Il nuovo millennio, sulla falsariga del secolo scorso, ci parla con la voce delle macchine. Un vociare continuo, sommerso, fatto di dispositivi che abitano le nostre tasche, le nostre case, i nostri pensieri.
La risposta, com’era accaduto davanti alla civiltà industriale, si è polarizzata in due estremi: demonizzare il moderno o assolverlo in blocco. Due posture opposte, e insieme complementari. Da un lato, il sospetto paralizzante; dall’altro, l’accettazione incondizionata di una medicina salvifica, fornita in confezione pronta all’uso. In entrambi i casi, si resta fuori asse rispetto al proprio tempo. L’estraneità – così come l’immersione a occhi chiusi – consegna un mondo non posseduto, non interrogato, e quindi non davvero abitato.
È qui che si inserisce la proposta di Valentina Tanni, storica dell’arte digitale e studiosa delle estetiche della rete e dei media, che portiamo addosso come seconde pelli. Nel suo ultimo libro, Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia (Einaudi), pubblicato nei «Maverick» – una collana che, fin dal nome, promette deviazioni, sentieri che corrono fuori dalle strade già battute – Tanni invita a rovesciare il paradigma e a immettersi in una terza via: riappropriarsi della tecnologia.
La direzione che indica è quella del misuse, l’uso improprio. Attraverso un catalogo storico di esperienze artistiche che sfidano l’abitudine tecnologica, l’autrice, più che parlare di macchine, racconta l’uomo, e il modo in cui può tornare a essere soggetto, oltre che utente.
Leggi anche:
Autenticità: istruzioni per l’uso
Eresia, apertura, resistenza
Questa pratica ha un manifesto: The Art of Misuse di Jon Ippolito (2001), un testo che invita all’uso anarchico della tecnologia, alla liberazione critica dai suoi strumenti. Mantenere la scatola aperta, oltrepassarne i margini: non per migliorarla, ma per rivelarne i limiti, sabotarne l’autorità. Straniamento e distanziamento, qui, non sono effetti estetici: come in Brecht e Šklovskij, diventano metodi di pensiero.
Alla base c’è qualcosa di profondamente umano: il rifiuto di essere gestiti, ottimizzati, disciplinati dall’eterno. È la stessa spinta, osserva l’autrice, che anima il fai-da-te e il punk. Lo aveva già intuito Michel de Certeau, quando in L’invenzione del quotidiano (1980) definiva la tattica come la risposta di chi vive dentro strutture di potere e vuole trovare margini autonomi di manovra.
E così come gli artisti criticano l’arte con l’arte e i musicisti parodiano generi e tecniche con la musica, chi lavora con la tecnologia la mette in discussione utilizzando il solo linguaggio che conosce davvero: la tecnologia stessa. Chi padroneggia gli strumenti del proprio mestiere finisce sempre per tentare l’evasione: reinterpretando, adattando, reiventando, spingendosi in un détournement situazionista.
Il misuse rifiuta la funzionalità, incrina l’efficienza, e i protagonisti dei casi raccolti da Tanni – ingegneri dello gnommero alla maniera di un Gadda tecnologico – accettano che la razionalità ceda il passo al disordine. Eppure, l’uso improprio, talvolta, genera soluzioni inaspettate: applicazioni utili che emergono nel momento in cui si abbandona il percorso previsto. Valentina Tanni non nasconde la vulnerabilità del terreno in cui si sporca le mani. Ricorda che ignorare le istruzioni significa spesso disattivare i sistemi di sicurezza. Ma il punto non è questo, quanto la posizione che scegliamo di assumere nei confronti delle macchine. Eresia, apertura, resistenza: i cardini di una poetica del misuse che David Rokeby, parlando del suo Very Nervous System, riassume con una dichiarazione di intenti esemplare:
I computer dovrebbero essere logici, quindi volevo che la mia opera fosse intuitiva. Il computer tende a separarti dal corpo, così ho voluto che la mia opera coinvolgesse profondamente il corpo.
Liberazione
Leggendo Antimacchine, si capisce subito che il fulcro non è l’oggetto singolo, ma lo sguardo, il metodo, l’atteggiamento: è lì che si gioca la posta. È inevitabile pensare a Bruno Munari e alla sua parola d’ordine: liberazione. Muoversi dentro le regole per superarle. È l’essenza stessa del détournement, dell’appropriazione: prendere un oggetto e costringerlo a dire altro. Munari invita a smettere di capire a ogni costo per tornare a immaginare. Le sue Macchine inutili – e, insieme a esse, gli esperimenti degli artisti del misuse – offrono ancora oggi un gesto di respiro salvifico dall’opprimente religione dell’utilità.
Divertirsi, pensare, perfino inquietarsi davanti a queste opere è il consiglio più attuale per un lettore che vive circondato da oggetti che gli riempiono gli occhi e la casa. È un bisogno urgente: ritrovare un volto e un filo di senso nel riflesso dispersivo degli schermi elettronici. Munari – e il suo nome, che in giapponese rimanda a «chi fa dal nulla» – non appartiene a un’utopia da archiviare. Il suo gesto è politico: capire cos’è la tecnologia, quale ruolo assume nel sistema economico che la produce e deviarla. È un rifiuto all’ideologia della produttività e del funzionalismo che ritorna come un loop nelle logiche delle Big Tech.
Leggi anche:
L’invidia della penna come modo per leggere gli autori
«La libertà è la strategia per sottomettere caso e necessità all’intenzione umana», scriveva Vilém Flusser. Una libertà che vale anche sul piano del racconto. Perché, come ricorda Tanni, non basta appropriarsi degli strumenti: bisogna possedere anche le narrazioni che li avvolgono. Sono i tecno-testi – le metafore, i miti – che definiscono ciò che la tecnologia è, fa, significa.
È proprio qui che si annida il dovere morale: appiattire il tecno-testo più potente e pericoloso, quello che equipara la tecnologia alla perfezione, e infine alla divinità. L’IA è il caso più evidente, il territorio più saturo di immaginario e ansia: un’«intelligenza magica che viene dal cielo», «dalla parte degli angeli», «la luce della conoscenza» da espandere. E infatti, il verbo chiave del tecno-ottimismo è credere.
Questa atmosfera non nasce dal nulla: è la tappa più recente di una genealogia lunghissima. Le macchine, da sempre, nella loro infanzia storica vengono percepite come medium sovrannaturali. Oggi, però, c’è un salto in avanti: sono accompagnate dalla promessa che possano salvarci da ogni male.
Nel regno del dogma, la critica non è solo utile, ma necessaria. Sottrarsi alla narrazione salvifica non significa cedere al luddismo, né scagliare anatemi sulla soglia della diffidenza. Significa rompere l’incantesimo, sabotare un culto dall’interno. Corrisponde ad assumere – utilizzando le parole con cui Furio Colombo, in prefazione di La linea gotica, definisce la figura del dissenter – la postura di chi «esplora con amore una chiesa, ma senza fede».
Il nostro lato del tavolo
Nel quarto numero di «Civiltà delle Macchine» (1953), Riccardo Manzi disegna un uomo che gioca a carte con una macchina. Un duello quieto, quasi domestico, rappresentante di quello che allora era il mondo industriale. Si tratta del racconto dell’equilibrio – e il disequilibrio – nel confronto tra umano e tecnologia. In quell’immagine, al di là di ogni lettura allegorica, c’è la scelta di dare protagonismo al nostro lato del tavolo di gioco. L’artista presuppone che il flusso di umanità non può essere neutralizzato, che continua a infiltrarsi in ogni gesto e in ogni artefatto.
La tecnologia non è un oggetto inerte, bensì una materia che prende e cambia forma nell’uso. E se non vogliamo che il nostro futuro venga definito esclusivamente da ingegneri e programmatori, occorre reclamare un’alleanza, un tavolo comune, in cui difendere l’idea che l’arta non sia un semplice residuo inglobato nel flusso dell’innovazione standardizzata, il fastidioso rumore di fondo di un ingranaggio rotto. Reclamare uno spazio in cui riaffermare, senza abbassare la voce, che il desiderio di rifare il mondo è, prima di tutto, un’operazione simbolica.
Leggi anche:
L’insonnia è un atto di resistenza
Il mestiere che ci aspetta non può essere confinato all’iper-verticalità; richiederà contesto, immaginazione, postura critica. È qui che si gioca il senso più concreto del tech-umanesimo: le macchine macinano dati, ma non sanno attribuire significato. Smettere di pensare alla tecnologia come a un prodotto culturale, cancellando ciò che appare superfluo – estetica, ironia, gioco, contraddizione – vuol dire preparare macchine sempre più pericolose, in quanto radicalmente antiumane.
Possedere il proprio mondo – insieme alla medicina già citata nell’introduzione – richiede di dare un nome alle cose, entrarci dentro, sporcandosi le mani. Comprenderne i meccanismi, anche solo per decidere consapevolmente di non assecondarli.
Con Antimacchine (acquista), Valentina Tanni invita infine ad accogliere l’imprevedibilità, a riconoscere l’irriducibilità di una parte dell’esistenza. In fondo, è solo un modo per difendere quello spazio di non-praticità – su cui si sofferma Mark Pauline in chiusura del documentario The Will to Provoke, dedicato al tour europeo di SRL del 1988 –, senza il quale si «finirà per compiere l’atto meno pratico in assoluto: distruggerci tutti».
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

