Continuare a vivere dai nonni, che l’hanno sempre accudita e cresciuta come una figlia, o seguire la mamma nella sua fuga senza direzione? Questa è la scelta che Arianna, a sette anni, è chiamata a prendere. Divisa tra la comodità e l’agiatezza della vita che ha sempre condotto e quel senso di novità e di avventura che risiede nel trasferimento in una nuova città per ricongiungersi con la madre, senza alcuna esitazione, Arianna pronuncia come un voto, preso e poi rinnovato in più battute nel corso della sua crescita, otto semplici parole, dotate, tuttavia, di una potenza straordinaria: «Io la mamma non la lascio da sola». Così si apre il romanzo Occhi di bambina di Marco Vichi (Guanda, 2025), candidato al Premio Strega 2026 da Laura Bosio con la seguente motivazione:
Esiste un aggettivo che rilutto a dire, tanto mi sembra estraneo ai tempi: puro, antico, dal latino al sanscrito, che significa limpido, semplice, incontaminato. È però il primo che mi è venuto in mente leggendo questo libro “in soggettiva”, che guarda il nostro mondo adulto con gli occhi di una bambina. […] Marco Vichi, noto per i suoi noir, qui entra nel cuore di una bambina restituendo, con scrittura lineare e intensa, una purezza di sguardo rara. Ispirato a una storia vera, conferma il suo rilievo come scrittore.
La sfiancante attesa di «chissà cosa»
Arianna, da un giorno all’altro, si ritrova così a dover lasciare la sua Firenze e soprattutto, con lei, i nonni, con i quali, fin dalla più tenera età, ha intessuto un rapporto di vicinanza affettuosa e viscerale, per iniziare una nuova vita, prima a Parigi, poi a Barcellona. Il ricongiungimento con la madre è segnato da un profondo senso di precarietà e di paura. I non-detti costellano il loro rapporto. Perché la madre è dovuta fuggire lontano dall’Italia e dai suoi affetti? Per quale motivo si nasconde? Perché, costantemente tesa e impaurita, osserva, sospettosa, il mondo dalla finestra del loro sudicio appartamento nelle periferie parigine? Arianna si ritrova immersa nella «misteriosa precarietà di quella strana vita, che da un istante all’altro poteva cambiare e diventare chissà cosa.» Eppure, accoglie quel mistero e quella stranezza: d’altronde, sono cose da grandi e sa di non poter ricevere risposte sincere alle sue domande.
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Secondo me tutte e due sapevamo che avremmo avuto molto da dirci, ma sapevamo anche che non era il periodo adatto per certi discorsi. Dovevamo andare avanti giorno dopo giorno, senza pensare che la nostra vita per il momento era in bilico. Una vita provvisoria, lo capivo bene. Tutto andava avanti in quel modo e sarebbe andato avanti fino a che non fosse accaduto qualcosa… chissà quando e chissà cosa.
Questi non-detti rimangono una costante nel rapporto madre-figlia, un elefante nella stanza che nessuna delle due riesce ad affrontare. Questo confronto non avverrà mai, neanche quando quel «chissà cosa», tanto temuto e tanto atteso allo stesso tempo, accade veramente. Quello che Marco Vichi mette nero su bianco, dunque, non è altro che un collage di ricordi imprecisi e lacunosi, propri di una narrazione filtrata attraverso gli occhi di una bambina, di chi si è trovato a vivere e a osservare prematuramente dinamiche da grandi e non ha mai avuto il coraggio di chiedere spiegazioni.
La decisione di non parlare di quello che potrebbe accadere fa sì che, nell’infanzia di Arianna, si affacci l’ombra di una minaccia a cui non riesce a dare forma e che non la risparmia neppure nei momenti di gioco, nei sogni e nelle fantasie. Immagina di salvare la madre, ritenendosi chiamata, per via della comunanza del nome, a fare ciò che l’Arianna del mito, con la sua arguzia, era riuscita a fare per salvare il suo amato Teseo da morte certa nel labirinto del Minotauro.
Lo strappo: la traumatica separazione dal noto
Si tratta di una vita vissuta alla giornata, senza prospettive, dominata da precarietà e da timore. Una vita da sradicati, in balia degli eventi. In questo contesto di incertezza e spaesamento, il pensiero di Arianna, alla ricerca di punti di riferimento, torna spesso al ricordo dei suoi nonni e della precedente vita fiorentina:
La nonna mi mancava tantissimo, non potevo fare a meno di piangere, ma volevo rimanere a Parigi con la mamma, su questo non vacillavo quasi mai, anche se spesso ripensavo a come stavo bene a Firenze. La differenza era veramente immensa. Avevo rinunciato all’affetto dei nonni, a quel senso di protezione avvolgente e calda che a Saint-Denis non potevo avere, e avevo rinunciato anche alle comodità, ma quella era la cosa meno importante. Comunque sia non sarei più tornata indietro, di questo ero più che convinta. Però sapere che avrei potuto farlo mi aiutava. Una via di fuga, anche se non sapevo da cosa.
La separazione dai nonni avviene come uno strappo, una separazione netta e traumatica da tutto ciò che è noto, da una vita comoda, agiata, ricca di carezze e di affetto.
Mi stavo separando dalla mia vera mamma. Avevo lasciato la terraferma e mi trovavo su una barca in mezzo alle onde.
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La latitanza attraverso gli occhi di bambina
Occhi di bambina (acquista) è un romanzo sincero, puro, capace di restituire la spontaneità e l’innocenza di uno sguardo fanciullesco, che prematuramente si è trovato a osservare e studiare le complesse dinamiche del mondo degli adulti. La narrazione in prima persona procede per episodi, incede per ricordi, riportando i principali eventi e le suggestioni della protagonista, relativi a quei cinque anni di instabilità e latitanza.
Attraverso gli occhi di una bambina, Marco Vichi ci racconta gli Anni di piombo adottando uno sguardo alternativo, quello di una figlia, che coraggiosamente segue la madre nella sua fuga, pur non sapendo e pur essendo cosciente della sua incapacità di capire ciò che le sta accadendo.
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