L’insonnia è un atto di resistenza

«Mai fidarsi delle donne insonni» di Annabel Abbs

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«Mai fidarsi delle donne insonni» di Annabel Abbs

«L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in luogo di tortura». Così E. M. Cioran in Al culmine della disperazione definisce l’insonnia: una tortura, un momento in cui si incontra l’assurdo faccia a faccia e in cui ci si perde. Annabel Abbs in Mai fidarsi delle donne insonni (Einaudi, 2025) offre uno spaccato nuovo riguardo al modo di concepirla. Abbs racconta la propria esperienza con l’insonnia e la trasforma in qualcosa di più: un viaggio letterario, geografico e interiore.

L’insonnia: da fragilità a opportunità

La definizione di Cioran è forse quella più comune: così la rappresentano tutti, ovvero come una condanna, condizione invalidante. Spesso l’insonnia è legata alla colpa o al rimorso. «Macbeth non dormirà più», dice William Shakespeare nella tragedia dove l’insonnia simboleggia il senso di colpa del protagonista dopo aver commesso un omicidio. Ancora, Marcel Proust, Fëdor Dostoevskij, Virginia Woolf, con veglie febbrili che si configurano come un elemento di dissoluzione dell’identità e dell’io.
Nel cinema, la notte insonne è altrettanto rivelatrice, ma in senso negativo: pensiamo a Insomnia di Christopher Nolan, dove la mancanza di sonno del protagonista è l’allegoria del disgregamento morale. L’insonnia è quella chiave per rivelare le fragilità dell’io, la sua impotenza e la sua incapacità di stare bene.

Da questa genealogia della veglia come stato negativo si allontana l’originale lavoro di Annabel Abbs, che ha scritto un testo ibrido e raffinato, anche se difficile da collocare come genere: non è un vero e proprio saggio, perché certamente della saggistica conserva il linguaggio alto, la raffinatezza già citata e anche una certa organicità seppur con diverse digressioni; ma è anche un memoir, se non una sorta di reportage dell’autrice. Mai fidarsi delle donne insonni è forse, tutt’al più, una meditazione poetica e una riflessione profonda.

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La privazione del sonno: neurologia e poetica

L’insonnia all’interno di questo libro è trattata in maniera completa. L’autrice spazia dalle sue riflessioni ed esperienze personali, fino a considerazioni di carattere propriamente scientifico. Probabilmente queste ultime sono la parte meno interessante della trattazione, non tanto perché costituiscono considerazioni ovvie, anzi, ma in quanto non sono caratterizzate dalla potenza emotiva ed evocativa che viene invece mostrata in altri momenti. Il taglio più originale riguarda, infatti, gli aspetti personali: si parte da un lutto familiare fino a definire in modo più profondo il collegamento tra insonnia e identità femminile.

E poi c’è la notte, femminile anch’essa, che dovrebbe essere il momento in cui tutto si ferma e si perde. Per Abbs, invece, la notte non è il teatro dell’angoscia e della inattività, ma può diventare opportunità, poiché per antonomasia libera dai vincoli della produttività diurna.

Bisogna, tuttavia, essere molto cauti in ciò: Abbs non difende un disagio mentale o la privazione del sonno per ottenere “di più”. La società che ci desidera sempre performanti ci spinge sovente a trascorrere notti insonni per portare a termine un lavoro, per svolgere prima un compito oppure tutti i pensieri intrusivi che la quotidianità ci suggerisce ci spingono a rimuginare e a privarci del sonno per riflettere.

Non è questa, invece, l’insonnia di cui parla il libro, che non è un saggio di autoaiuto. Se mai, è una riflessione efficace sul cogliere la fragilità come opportunità e anzi sul vincere quella produttività a tutti i costi che ci fa vedere l’insonnia come una sconfitta o una perdita.

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Un viaggio insonne e simbolico

Il libro si struttura come un viaggio fisico, ma anche simbolico, collegato moltissimo alla scrittura. Così, la trattazione arriva al suo massimo: arrivano le donne, quelle insonni e resistenti, da cui possiamo prendere esempio. Le donne insonni del titolo sono Louise Bourgeois, Jean Rhys, Sylvia Plath e, naturalmente, Virginia Woolf, che nella sua insonnia trovava un linguaggio di libertà e di ribellione. Tutto questo con una enorme forza lirica. Le tantissime digressioni a volte fanno smarrire la via al lettore, ma forse rappresentano anche loro lo smarrimento di notti trascorse diversamente dal solito, inermi, inquieti, eppure in grado di trovare una strada nonostante l’insonnia.

Per millenni, le donne hanno strappato tempo alla notte – per scrivere, dipingere, studiare, riflettere –, trovandovi una solitudine, una creatività e una produttività che la luce del giorno raramente è in grado di offrire.

Mai fidarsi delle donne insonni (acquista) rivoluziona l’idea di insonnia e non la dipinge come una patologia da risolvere, ma come un atto di resistenza e un elogio al “margine”. Quando tutto andrebbe messo da parte, durante la notte, ci sono donne che riescono invece nel margine a trovare il tutto.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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