Insoddisfazione professionale, burnout sempre più ricorrenti, una confusione emotiva, sentimentale e perfino politica che finisce per infiltrarsi in ogni gesto della vita quotidiana. È una crisi profonda quella attraversata da Christian Raimo in L’invenzione del colore (La nave di Teseo, 2026), romanzo in cui la deriva personale affonda dentro una ricerca ostinata nel passato: dentro la storia del padre, dentro la memoria familiare, dentro un mitico Novecento industriale. Cercare il padre, per Raimo, significa tentare di «comprendere la propria angoscia e aggiustare un’ammaccatura interiore».
La vita, in queste pagine, assomiglia a una sabbia mobile: non si può restare fermi, ma nemmeno muoversi. E l’unico modo per non sprofondare è abbandonarsi e galleggiare, aspettando che emerga qualcosa a cui aggrapparsi con tutte le forze. Quel qualcosa, per Raimo, è un sogno. Un sogno in cui il padre ritorna, riappare e lo chiama. Il romanzo è stato candidato al Premio Strega 2026 su proposta di Luciana Castellina, con la seguente motivazione:
«L’invenzione del colore» è un romanzo che parla di amore, di malattia, di lotte, di lavoro, di famiglia, di cinema, di scuola, di Dio. Ne parla pensando a quello che abbiamo perduto: la capacità di trovare nell’intelligenza collettiva della “classe operaia più colta e intelligente del mondo” un’ispirazione per trasfigurare non soltanto l’intera società ma l’immaginario dei nostri desideri e dei nostri sogni. Ne emerge un testo pieno di interrogativi che il narratore fa a sé stesso e al mondo, da cui è difficile non rimaner coinvolti.
My father’s house
Perché sta sempre co sto peso in corpo, eh? se lo po’ toglie per cinque minuti sto peso dal corpo?
È un suo studente a riportarlo davanti alla propria inquietudine. Raimo, infatti, è un insegnante schiacciato dal peso burocratico della scuola, dai dubbi sul ruolo educativo, incapace di evitare che il rapporto con ragazzi e genitori esondi nella sua vita privata.
Vita privata che ruota intorno a Gadda, il suo centro di gravità emotivo e «coscienza politica». La relazione con lei, però, è ormai raffreddata e minata da frustrazioni, incomprensioni, stanchezze reciproche. Lo accusa di non volersi assumere alcuna responsabilità, di essere opaco, di non perdonarsi nulla, di rimuginare su tutto. E, in più, di vivere una vera e propria ossessione, una forza inerziale che lo trascina ancora più in basso.
Da qualche tempo, infatti, Raimo ha iniziato a sognare suo padre. Non come si sogna un defunto, ma come si ritrova una persona dopo un lungo periodo di assenza. Raffaele Raimo, dipendente, poi dirigente della Technicolor, protagonista dell’invenzione dell’ENR, un procedimento che ha trasformato il trattamento del colore nel cinema internazionale.
Leggi anche:
Annunciata la dozzina del Premio Strega 2026
Proprio quel colore – che nei laboratori serviva a correggere, saturare, trattenere la luce – finisce per diventare anche il modo in cui il figlio prova a illuminare il proprio passato senza farsi accecare.
Nasce da qui l’inchiesta che sostiene il romanzo: una discesa nel passato del padre con cui Christian ha avuto un rapporto non lineare né pacifico, ma attraversato da tensioni irrisolte. Un tentativo di ritornare in My father’s house, di springsteeniana memoria, per dare un nome al senso di smarrimento che lo accompagna mentre il lavoro perde significato, i rapporti si sfibrano, la realtà sembra disfarsi in una stanchezza senza tregua. Nella consapevolezza di assomigliargli a questo padre, nonostante tutto.
Ma L’invenzione del colore non conduce a una verità risolutiva, bensì a una riconciliazione tanto reale quanto imperfetta. E, nel percorso verso questo esito, Raimo porta con sé i lettori tra le pieghe di un mondo che c’era e non c’è più: quei decenni indimenticabili di un sogno collettivo, del lavoro collettivo, di un destino collettivo. Anche questo, soprattutto questo, è stato il Novecento.
Il mondo che c’era e non c’è più
Mio padre è il Novecento, il fordismo, il clangore, la prossemica delle sigarette che continuano a essere agitate in una stanza fumosa, le discussioni continuamente avviate, lo scintillio del tabacco che brucia rilasciando nell’aria un profumo che indica che la cenere si sta spegnendo oppure sempre un’altra possibilità.
Un padre chimico e inventore, figura mitologica dell’infanzia. Uno di quegli uomini cresciuti dentro il potere del lavoro, per cui aveva un rispetto che sconfinava nell’idolatria. Il luogo della più grande teofania: una promessa di riscatto sociale, una disciplina morale, perfino una forma di salvezza.
Gli ex colleghi lo raccontano come un uomo dalla retorica travolgente. La sua prima arma di redenzione, la parola, usata per essere all’altezza di chi poteva più di lui. Finché, negli anni dell’incanto novecentesco, non entra e si fa strada nell’eldorado della Technicolor: la possibilità di costruire il suo piccolo grande impero, materiale e simbolico. La casa, l’automobile, la sicurezza economica, il futuro dei figli: ogni conquista coincide con l’idea di essere finalmente entrato dentro il tempo della Storia, di aver afferrato una piccola porzione di uno splendore alla portata di tutti.
Un tempo che produceva bellezza, in cui in fabbrica e nei laboratori si entrava con la testa alta, con orgoglio, identità e appartenenza, consapevoli di star partecipando a una stagione unica e irripetibile. Reds, L’ultimo imperatore, Coppola, Spielberg: la storia del cinema passava per via Tiburtina. Un mondo di persone che lavoravano insieme per inventarsi il colore.
Ma, se è vero che cercare è tendere verso ciò che si crede di conoscere, significa anche esporsi al sorprendente, al deludente, al martello che si abbatte sulle impalcature delle costruzioni idealizzate.
Leggi anche:
Cose da grandi, occhi di bambina
Così Christian Raimo, mentre scava nell’archivio del Novecento incarnato dal papà, nel tentativo di riconoscere i lineamenti di quella depressione paterna che avverte identica alla sua – una maledizione ereditaria, una scaramanzia da cui occorre liberarsi – finisce per imbattersi anche nelle ombre di quell’uomo. Scopre i licenziamenti compiuti da Raffaele in nome della logica aziendale della Technicolor, ormai avviata verso il tramonto, pronta a divenire presto un mammut dismesso, una novella Bagnoli.
E insieme riaffiorano le ferite aperte e i tristi reperti del miracolo economico: le morti novecentesche, moderne, animali, consumate lentamente nell’esposizione quotidiana alle sostanze tossiche dei laboratori chimici.
Quella raccontata da Raimo è allora anche la fine di un mondo, la fine di un sogno. Nel romanzo, il passaggio dalla pellicola al digitale non coincide semplicemente con una trasformazione tecnica, ma con la scomparsa di un certo modo di guardare, produrre e abitare le immagini. Non è il cinema che muore, ma un certo cinema, il grande coprotagonista del romanzo, quello di Raffaele Raimo.
L’incanto o la morte?
L’invenzione del colore è anche un libro sui passaggi irreversibili della storia industriale italiana, sulle metamorfosi del lavoro e sulle macerie lasciate dall’idea di progresso. La dismissione della Technicolor non coincide soltanto con la chiusura di uno stabilimento: rappresenta piuttosto il momento in cui un intero immaginario collettivo rinuncia all’idea di poter continuare a incidere sul presente e sui suoi destini. È la ratifica, insieme brutale e inattesa, della fine di una straordinaria avventura novecentesca.
Leggi anche:
Quando ormai non si muore più
E allora qual è davvero il lascito dell’invenzione del colore, dell’ENR? Certo, la poesia visiva. Ma nel romanzo di Raimo assume anche un’altra forma. È la morte lenta dei corpi consumati dal lavoro, è l’alienazione materiale e mentale che si deposita nelle vite, nei rapporti, persino nelle generazioni successive.
In questo senso, L’invenzione del colore (acquista) si inserisce dentro una tradizione di letteratura industriale che, spesso guidata da uno sguardo ideologico e apocalittico, ha preferito interrogare le ombre del progresso piuttosto che indagarne il mito. Più che il genio delle invenzioni, i prodotti diventati storia o museo, ciò che quelle stesse promesse hanno lasciato dietro di sé: solitudine, degenerazione, illusioni infrante. Ma davvero gli anni dell’incanto industriale italiano devono essere per forza raccontati così?
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!


Molto acuta la riflessione di Tortora sul parallelo tra l’invenzione chimica del colore e l’esigenza narrativa del protagonista, il colore serve a ‘correggere, saturare, trattenere la luce’, e Raimo fa lo stesso con la memoria: usa la scrittura per illuminare il passato paterno senza farsi accecare dal dolore o dalle idealizzazioni. È una lettura critica densa, che restituisce al libro la sua complessità poetica.” Bravo Riccardo!….