Irène Némirovsky: l’uomo e la donna come misura base

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Irène Némirovsky

«Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo». Sono le parole di Irène Némirovsky del 13 luglio 1942 ad Albin Michel, suo editore. Una lucida e amara intuizione. Dopo i primi passi nella neve di una Kiev ancora zarista e una nuova lingua con cui fiorire come scrittrice offerta da Parigi – a un mese da quella lettera, viene arrestata e deportata ad Auschwitz, dove morirà poco dopo.

La guerra, un acceleratore di verità

Quella consapevolezza della fine, Irène Némirovsky l’ha trasformata in lucidità. Le è servita per tenere gli occhi aperti dentro la tempesta, dentro l’incubo rappresentato dal rumore cadenzato degli scarponi dei soldati della Wehrmacht alle porte di Parigi e dalla fuga improvvisa dalle proprie case.

Testimone e vittima dell’invasione, del crollo di un ordine storico e personale, sceglie di distaccarsene. Guarda il mondo come da dietro un vetro, come se nulla potesse più toccarla. E da quel cantuccio sicuro, osserva e mette a nudo l’uomo, cogliendone l’essenza nitida e precisa.

Come «non ci si può illudere di conoscere il mare se non lo si è visto nella tempesta come nella quiete», così non si possono giudicare gli uomini se non li si è osservati in tempo di guerra. Per la scrittrice, la guerra è un acceleratore di verità: non cambia le persone, le rivela. Rivela, in primo luogo, la loro capacità – o incapacità – di essere all’altezza della Storia, di fronte a essa.

Di quel nucleo di opere partorite tra il 1941 e il 1942, quando la scrittura è stata per Irène un martirio ben messo in conto, il frutto più degno non può non essere Suite francese: la sua grande sinfonia incompiuta. Un libro scomodo, un nuovo ritratto della Francia con cui fare i conti – non di certo una nazione eroica e fiera, ma impaurita, disordinata, abitata da compromessi e istinti primari di sopravvivenza in Tempesta in giugno; e, in parte, addirittura innamorata dell’invasore tedesco in Dolce.

E al centro, sempre, l’uomo e la donna, come misura base. In Suite francese il sentire è collettivo e la sua espressione privata, irripetibile, personale. «Devo calibrare storia e sentimenti dell’uomo», annota nei suoi appunti: è il monito continuo che sorreggeva la struttura nascente dell’opera. Insieme, la memoria e l’eterno.

Portare la guerra nella pace

Sotto quale forma, invece, si manifesta la Storia nei romanzi della Némirovsky del decennio precedente all’invasione nazista? Non attraverso i campi di battaglia e i grandi attori nel destino dell’Europa, ma nelle pieghe degli effetti sottili e profondi della Prima Guerra Mondiale. La Storia penetra i suoi racconti perché si è già insinuata negli uomini e in ogni gesto quotidiano, ha incrinato i legami e sbriciolato ogni vecchia certezza. Dopo il 1918, la crudeltà smette di esprimersi con la violenza delle bombe, dei proiettili e delle baionette, ma non ritira la mano con cui agisce: sopravvive in forma latente, nella vita di quelle generazioni che hanno portato con loro la guerra dentro la pace, rendendo aspra e inquieta la normalità. 

La quotidianità del vivere, anziché essere curata e protetta, viene consumata dagli uomini stessi, ormai incapaci di amarla e di trovarvi rifugio. Prigionieri di un nuovo mal du siècle, spogliato di ogni fascinazione romantica: non più estetizzato né sublimato in immagini decadenti, ma crudo, asciutto, interamente reale. Un disagio nato, certamente, dagli orrori delle trincee, capaci di annientare ogni idealismo, ma anche dalla caduta delle grandi narrazioni patriottiche, già all’indomani dell’armistizio. E forse, ancora, da quella scossa interiore provocata dal repentino passaggio dall’essere parte di un soggetto collettivo – l’esercito, la patria, la causa – a vestire una coscienza individuale e contraddittoria, esposta al dubbio e al disincanto

Un male sotterraneo che – senza bisogno di dichiararsi – divora la vita dall’interno, anche quando sembra lasciarla intatta.

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Altri due filtri: la famiglia e l’amore

Per indagare le dinamiche psicologiche individuali e collettive, per dare forma e voce al mal du siècle che attraversa i suoi personaggi, Irène Némirovsky non affida la penna alla teoria: sceglie ancora una volta dei filtri, antichi quanto la letteratura stessa: la famiglia e l’amore

La prima è il teatro primordiale dell’umano, dove ogni affetto si intensifica e ogni tensione si disvela. Un microcosmo che raccoglie, in proporzioni condensate, tutto il bene e tutto il male del mondo. L’amore, invece, è un codice: la più elementare delle cellule narrative, il pretesto attraverso cui mettere in scena l’ambivalenza profonda dei sentimenti. Insieme, energia generativa e forza corrosiva.

Così, sotto la superficie, si agitano le fratture, le contraddizioni: nell’uomo, nella donna, tra l’uno e l’altra. Uomini tornati dalle trincee svuotati, abitati da una sola ombra muta. Uomini affaticati da un’insoddisfazione esistenziale, da un disinnamoramento della vita, da una debolezza che avvertono e detestano.

“Quella cosa”, quello strano sguardo nel vuoto, uno sguardo che ha visto tutti gli orrori possibili, tutte le miserie, tutte le paure; quel disprezzo per la vita e l’acuto desiderio dei suoi piaceri più prosaici, più carnali.

Le donne, al contrario, reggono. Attendono. Più ostinate, più tenaci nella sensibilità, più solide nelle cadute. Non risultano vincitrici, ma nemmeno spezzate. Non si umiliano, non si abbandonano quasi mai al rancore. Se perdono, silenziose, lo fanno con grazia

Un percorso in tre romanzi

Uomini e donne di questa natura sono i protagonisti di tre romanzi scanditi nel tempo: Il malinteso (1930), Due (1939), I falò dell’autunno (1957, postumo). Opere attraversate da un filo conduttore, da una stessa temperatura emotiva che si condensa nell’«accettazione del dolore come testimonianza di una vita sanguinante». Il dolore dell’incomunicabilità, delle corse cieche verso un benessere istantaneo, dell’incapacità di salvare l’altro, anche quando si crede di amarlo e lo si guarda soffrire

Irène Némirovsky costruisce questi romanzi secondo un fragile equilibrio tra profondità e leggerezza, tanto che si potrebbe essere tentati di definirli – in prima battuta – carezzevoli, salvo poi scoprire quanto poco dolce e quanto tragicamente spietato sia quel sentimento che accompagna chi non riesce a essere felice, chi cerca un senso in ogni sorta di piacere, chi consuma ogni energia nel vano tentativo di restare integro mentre tutto, intorno e dentro, si sgretola.

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«Il malinteso» e «Due»

Si apre come una favola, Il malinteso: un amore extraconiugale nato nell’innocenza di un’estate sulle coste franco basche. Come un inno dionisiaco alla giovinezza, alla sensualità, all’illusione che vivere davvero significhi abbandonarsi al piacere, Due

Ma fin dalle prime pagine, si muove un’altra materia: quella delle attese disilluse. Svegliate dall’incanto, due giovani donne, Denise e Marianne, affidano i propri sogni d’amore alle mani incerte di uomini incapaci di raccoglierli. Yves e Antoine non sanno più amare. Il sentimento non attecchisce più e tutto si consuma in fretta, per istinto, per paura. 

Némirovsky sembra voler suggerire al lettore che l’amore è un lusso. E non solo perché può essere minato dalle differenze economiche o sociali – che non risultano in nessun altro romanzo così decisive come nel Malinteso –, ma per il fondamento silenzioso dell’essere che questo lusso presuppone: una stabilità interiore che manca ai personaggi maschili. Yves, ex soldato impoverito e reinventatosi impiegato, si porta addosso la stanchezza dei compromessi, l’umiliazione per le ristrettezze economiche. Antoine, reduce di trincea, è ormai tutto proteso verso una voluttà senza domani che anestetizzi la memoria e il «lato sordido» della vita.

Le spinte centrifughe della condizione maschile livellano i due uomini. Al contrario, la donna evolve. Denise – primo personaggio femminile nato dalla penna di Irène – è ancora ovattata dalla campana di vetro fanciullesca del privilegio. Figlia unica di industriali e giovane sposa di un marito ricchissimo, pretende che l’amante si immerga nel suo sogno d’amore totalizzante, soffrendo per i gesti di Yves, senza cercare in essi un senso. Marianne, invece, pur partendo dallo stesso punto, matura: conosce il lutto, comprende i limiti di Antoine, e accetta di amare anche nell’imperfezione

Entrambe «si inoltrano nelle vie perigliose dell’adulterio»: ma ciò che per Denise è un capriccio studiato e consigliato dalla madre per attirare Yves, per Marianne è la ricerca di una certa felicità. E non si può perdere la dignità se l’obiettivo è essere felici.

«Ti senti depravata, tu, Marianne?»

«No. Cerco solo la felicità.»

I finali sigillano questa traiettoria: nel Malinteso (acquista), solo dopo aver perduto Yves – fuggito in Finlandia schiacciato dai debiti, senza dirle addio – Denise diventa donna. Lei, che aveva gridato al mondo la sua tristezza, scopre che la felicità esisteva, discreta, nei piccoli gesti.

La felicità lascia l’amaro in bocca, ma “era quella la felicità”.

In Due (acquista), accade il contrario: è Antoine, stremato dalle questioni familiari e lavorative, a comprendere che l’essere due, il matrimonio – se custodito – è una forza. Marianne, però, non lo segue: lo precede. Lei questa verità la conosceva già. E lo aspettava.

La passione sembra un dono di Dio, “troppo bello per essere vero”. Si sente che Lui ce la concede solo per un certo tempo; una cosa così, invece, è tutta nostra… conquistata a fatica, accumulata lentamente, distillata come un miele.

«I falò dell’autunno»

Leggere I falò dell’autunno (acquista) dopo i romanzi precedenti significa ritrovare dinamiche simili, ma sotto il segno di una nuova trasformazione. Ciò che muta non è l’animo dei personaggi, ma la loro esposizione alla Storia. Scrivere a Parigi nel ’41 non è come scrivere nel ’38.

Irène Némirovsky compone qui un mosaico più ampio: un’epopea domestica, fatta di trent’anni di Novecento francese, vista dal basso, attraverso la traiettoria di una piccola borghesia parigina investita dal vento delle contingenze storiche. Un affresco che le consente un passo ulteriore.

Bernard Jacquelain è il nuovo volto di Yves, il suo erede diretto: parte per la Grande Guerra con l’entusiasmo cieco dell’adolescenza e ne torna con il «palato corroso come dal più forte dei liquori». Uomo-lupo cinico e famelico. Non cerca il senso, ma il possesso. Vive per il denaro facile, si lega a corrotti, speculatori, mercanti d’armi. E accanto a lui, come un controcanto dolente e silenzioso, c’è Thérèse

Lei sola sa vederlo intero anche quando lui si vede a metà. Lei sola non cerca la salvezza nel piacere, nella vendetta, nella sostituzione. Non si innamora di lui per urgenza. Dopo la morte del primo marito, l’integerrimo e brillante Martial, Thérèse resta fedele al suo fantasma per non tradire se stessa. Il matrimonio con Bernard non è esattamente felice: lui la lascia da parte per l’effimera Renée e arriveranno a separarsi. Ma Thérèse non cede alla disperazione né all’umiliazione. Attende. Non l’uomo – ma la verità di quell’amore, la vita che vuole davvero. Crede profondamente nella propria verità, perché sa che «è nella verità». Lei, non gli altri. Lei, che trionferà.

Alla fine, la Storia chiude il cerchio. Le illusioni della «generazione senza scrupoli» svaniscono e Bernard parte per un’altra guerra. Thérèse, con uno spirito di sacrificio tutto femminile, resiste. Riavrà Bernard, ma non lo stesso.

«Non può tener legato a sé il Bernard di oggi. Lo lasci in pace, dimentichi. Domani verrà un altro Bernard. […] Vedi, sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita, questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose. Vedrete, vedrete…»

Quello sceso dal treno è un altro uomo. «Cambiato, maturato, migliore – e finalmente, suo, soltanto suo», con l’anima rigenerata dai falò dell’autunno.

Aveva ragione lei, Thérèse. Forse, la donna più compiuta di Irène Némirovsky. Non la più fortunata, ma la più degna. Una donna che la Storia ha tentato di cancellare, ma che le sopravvive. Come Irène. Nella parola di Irène.

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Riccardo Tortora

Classe 2002, romano attualmente residente a Milano, studia Editoria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Appassionato di letteratura e tipografia, ama vivere immerso nei libri: leggerli, scriverne, discuterne, progettarli. Ma anche maltrattarli un po’ – i suoi volumi sono pieni di orecchie, chiose e sottolineature rigorosamente a penna.

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