Mozart e Dante: custodire la luce e la speranza della luce

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Mozart e Dante

Ci sono epoche che vengono attraversate da sogni. Sogni meno vaghi e consolatori di altri, visioni compatte, capaci di prendere forma in poemi, romanzi, opere musicali. Sogni tangibili, che fluttuano nell’aria di un tempo storico preciso e tuttavia lo superano, destinati a rispondere alle domande di chi li ha concepiti e, senza saperlo, anche di chi verrà dopo.

A volte, incredibilmente, si parlano tra loro, anche a distanza di cinque secoli. Sogni come Il flauto magico e la Commedia, composti, elaborati, resi coerenti ed eternati da due uomini che condividevano una condizione-limite. Wolfgang Amadeus Mozart affida il suo al teatro a circa dieci settimane dalla morte; Dante Alighieri scrive invece da uomo già “morto” civilmente, esule, escluso per sempre dalla sua città, privato di una patria che, nel Medioevo, coincideva con l’idea stessa di esistenza.

Eppure, da quelle soglie, sono riusciti entrambi a consegnarci qualcosa che non ha nulla di crepuscolare e luttuoso, ma schegge di luce, musica e parole restituite alla vita. Un esempio da seguire. Una volta entrati dentro questi sogni, una volta attraversati e compresi, ciò che resta non è soltanto bellezza, bensì istruzioni di vita, indicazioni su come abitare il mondo, su come essere all’altezza di ciò che significa, ieri come oggi, essere uomini.

Alla ricerca di una felicità praticabile

Nel 1791, Mozart mette in musica un libretto in lingua tedesca che intreccia luce e tenebre, prove da attraversare, giovani predisposizioni d’animo a scoprire i segreti di un ordine più alto. Il testo è firmato Emanuel Schikaneder, ma in esso, prendendo in prestito le parole di Giorgio Strehler, «c’è posto prima di tutti per Mozart, non tanto maestro di musica, ma maestro di lettere».

Al centro si muove Tamino, eroe anomalo e profondamente umano: fugge il pericolo, cade, sbaglia, per poi lasciarsi guidare verso un’armonia totalizzante, verso il regno luminoso di Sarastro come approdo condiviso, mano nella mano con Pamina, figlia della Regina della Notte. Ma, più che nei dialoghi, è grazie alla musica che si svelano livelli di significato sotterranei: è lì che si rivela ciò che eccede le parole. È lì che si trova il cuore di un uomo, Mozart, affacciato sull’abisso, che pure continua a custodire in sé la luce e la speranza della luce.

Esattamente come Dante. Nonostante una religiosità che, in Mozart, è tutta antropologica, figlia dell’Illuminismo; nonostante, laddove la Commedia è sorretta da un ordine teologico, il senso del Flauto Magico passi attraverso un sistema di simboli legato ai riti iniziatici della massoneria; nonostante, mentre Dante costruisce un universo gerarchico e ordinato, Mozart metta in equilibrio il proprio, armonizzandolo.

A dispetto di queste differenze, entrambi non smettono mai – per sé e per l’umanità intera – di cercare qualcosa che tenga insieme i pezzi: una concordia possibile, una felicità praticabile e non promessa altrove, conquistata attraversando le ombre, non voltando loro le spalle.

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Viaggiare, dentro di sé

Ma che forma assume, allora, questa felicità? Non nasce certo da un impulso individuale, né da una predisposizione naturale. Non è un talento, né un dono. È piuttosto l’esito di un percorso, il risultato di una scelta che richiede disciplina, pazienza, e la disponibilità a lasciare andare parti di sé: illusioni, automatismi, false certezze. Un lavoro interiore di spoliazione più che una mutilazione, attraverso cui ciò che è superfluo cade e ciò che è essenziale può finalmente emergere.

E questo processo si avvia guardandosi dentro, accettando il rischio di mettere tutto in discussione. Dante e Tamino lo fanno. Sono, in questo senso, «viaggiatori senza bagagli» che si mettono in cammino dentro i loro cuori. È da lì che inizia la risalita, sempre alla presenza di una guida.

Infatti, per intraprendere questo viaggio è necessario anche un gesto spesso trascurato: chiedere aiuto. Nei primi canti della Commedia, come nelle scene iniziali del Singspiel, emerge con chiarezza che non ci si salva mai da soli. Il punto non è avere paura, ma sta nel modo in cui si affrontano i gradini della vita: riconoscendo il proprio limite e accettando una mano tesa. Lo svenimento iniziale di Tamino, che richiama quelli disseminati tra Inferno e Purgatorio, diventa così il segno di un anti-eroismo lucido. Non affermazione di forza, ma atto di umiltà: non vittoria, ma apertura. Perché chi non chiede aiuto, semplicemente, non ha ancora deciso di partire.

In opere come queste, in sogni come questi, i protagonisti si trovano faccia a faccia con tutti i volti peggiori che la vita può assumere: il male, il buio, la paura, la perdita di senso. Eppure, proprio quando lo sguardo ha attraversato fino in fondo l’ombra, qualcosa si apre. È qui che torna Dante, e con lui la metafora delle stelle. È con queste, infatti, che il Poeta chiude ogni cantica. Dall’Inferno si esce «a riveder le stelle», non perché il male venga negato, ma perché è stato guardato in ogni sua forma; dal Purgatorio è «puro e disposto a salire a le stelle», quando il desiderio, purificato, torna a premere verso il cielo; e nel Paradiso le stelle diventano il segno ultimo di quel motore ineffabile e universale: «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Un orientamento. Un manuale per imparare a camminare nello spazio infinito del nostro cuore, per possederlo. E così anche nel Flauto magico: solo dopo aver compiuto le prove diventa possibile rialzare lo sguardo. Non per sottrarsi al mondo, ma per abitarlo meglio.

La luce del Sole ha scacciato la notte
[Sarastro]

L’amore: condividere la prova

Ma quale forza motrice giustifica ed è insieme esito di questo percorso? L’amore. Lo scatto iniziale che fa muovere il primo passo, che spinge a guardare oltre ciò che è dato, a non rassegnarsi all’opacità del presente, a desiderare un cambiamento e a giocare le proprie carte per ottenerlo. Per Dante, per Mozart, mai un semplice appagamento: è piuttosto tensione, slancio verso qualcosa che non si possiede – o che non si possiede più.

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La forza, l’energia, lo spirito mai pacificato che al tempo stesso inquieta e orienta, perché rende avvertibile che la vita può essere più ampia, più densa, più vera. E questa tensione non si sublima in un altrove indefinito, né tantomeno in una ricompensa postuma: si compie, si attualizza, interamente qui, sulla terra, nel tempo presente.

Presto il Sole nel suo corso dorato

Risplenderà per annunciare il giorno.

[…]

allora la terra è il regno dei cieli

e i mortali simili agli dèi

[I tre fanciulli]

Nelle figure di Beatrice e Pamina si riconosce precisamente questo: due nomi diversi di uno stesso principio, della scintilla celata dentro ognuno di noi che accompagna verso la Luce, verso quella vita felice che, infine, ci si è meritati. La stessa funzione, ma in due forme diverse. Dante la sublima: Beatrice è coerentemente regale, distante, trasfigurata. Mozart, invece, la umanizza: Pamina si mostra vulnerabile e sofferente.

Dovrei andarmene senza una ragione? Tamino! Dolce giovane! Ti ho offeso? O non ferire di più il mio cuore. Presso di te cerco conforto e aiuto, e tu ancor più ferisci il mio cuore innamorato? Non m’ami più?[Pamina a Tamino]

Voglio morire, poiché l’uomo che non potrò giammai odiare ha abbandonato la sua amata.
[Pamina ai tre fanciulli]

Entrambe «gemello celeste», ma la prima assume la dimensione dell’altezza, la seconda quella della prossimità.

I’ son Beatrice che ti faccio andare:

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

[Beatrice a Virgilio]

Sarò in ogni luogo

lo sarò per sempre al tuo fianco.

Ti guiderò io stessa,

l’amore mi conduce!

[Pamina a Tamino]

E l’amore dei due viaggiatori per loro non ha nulla del capriccio. È, piuttosto, il bisogno radicale di attraversare l’esistenza, di condividere la prova, di conoscere l’ombra spalla contro spalla con chi si riconosce come altro Io, come altra espressione di sé, eppure al di fuori di sé.

O iniziati, salute a voi!

La notte avete attraversato

[Coro di sacerdoti a Tamino e Pamina]

Un triplice sguardo

La Commedia, Il Flauto Magico, due sogni nati in due secoli lontani, eppure ancora capaci di parlare al nostro tempo. Alla vita dell’uomo contemporaneo, immerso in una società in cui le domande vengono anestetizzate, le paure esorcizzate dai media e dalla retorica del “tutto va bene così”, dentro e fuori di noi. Una società che invita all’adattamento più che al movimento, all’immobilità più che alla ricerca.

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È nei libri, come a teatro, nella cultura, che quest’uomo può ancora specchiarsi senza filtri, riconoscersi senza slogan. Per riappropriarsi della propria vita. Perché la cultura alimenta lo strumento decisivo di ogni emancipazione: la ragione. Non di certo un freddo calcolo, ma una facoltà viva, da impugnare come stendardo contro l’ignoto e contro la paura che dall’ignoto nasce. È la ragione che consente di porsi la prima, inevitabile domanda: «Qual è la mia condizione?». E che offre le categorie per tentare una risposta.

A noi – non anime cieche, ma spesso indotte a comportarci come tali – opere sempre vive come quelle del poeta fiorentino e del compositore salisburghese lanciano un richiamo netto: non tenere gli occhi chiusi, anche sotto gli occhiali scuri che ci vengono consegnati. Seguire invece, insieme ai loro viaggiatori imperfetti, quella luce che continua a brillare. Per imparare a esercitare un triplice sguardo: dentro di noi; davanti ai nostri piedi, dove i mostri generati dal «sonno della ragione» serpeggiano ancora; e infine all’orizzonte, dove, anche nella notte più buia, poggiano le stelle.

In copertina:
Artwork by Emanuele Alvod
© Riproduzione riservata

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Riccardo Tortora

Classe 2002, romano attualmente residente a Milano, studia Editoria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Appassionato di letteratura e tipografia, ama vivere immerso nei libri: leggerli, scriverne, discuterne, progettarli. Ma anche maltrattarli un po’ – i suoi volumi sono pieni di orecchie, chiose e sottolineature rigorosamente a penna.

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