In una città mediorientale senza nome, governata da un’entità onnipresente chiamata la Porta, i cittadini attendono in una fila interminabile per ottenere permessi indispensabili a vivere. La coda non avanza mai, ma cresce, si allunga, diventando una forma di vita a sé stante.
Questo è le scenario dipinto in La Fila (NERO Editions), romanzo distopico della scrittrice, psichiatra e attivista egiziana Basma Abdel Aziz, che trasforma l’attesa e la burocrazia in metafore potenti della corruzione istituzionale e morale dei poteri autoritari.
Il controllo dei corpi
La vicenda ruota attorno a Yahya, un uomo ferito da un proiettile durante gli Sciagurati Eventi, una protesta
contro la Porta repressa nel sangue. Il proiettile è ancora nel suo corpo, ma non può essere rimosso senza un permesso ufficiale.
Per ottenerlo, Yahya deve rivolgersi alla Porta e, per farlo, deve mettersi in fila. Il suo corpo diventa così il campo di battaglia tra una verità materiale, di una ferita che sanguina e che lo sta uccidendo, e una verità amministrativa, che nega l’esistenza stessa dei proiettili.
La fila era come una calamita. Attirava le persone verso di sé, poi le teneva prigioniere come individui e nei loro piccoli gruppi, e le spogliava di tutto, persino della sensazione che le loro vite precedenti fossero state loro rubate.
Attorno a lui, in attesa, si muove una folla eterogenea: una donna che ha perso una figlia a causa della burocrazia e cerca di salvare l’altra; un uomo che reclama il riconoscimento ufficiale del sacrificio di un parente morto nella repressione; un giornalista che tenta di ricostruire una verità ormai sepolta sotto strati di decreti. La fila diventa una micro-società, con sistemi di scambio, piccoli commerci, alleanze e tradimenti.
Nessun settore della società era assente, anche i più poveri tra i poveri erano lì, senza alcuna separazione dai ricchi. Tutti erano sullo stesso piano. Ma avevano tutti lo stesso aspetto, la stessa letargia.
La Porta, intanto, governa senza mai mostrarsi. Emana leggi, proclami, sondaggi, burocratizzando totalmente l’esistenza dei suoi cittadini. La Porta finge di creare ordine, ma produce terrore: controlla ogni gesto e nulla sembra poter avvenire senza una sua autorizzazione. Con il progredire delle pagine, la vita quotidiana viene scomposta in dossier amministrativi e il cittadino ridotto a pratica pendente.
Nonostante la Porta rilasciasse spesso questi aggiornamenti promettenti, non era mai stata riaperta e nulla era mai cambiato davvero. Tutto ciò che forniva era una speranza a cui le persone potevano aggrapparsi e un motivo per rimanere in coda.
Pagina dopo pagina, Abdel Aziz costringere il lettore a restare in fila insieme ai personaggi, a condividere la loro attesa, il loro logoramento, la loro speranza ostinata. Con lo sguardo clinico di psichiatra di professione, l’autrice descrive sottilmente come l’autoritarismo agisca sulla psiche individuale e collettiva, erodendo lentamente ogni legame sociale: «La politica aveva consumato le menti delle persone fino al punto che queste ultime avevano iniziato a divorarsi a vicenda».
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Narrare il caos
La forza del romanzo risiede anche nella sua forma volutamente opaca e disarticolata. La narrazione è frammentaria: è un pastiche composto da stralci di storie, documenti ufficiali, referti medici, testimonianze indirette. Non c’è una progressione lineare, così come, parallelamente, non c’è una reale possibilità di azione per i personaggi intrappolati in un sistema che paralizza ogni iniziativa. Il caos che disorienta il lettore è lo stesso di una società controllata in modo capillare, ma incapace di comprendere il potere che la governa. Come i protagonisti, anche chi legge avanza nello spaesamento, senza sapere dove gli eventi conducano, o se conducano davvero da qualche parte.
Il tono è insieme tragico e, a tratti, sottilmente comico: un umorismo secco, burocratico, che amplifica l’orrore invece di alleggerirlo. La ripetitività della narrazione – il continuo ritorno alla coda, l’attesa che non produce cambiamento – è la forza di questo racconto che costringe il lettore a condividere l’impotenza dei personaggi.
Una delle sfumature più sottili e politiche del romanzo è la contrapposizione tra linguaggio quotidiano degli scambi tra i cittadini in fila e il linguaggio burocratico e altisonante della Porta. Abdel Aziz affida al lessico governativo una terminologia volutamente vaga e mitizzante: la rivoluzione con cui la Porta è ascesa al potere viene chiamata “la Prima Tempesta”; la repressione armata di una rivolta, “gli Eventi Vergognosi”; l’unico giornale autorizzato si chiama “La Verità”. La Porta non si limita a controllare i corpi dei suoi cittadini, ma arriva a plasmare il senso di realtà e verità storica attraverso le parole, trasformando l’informazione in un mezzo per glorificare e, per tanto, legittimare il suo potere come autorità intoccabile.
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Il distopico come critica sociale
La Fila di Basma Abdel Aziz (acquista), tradotto da Fernanda Fischione, si inserisce in una recente ondata di narrativa distopica mediorientale, in cui il surreale diventa uno strumento per raccontare un presente altrimenti indicibile. Attraverso l’allegoria, l’esperienza viene universalizzata senza che la violenza ne risulti attenuata. Scritto in un Egitto disilluso dalle speranze della Primavera araba e nuovamente stretto nella morsa autoritaria di Abdel Fattah al-Sisi, il romanzo dialoga apertamente con il presente politico del paese senza mai farne un riferimento esplicito.
Il testo è una sapiente critica alla normalizzazione dell’ingiustizia e alla facilità con cui un’intera società può essere educata ad accettare l’inaccettabile. Come nel migliore degli scritti politici, Abdel Aziz non offre soluzioni né vie di fuga, ma lascia il lettore sospeso: lo costringe a guardare, e a riconoscere che dietro ogni Porta non c’è un’entità astratta, ma un sistema di pratiche e linguaggi che rendono il potere possibile.
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