Il 19 dicembre 1848 si spegneva, a soli trent’anni, Emily Brontë: un’anima solitaria, una straniera nella comunità degli uomini. Visse interamente immersa nel proprio universo interiore, con l’amata casa di Haworth a fare da sottile cerniera tra lei e il mondo esterno.
«Eamala [Emily] is a gurt bellaring bull» si legge in una lettera del fratello Branwell. Non era graziosa. Era alta e robusta. Forte e orgogliosa. Nobile e crudele, come la profondità dei suoi occhi chiari.
Il suo unico romanzo, Cime tempestose, è l’espressione fedele di quell’universo: un mondo privato, autonomo e incontaminato, tanto violento da scandalizzare la morale vittoriana. Un paesaggio dell’anima sospeso tra le brughiere e il muro di un giardino, come la canonica che l’accolse bambina – con gli occhi inquieti e curiosi – e la vide morire, in un freddissimo inverno.
Haworth, i lutti e la genesi di Gondal
Nacque il 30 luglio 1818 in un piccolo villaggio dello Yorkshire, mentre l’erica in fiore tingeva di viola le brughiere intorno. Poco dopo la famiglia si trasferì ad Haworth, dove il padre, il reverendo Patrick Brontë – che aveva modificato il proprio cognome per celare le origini irlandesi e forse in omaggio all’ammiraglio Nelson – fu nominato curato e vi si stabilì con la moglie Maria e i sei figli: Maria, Elizabeth, Charlotte, Branwell, Emily e Anne.
L’infanzia di Emily fu presto segnata da una sequenza di lutti. La madre morì quando lei era ancora molto piccola; poco dopo, le sorelle maggiori, Maria ed Elizabeth, si spensero a causa delle terribili condizioni igieniche del collegio nel Lancashire dove il padre le aveva inviate insieme a Charlotte ed Emily. Quelle perdite, precoci ma decisive, rafforzarono il legame profondo tra i membri di un nucleo familiare già appartato. Una delle ossessioni di Emily – splendidamente trasportata in Catherine nel suo romanzo – fu sempre quella di trattenere ciò che sentiva intimamente suo, difendere con tenacia la cerchia del cuore.
A vegliare su quel piccolo microcosmo, oltre alla solerte zia Elizabeth e alla domestica Tabby, vi furono anche alcuni fedeli compagni a quattro zampe: Grasper prima, Keeper e Flossy poi.
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Fu proprio in questo rifugio che i piccoli Brontë, su impulso del padre e ispirati da una scatola di soldatini che lui stesso aveva regalato loro, iniziarono a creare mondi immaginari. Ne nacquero due vasti cicli narrativi: Angria, concepito da Charlotte e Branwell, e Gondal, frutto della fantasia febbrile di Emily e Anne. Gondal è una terra irreale, popolata da passioni assolute e conflitti senza tregua, ma i suoi paesaggi, pur nati nel cuore di un sogno, rispecchiano le lande selvagge al di là della finestra della canonica.
Scelsero l’arte al posto della vita, la finzione al posto della realtà. Una scelta naturale, favorita da una complicità assoluta, da una sintonia che pareva ancestrale, istintiva, e da un’educazione sentimentale tutta libresca e privata. Per Emily, Gondal non fu solo un gioco: divenne una seconda patria dell’anima – forse la prima –, un orizzonte poetico che la accompagnò tutta la vita.
La scrittura e l’assoluto
Per Emily Brontë, scrivere significava vivere. Sognare. Respirare un’esistenza altra, più piena e autentica di quella offerta dal mondo delle cose. Visse così tutta la vita altrove, in un altrove vastissimo. Nulla le accadeva, forse, nelle lunghe giornate trascorse nella canonica, tra le mansioni domestiche con Tabby, ma tutto le accadeva dentro, in modo più vivo, più feroce, più reale.
Appena libera dai doveri quotidiani, correva su per le brughiere con i suoi cani, respirando il vento come fosse parola divina, toccando le rocce con cui sentiva di condividere la stessa natura aspra e indomita. Era lì che trovava Dio. Non il Dio dogmatico del pulpito paterno, ma un Dio panteista, diffuso ovunque: nell’erica, nella pioggia, nella vastità dell’orizzonte, nelle tempeste galoppanti che scuotevano cielo e anima e impedivano la crescita di alberi. Trovava Gondal, trovava sé stessa. Trovava l’assoluto.
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E al tramonto tornava, le scarpe sporche di radici e di terra, gli occhi accesi di visioni, come invasati d’amore – quello stesso amore estremo e totalizzante di Heathcliff per Catherine, che era anche il suo per quella brughiera adorata, fasciata di luce e solitudine. E allora scriveva. Scriveva nella sua stanzetta, sola, condivisa solo con Keeper, il cane che vegliava i suoi silenzi.
Essere per scrivere, scrivere per essere. La sua legge segreta. Così nacquero le sue poesie, così nacque Cime tempestose. Non lasciti, non testamenti, ma visioni segnate dal desiderio di tornare a essere parte di quel mondo – dentro e insieme a esso. Sono frammenti della sua interiorità più profonda, segreti che macchiavano la carta che nessuno – nemmeno le persone con le quali condivideva tutto – avrebbe mai avuto pieno diritto di violare.
La porta aperta sull’anima
Era il 9 ottobre 1845 quando Charlotte Brontë, rientrando in soggiorno, trovò incustodito sul tavolo il quadernino sul quale Emily aveva trascritto, la notte precedente, una delle sue poesie. La curiosità vinse la discrezione. Lesse e lesse ancora quelle pagine. Ne uscì scossa. Emily non aveva mai accennato a ciò che abitava le sue nottate silenziose, e custodiva dentro di sé una voce poetica sconvolgente.
Charlotte comprese – forse per la prima volta – la distanza nascosta tra loro. Avevano vissuto fianco a fianco, guardando il mondo dalla stessa finestra: eppure la sorella maggiore si era sempre chiesta cosa ci fosse oltre l’erica e le colline, sentendosi imprigionata da quella natura sconfinata; Emily, al contrario, ne faceva parte. Era lei stessa il vento dell’ovest, il rimpianto dell’infanzia, il canto muto del cuore di cui scriveva.
Non si accorse, Charlotte, che quelle parole non erano scritte per occhi altrui. Non volevano essere lette: chiedevano di restare nell’ombra. Quando corse a dichiarare la sua scoperta, trovò negli occhi di Emily una collera incandescente, che nessuna parola riuscì a placare. Emily uscì e rimase fuori tutto il giorno. Tornò in silenzio. Ma il vaso, ormai, era stato scoperchiato.
Nei giorni successivi, la sorella attese con pazienza che si posasse la tempesta. Emily, alla fine, cedette. Accettò, seppur riluttante, di pubblicare alcune delle sue poesie, raccolte con quelle di Anne e Charlotte, sotto pseudonimo: Ellis, Acton e Currer Bell. Nella primavera del 1846, l’Inghilterra letteraria conobbe i fratelli Bell – passate poi alla storia della letteratura inglese come le sorelle Brontë.
Ma la poesia, per Emily, non era letteratura. Era un segreto, una miniera dell’anima di cui solo lei custodiva l’ingresso. Svelarlo significava tradirlo. Con la pubblicazione, Charlotte – seppur spinta dalle migliori intenzioni – metteva a rischio qualcosa di fragile e sacro: la sicurezza interiore della sorella, la sua inviolabilità. Esporsi al mondo fu per Emily un trauma sottile, ma profondo. L’idea che altri potessero leggere ciò che accadeva dentro di lei – e contaminarlo – era intollerabile. Un fiore nato nel buio di una stanza, reciso dalla luce. E, forse, da allora, iniziò a scivolare via dal mondo nel quale aveva sempre vissuto come in un sogno.
La quieta terra
Per quanto possa sembrare paradossale, dopo la resistenza feroce alla pubblicazione delle poesie, Emily Brontë non si oppose alla stampa del suo romanzo, nato da un anno di dedizione assoluta. Forse per una resa silenziosa davanti all’insistenza di Charlotte.
Si dice spesso che uno scrittore sveli sé stesso nel solo modo che conosce davvero: scrivendo. E nel caso di Emily Brontë, questo è più che vero: Cime tempestose bastò da solo, nella sua violenza visionaria, nella sua oscurità poetica, a rivelare la forza luminosa di una vita incredibile. Ed è vero che leggerlo significa appropriarsi di qualcosa che non appartiene, violare un diario intimo, ma si trasforma presto in una delle esperienze letterarie più intense e irripetibili della modernità.
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Il romanzo – firmato Ellis Bell – uscì nel 1847, in volume con Agnes Grey di Acton Bell (Anne) e in contemporanea con Il professore di Currer (Charlotte). Ma se Anne aveva scelto un’eroina morale e comune, e Charlotte cercava di lasciarsi alle spalle il mondo immaginario di Angria attraverso una prosa accessibile e lineare, Emily, invece, scriveva una storia brutale e terribile, capace di fondere in modo irripetibile romanticismo e gotico.
Nelle pagine di Cime tempestose (acquista) non si trovano soltanto amore e odio vendicativo: si trova la necessità assoluta di inventare questi e altri sentimenti che, nella vita quotidiana di Haworth, non aveva a disposizione. Emily li ha creati scavando dentro sé stessa, nutrendoli con la fantasia, e intrecciandoli alle poche, ma forti, suggestioni raccolte tra le mura domestiche.
Nel romanzo convivono i racconti magici del reverendo Brontë, le leggende della domestica Tabby, le corse selvagge sulle brughiere tra Ponden Hall e Top Withins. C’è il Dio delle Visioni. C’è il mondo spietato che Emily aveva intravisto appena, ma che le si era attaccato sulla pelle. C’è la figura tragica del fratello Branwell, su cui gravavano le attese di un’intera famiglia e che finì consumato da alcol, malattia e delirio. Nel furore amoroso e autodistruttivo di Heathcliff riecheggiano tutti i gesti folli con cui Branwell metteva a soqquadro la canonica.
C’è, infine, tutta Emily. E c’è la sua terra: la quiet earth che chiude il romanzo, come ultima parola. Una terra quieta, come le creature che la abitano, custode di un mistero che nessuno – nemmeno il lettore, novello Lockwood – riuscirà mai a penetrare.
L’anima senza catene
Il 1° ottobre 1848 ci furono i funerali di Branwell. Da quel giorno, Emily Brontë non uscì più dalla canonica. Una raffica d’aria gelida fu forse l’inizio della fine. Si ammalò: un’infiammazione ai polmoni. La tosse divenne presto compagna fissa, ma Emily non volle mai nominarla.
Si barricò dietro un silenzio impervio e feroce, rifiutando ogni cura, ogni parola. Come un animale fiero, scelse di affrontare da sola il dolore. La sua routine non cambiò: non volle rinunciare a nulla. Continuò a vivere come se il male non la stesse consumando, con un’ostinazione spaventosa, una forza selvaggia. Non era la morte la sua nemica: nel fondo del cuore, la accettava come una possibilità di ritorno – alla sua amata terra, al suo Dio, a quel mondo in cui finalmente avrebbe potuto essere parte del tutto.
Sapeva dell’angoscia che infliggeva alla sua famiglia. Al padre, che riviveva impotente l’incubo già vissuto con le figlie più grandi. A Charlotte, che non riusciva a concepire l’idea di sopravviverle. E ad Anne, che pure era malata, ma non ancora sopraffatta. L’intera casa ascoltava i colpi di tosse di Emily: pugnali nel petto, che scandivano le notti come una condanna. E le giornate si arrestavano nel momento in cui lei, curva e tremante, si trascinava su per le scale, un gradino alla volta.
Martedì 19 dicembre, la brughiera era ancora bianca. L’erba, irrigidita dal gelo, parve anch’essa condividere la fine imminente. Gli occhi di Emily si erano fatti opachi, il respiro più corto che mai. Charlotte, disperata, uscì di casa per cercare un ultimo ramoscello di erica ancora viva. Lo trovò, in un anfratto protetto dalla collina, e lo posò sul cuscino della sorella. Forse Emily non se ne accorse nemmeno.
Si alzò. Provò a iniziare la giornata, come sempre. Ma poi si stese sul sofà, con il lavoro a maglia caduto ai suoi piedi. «No, no», furono le sue ultime parole. Un altro rifiuto ostinato, l’ultimo atto d’indipendenza.
Una piccola grande anima senza catene, nata tra le eriche mosse dal vento dell’ovest si spense nel gelo dell’inverno. E Keeper rimase per settimane sulla soglia della sua stanza, ululando piano, inconsolabile.
In copertina:
Artwork by Emanuele Alvod
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Complimenti al narratore!!!
Eccellente scrittura!!
Riccardo stupendooooooooooo