Osmosi

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«Osmosi» di Simona Visciglia

È quasi notte e piove. 

Come sempre, in questa città grigia che non è la mia. 

E ho sbagliato scarpe, me ne accorgo solo adesso che sento l’umidità salirmi su per tutto il corpo. Aspetto il tram, l’ultima corsa. 

Una serata fuori con le solite persone, con un po’ di pensieri per la testa e con le scarpe sbagliate. Nell’attesa mi accendo una sigaretta, volevo smettere ma continuo a rimandare. 

Osservo le goccioline d’acqua scendere sul plexiglas della pensilina, su una pubblicità sbiadita di non so che cosa e su una scritta che si intravede appena: il silenzio c’è. Sorrido, è come Dio c’è, penso.

Il 27 arriva in ritardo, sono infreddolita e stanca. L’autista borbotta qualcosa su questo tempo “che non perdona”, annuisco e mi siedo, non c’è nessuno a bordo. 

 Qualche fermata dopo sale un uomo, incrociamo lo sguardo: ha gli occhi grigi o forse mi sembrano grigi per osmosi, in questa lunga notte che non ha colore.

Lui resta a fissare i finestrini appannati e io, invece, osservo il suo riflesso nel buio. 

Mi ricorda qualcuno che ho perso nel tempo, da tempo. E vorrei chiederglielo, se ci siamo già visti, se siamo stati vicini una volta. E dove o come eravamo.

Ci fanno compagnia il cigolio dei sedili, lo sferragliare sulle rotaie consunte e il ticchettio monotono del temporale che incalza.

Il tram si ferma, l’autista ci guarda di sottecchi nello specchietto, le porte si aprono e il viaggiatore scende con lo sguardo basso.

 Per un istante penso che vorrei seguirlo, ma è notte, piove e ho le scarpe sbagliate. 

E non sono sicura di niente.

 Prima di ripartire, mi allungo la manica sul palmo e pulisco il finestrino, mi creo un varco per non perderlo, lui con gli occhi grigi in questa notte grigia.

Ed è lì, quasi un’ombra disegnata dall’umidità nella città deserta. Mi guarda anche lui, fermo sul marciapiede, mentre mi allontano.

All’improvviso sento il vuoto, la perdita, l’assenza. Sento il silenzio, che c’è.

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Redazione MM

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