‘Stavolta deve essere quella giusta’ si era detto Amal.
L’ultimo incontro era stato squallido: niente convenevoli e dritti al sodo, senza preliminari. Si era sentito vuoto e umiliato. Non si erano più rivisti. Non aveva più rivisto nessuna delle ragazze della app. Da settimane interagiva solo con reliquie virtuali di donne in formato 1:1. Primi piani di cosce, seni, nasi, bocche, culi; un campionario di frammenti digitalizzati, comodamente fruibili dallo schermo del suo Huawei. Questa, invece, aveva un’immagine profilo comune, indossava vestiti comuni, aveva un viso comune incorniciato da uno sfondo comune. ‘Perfetta’. Si sarebbero visti a Welland Park. Binta, il suo nome.
Al parco c’è molta gente, e un tagliaerba si inceppa di fianco alla panchina che Amal ha scelto per l’occasione. Binta ha una voce bassa e melliflua, adorabile, talmente sottile da venire risucchiata dal rumore di fondo. Non vuole sembrare scortese, perciò non le chiede né di ripetere né di alzare il volume. Si concentra meglio e scopre che sta dicendo qualcosa su certe sculture del Gujarat. La sua famiglia viene da lì.
«Architettu– di grande pre– e –evi proprio –enire!».
Si avvicina per sentire. Il tagliaerba si ingolfa e si inchioda. Il chiasso finisce.
«Ti va di andare in un posto più tranquillo?». La voce di lei ora è nitida e squillante, ma Amal esita a rispondere. ‘Dai, forza!’
«Vuoi venire da me, a vedere le foto del Gujarat?». La bocca le si allarga in un sorriso, e lui sente che quelle labbra gli sono già familiari. ‘È quella giusta’, pensa.
«Magari un’altra volta», le parole escono dribblando i filtri del cervello. Le fossette di Binta scivolano verso il basso. E questo è tutto ciò che Amal ricorda di quel giorno a Welland Park.
Forse è così che doveva andare. Forse è così che succede alla gente che un bel giorno si sveglia sola, triste e patetica. Con la galleria piena di inquadrature di donne sconosciute e una cartolina dal Gujarat appesa al frigo.
Racconto di Martina Draft
Illustrazione di Marialuce Giardini
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