Il confine inquieto tra assurdo e soprannaturale

«Gli uccelli» di Daphne du Maurier

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«Gli uccelli» di Daphne du Maurier

Nell’orizzonte letterario del Novecento la dimensione dell’assurdo è un varco capace di trascendere le categorie del reale e dell’immaginario, sospendendo i lettori in una tensione tra logica e straniamento. Autori come Franz Kafka o Shirley Jackson hanno esplorato angoli oscuri della psiche umana e del mondo, facendo emergere l’inquietudine come elemento strutturale delle loro narrazioni. In questo contesto si inserisce la scrittura di Daphne du Maurier, narratrice inglese famosa per le sue atmosfere cariche di inquietudine e suspense. La raccolta Gli uccelli, edita in Italia da Il Saggiatore, raccoglie sei racconti in cui l’assurdo irrompe nella quotidianità attraverso elementi che sembrano naturali ma lentamente si rivelano ostili e destabilizzanti.

«Gli uccelli»: i racconti

La raccolta si apre con l’omonimo racconto Gli uccelli, celebre per aver ispirato il noto film di Alfred Hitchcock, e prosegue con altre cinque narrazioni che esplorano forme diverse di inquietudine, alienazione, angoscia e assurdo. Nel primo racconto Nat Hocken, veterano di guerra e padre di famiglia, osserva stormi di uccelli che, progressivamente, passano da presenza naturale a minaccia incomprensibile, attaccando gli uomini e distruggendo il senso di sicurezza della comunità. La narrazione si struttura come un crescendo di tensione e impotenza di fronte a un fenomeno inspiegabile, generando un clima di claustrofobia e sospensione.

Anche negli altri racconti della raccolta, Daphne du Maurier costruisce trame che prendono avvio da contesti quotidiani per poi incrinarli dall’interno, con uno scarto quasi impercettibile che trasforma la normalità in minaccia. In Monte Verità, una coppia di amici si trova a fare i conti con una misteriosa comunità delle montagne svizzere. Il luogo, apparentemente paradisiaco, si rivela uno spazio sospeso e ambiguo, dominato da un’idea di purezza che scivola verso il fanatismo. L’ossessione per l’elevazione spirituale diventa progressivamente perdita di sé, dissoluzione dei legami affettivi e attrazione verso un altrove che sottrae piuttosto che salvare.

In Melo, un albero da frutto piantato in giardino si trasforma in un simbolo ossessivo del passato. Un uomo rimasto vedovo proietta sul melo il peso del rapporto con la moglie scomparsa, in un dialogo muto che sconfina nel risentimento e nel senso di colpa. La natura, anziché consolatoria, diventa presenza accusatoria e quasi persecutoria, fino a suggerire che la vera minaccia non provenga dall’esterno, ma dall’interiorità.

Il piccolo fotografo sposta l’attenzione su una giovane aristocratica annoiata che intreccia una relazione ambigua con un fotografo di umili origini. L’incontro, nato come gioco e trasgressione, degenera in un rapporto di dipendenza e manipolazione. Qui l’inquietudine non nasce da fenomeni inspiegabili, ma dalla frattura sociale e psicologica tra i personaggi, dal desiderio di possesso e dalla fragilità di un equilibrio costruito sull’illusione del controllo.

In Baciami ancora, sconosciuto l’atmosfera si fa più sottile e urbana. Un incontro casuale tra due giovani, avvolto da una tensione erotica trattenuta, si carica lentamente di segnali ambigui. La notte, i dialoghi sospesi, i silenzi improvvisi costruiscono un crescendo che lascia emergere un’ombra di violenza possibile. L’angoscia non esplode mai apertamente, ma resta insinuata, suggerendo quanto poco basti perché l’attrazione si trasformi in pericolo.

Infine, in Vecchio, la figura di un uomo isolato, osservato con diffidenza dalla comunità, incarna l’alienazione e la paura dell’altro. Il racconto gioca sull’ambiguità dello sguardo collettivo e sulla distanza tra ciò che appare e ciò che è, lasciando il lettore sospeso tra pietà e sospetto. In ciascuna di queste storie l’evento scatenante è minimo, quasi banale: una montagna, un albero, un incontro, una fotografia. Eppure, è proprio da questa apparente innocuità che prende forma il risvolto inquietante. I personaggi si muovono entro coordinate riconoscibili, ma basta un dettaglio fuori posto perché il mondo perda coerenza.

Così ogni racconto, pur nella propria autonomia narrativa, contribuisce a quell’atmosfera di straniamento che attraversa l’intero volume e che fa della raccolta un’indagine sottile sulle crepe invisibili della realtà.

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Il filo nero della raccolta

Il tratto comune che unisce i sei racconti della raccolta è la rappresentazione di eventi in cui l’elemento naturale o quotidiano si fa portavoce di una minaccia silenziosa. Si passa dalla perturbazione della fauna negli Uccelli alla metamorfosi psicologica di personaggi che vedono i confini tra reale e immaginario sfumare. In Monte Verità la promessa di un luogo ideale si rivela un miraggio dai tratti inquietanti; in Melo la natura stessa diventa testimone e giudice del passato e delle colpe; Piccolo fotografo gioca sulla rottura dell’autocontrollo attraverso l’ossessione per l’immagine; Baciami ancora, sconosciuto esplora le conseguenze di incontri che sovvertono le aspettative affettive; nel racconto Vecchio rimane impressa l’alienazione di un individuo in un mondo che sembra aver perso senso.

Questo filo conduttore non è solamente tematico, ma anche strutturale: du Maurier impiega l’elemento disturbante non per risolvere enigmi, bensì per mantenere il lettore in un perenne stato di meraviglia e inquietudine, rendendo ogni conclusione sospesa, ogni spiegazione incompleta. 

Tra soprannaturale e reale

Il soprannaturale in Daphne du Maurier non si manifesta come apparizione esplicita o evento sovrannaturale connesso a entità in sé ultraterrene, ma come una graduale incrinatura del senso di realtà. Nei suoi racconti il confine tra spiegazione razionale e forza inspiegabile si assottiglia fino a sparire, lasciando al lettore la responsabilità di confrontarsi con l’ignoto. Negli Uccelli, ad esempio, la causa dell’aggressione resta irrisolta: non è chiaro se si tratti di un fenomeno naturale alteratosi o di una manifestazione quasi metafisica di ribellione del mondo naturale contro l’uomo. Questo scioglimento della razionalità apre a un senso di terrore che non risiede nel soprannaturale puro, ma nell’assenza di motivazione razionale. Questa dimensione sospesa e ambigua si ritrova anche negli altri racconti, dove situazioni comuni, una montagna, un albero, una macchina fotografica, un incontro, assumono valenze simboliche che travalicano il vissuto ordinario, generando un senso di straniamento e ambiguità che rimane con il lettore ben oltre il termine della lettura.

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L’ignoto come esperienza

La forza di Daphne du Maurier risiede nella sua capacità di coniugare suspense e riflessione profonda sul rapporto tra l’uomo e il mondo. In questi racconti, l’autrice non propone soluzioni rassicuranti né spiegazioni definitive: la tensione non si scioglie mai del tutto, e ciò che rimane è la consapevolezza di un universo narrativo in cui l’ignoto non è un nemico da sconfiggere, ma un elemento costitutivo dell’esperienza. Gli uccelli di Daphne du Maurier (acquista) non è solo una raccolta di racconti avvincente, ma anche e soprattutto uno specchio nel quale interrogare la propria percezione del reale e dell’assurdo, del controllo e dell’impotenza di fronte a forze che sembrano sfuggire alla comprensione, come molto spesso accade nella nostra realtà quotidiana.

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Elisa Capitani

Classe 1996, lettrice appassionata, amante della letteratura e della scrittura in tutte le sue forme. Ha studiato Lingue e Letterature Straniere a Milano e ha proseguito il suo percorso accademico con una magistrale in Letterature Comparate a Bologna. Ha vissuto a Parigi per quasi tre anni, esperienza che le ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e linguistici. Sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare, sogna di viaggiare, imparare nuove lingue e arricchire il suo universo letterario.

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