Tra reminiscenze dantesche e itinerari alchemici

«Ciàula scopre la Luna» di Luigi Pirandello

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Tra i famosi racconti della vasta produzione di Luigi Pirandello c’è Ciàula scopre la Luna, scritto nel 1912 e contenuto nella sua raccolta Novelle per un anno. Su questa commovente storia sono stati versati fiumi d’inchiostro e pertanto non si vuole ripetere qui quanto è stato già detto, ma si vogliono piuttosto evidenziare alcuni parallelismi con le tre fasi alchemiche della Grande Opera (che porta alla trasformazione della materia grezza in oro) e con la Commedia di Dante.

L’esoterismo ebbe una forte influenza in tutta Europa a cavallo tra Ottocento e Novecento sulla scia di un forte rigetto della scienza e della filosofia positivista. Anche l’autore agrigentino subì il fascino di questa dottrina che prometteva di andare oltre una realtà vissuta come angusta e claustrofobica. Si pensi ad esempio alle sedute spiritiche cui partecipa Mattia Pascal a casa Paleari.  

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Fase uno: Nigredo

Ciàula è un giovane rimasto ancora bambino, il suo lavoro è nell’oscurità delle miniere di zolfo. Terra e fuoco. La sua vita si consuma nei cunicoli bui delle viscere della Terra. Anche Dante Alighieri colloca l’Inferno in profondità, toccando il centro del globo terrestre, imbuto “d’ogni luce muto”. Come possiamo notare, sono diverse le analogie tra il regno dei dannati dantesco e la miniera pirandelliana.  

Poi si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva più di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo chiamò col verso con cui si chiamano le cornacchie ammaestrate: – Te’, pa’! te’, pa’! 

C’è una babele di lingue: quella animalesca di Ciàula e quella dialettale degli operai. Sono idiomi sanguigni che bestemmiano “Iddio e i lor parenti,/l’umana spezie e ‘l luogo e ‘l tempo e ‘l seme/di lor semenza e di lor nascimenti”. Una simile bolgia caratterizza anche l’Inferno: c’è la lingua fantasiosa di Pluto e quella primigenia di Nembròt, c’è quella blasfema dei dannati ricca di oscenità. La Nigredo è il momento dell’ombra e del caos

Nelle dure facce quasi spente dal buio crudo delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d’erba, sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicai. 

Come i dannati nella Commedia anche gli operai della zolfara hanno un aspetto grottesco, poco umano. La Nigredo è il momento della putrefazione e della decomposizione degli elementi per ricondurli al disordine primordiale. È curioso notare come la prima fase abbia come simbolo un corvo poiché il soprannome del protagonista della novella, in dialetto, rimanda a questo uccello.  

Fase due: Albedo

Dopo la putrefazione c’è la purificazione della materia informe. Agli operai viene comunicato che devono lavorare anche di notte e ciò provoca un malcontento generale. Durante il turno Ciàula ha il compito di prendere il proprio carico e portarlo in superficie ma c’è un grosso problema:  

La paura che egli aveva del buio della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciati dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso era stato preso in un occhio. 

Ciàula non ha terrore del buio della zolfara ma di quello che lo attende all’ingresso della cava. Nonostante cerchi di ribellarsi lo costringono a risalire. La salita è la stessa che compie Dante lungo la montagna del Purgatorio: l’Inferno è una discesa ma per il Paradiso e l’eterna beatitudine bisogna salire verso la sommità, uscire fuori.   

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Diventa qui interessante immaginare Ciàula che cammina curvo a causa del grosso carico così come i superbi, puniti nella prima cornice, costretti a portare un pesante masso per espiare il proprio peccato. L’Albedo è il momento del confronto dell’individuo con la sua zona d’ombra: il ragazzo-corvo si scontra con la sua paura, Dante con i sette peccati capitali che vengono incisi sopra la sua fronte.  

Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione.  

Il simbolo dell’Albedo è il colore argento: lo stesso della Luna che attende Ciàula all’ingresso della miniera di zolfo.

Fase tre: Rubedo

È la parte più toccante del racconto, e ci svela il momento di panico che invade il ragazzo-corvo alla vista della Luna.  

Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era, ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. 

Nella fase finale della Grande Opera c’è una nuova consapevolezza che solo a pochi è concessa. Sia Dante che Ciàula infatti sono gli iniziati che ascendono verso una nuova sapienza: il primo viene liberato da tutte le errate convinzioni tramite l’intervento di Beatrice durante il viaggio attraverso i Cieli del Paradiso; il secondo è come se vedesse per la prima volta la Luna e si unisse a essa attraverso delle nozze alchemiche. Il poeta fiorentino conclude il suo capolavoro con la visione della Trinità, grazie alla mediazione della Madonna pregata da san Bernardo; Ciàula contempla il satellite da lontano. È doveroso sottolineare come la Luna venga associata a Ecate, divinità notturna, la quale, durante il periodo cristiano, venne assorbita dalla figura della Vergine Maria.  

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La Grande Opera attraversa i secoli: conclusioni

Le tre fasi della Grande Opera hanno attraversato i secoli e l’arte: dal mito della caverna di Platone, alla morte e alla resurrezione di Cristo; dalla Commedia a Ciàula scopre la Luna (acquista). Tutta la cultura millenaria sembra adattarsi a questo itinerario. Come se ogni opera riflettesse un tassello di un sapere ancestrale andato perduto tra le epoche. Oppure si tratta di un illuminante insegnamento psicologico, come sottolineò Jung? Come se il viaggio di Dante e Ciàula indicasse la strada verso una crescita spirituale e mentale che passa attraverso il confronto con le paure più oscure e i traumi più tetri che la propria anima nasconde.

Lo zolfo è un elemento legato alla Rubedo. Quest’altro parallelismo non dovrebbe più stupire.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!

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Emmanuele Antonio Serio

È nato il 16 settembre del 1995 e vive a Nocera Superiore, in provincia di Salerno. Si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Salerno. Dopo essersi laureato, con una tesi sulla spiritualità presente nelle poesie di Eugenio Montale e di Carlo Betocchi, prosegue i suoi studi e si laurea in Filologia Moderna, questa volta con un progetto che ha per tema la produzione satirica di Niccolò Machiavelli. Da quattro anni insegna Italiano, Storia e Geografia in una scuola media in provincia di Napoli.
Impiega il tempo scrivendo poesie e racconti, custoditi gelosamente in una cartella del computer. Forse un giorno vincerà la sua proverbiale timidezza e ne pubblicherà qualcuno.

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