermeabile al dolore. Si distacca volontariamente e si veste di un’armatura fatta di libri e di poesia, che però si rivela presto una trappola quando anche il futuro accademico smette di offrirle certezze.
Chi resta sotto il vetro
«Io sono, io sono, io sono». Ma se è questo ciò che è, ha senso continuare a vivere? Se neppure trasformarsi in pietra è servito a salvarla, perché non lasciarsi semplicemente andare? «Quando si è sconfitti, si è sconfitti». Esther escogita la morte migliore, ma nemmeno il suicidio le riesce. E così, come si è abbandonata al fascino della morte, si lascia curare con elettroshock e insulina.
In conclusione, la domanda resta sospesa: qual è il destino degli irrilevanti? Addormentarsi facendo finta di essersi dimenticati il gas aperto, come in A Most Peculiar Man? Oppure essere più fortunati, guarire, salvarsi, come Esther, ma con la sensazione che la campana di vetro potrebbe, da un momento all’altro, richiudersi su di lei? In fondo, lei è cambiata, ma il mondo è rimasto lo stesso, sempre governato dai soliti ingranaggi che girano ignorando la poesia.
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