La casa editrice Controversi nasce con l’intento di raccontare la complessità del presente senza ridurla a formule rassicuranti. Il nome stesso richiama l’’dea di una letteratura che accetta la contraddizione come condizione umana fondamentale, rifiutando una visione rigida e immutabile dell’identità. Abbiamo intervistato i due editori: Rita Rassu, dottoressa in Mediazione Linguistica e Culturale, ha conseguito il Master biennale in Filmmaking and Storytelling (Original, International) alla Scuola Holden di Torino e la specializzazione in Graphic Design all’istituto europeo di Design (IED – Roma). Cresciuta fra pennellate di colore e romanzi russi, pellicole vintage e note scordate. Riccardo Piazza, laureato in Editoria e Scrittura, Presidente dell’APS Lapaginabianca.docx, responsabile della sezione cultura del giornale Lanterna, ex libraio. Crede ancora nell’odore della carta e nell’importanza dei rapporti umani. Indossa spesso coppole.
Il nome della casa editrice, “Controversi”, è già molto indicativo delle intenzioni editoriali. Non solo in quanto può suggerire un gioco di parole (essere “contro” i “versi” quindi magari contro determinati aspetti della pubblicazione), ma anche perché rimanda in generale alla contraddizione. Che cosa significa, per te, riconoscerti in questo anziché nella “coerenza”?
Riconoscerci nella parola “Controversi” significa, per noi, accettare che l’essere umano non sia una linea retta ma una traiettoria irregolare, fatta di deviazioni, ritorni, ripensamenti. Non crediamo nell’identità come blocco compatto e immutabile, ma nell’identità come processo. E un processo, per sua natura, è attraversato da tensioni.
La coerenza, nel senso più celebrato e rassicurante del termine, è spesso una promessa di stabilità: restare sempre uguali a sé stessi, non cambiare posizione, non contraddirsi mai. Ma noi non volevamo costruire un progetto editoriale che si limitasse a essere coerente nel senso più rigido del termine. Perché la rigidità, anche quando nasce da buone intenzioni, rischia di trasformarsi in chiusura. E la letteratura, se è viva, non può essere chiusa.
Essere “Controversi” per noi non significa cercare lo scontro o la provocazione fine a sé stessa. Non significa essere “contro” per partito preso. Significa riconoscere che dentro ogni persona convivono impulsi opposti: il bisogno di sicurezza e la voglia di libertà, il desiderio di appartenere e quello di differenziarsi, la fedeltà alla tradizione e l’urgenza di metterla in discussione. Noi ci riconosciamo in questa tensione, perché è la stessa che attraversa la generazione di cui facciamo parte e le storie che vogliamo raccontare.
Dal punto di vista editoriale, questo significa non costruire un catalogo che sia solo “riconoscibile” come marchio, ma un catalogo che sia vivo. Restare fedeli non a una formula, ma a un principio, dare spazio alla complessità umana. Se un giorno una storia ci interroga davvero, anche se esce dai confini di ciò che abbiamo fatto prima, siamo pronti ad ascoltarla. La nostra fedeltà non è a un’estetica immobile, ma a un’urgenza autentica.
In un reel sul vostro profilo Instagram, tu dici che il vostro scopo è raccontare l’incomunicabilità. Un’altra sorta di contraddizione se vogliamo, perché la racconterete proprio comunicando. Come mai questa intenzione? E in che modo intendete farlo?
Quando diciamo che vogliamo raccontare l’incomunicabilità, non stiamo inseguendo un paradosso per gusto della provocazione. Stiamo nominando qualcosa che sentiamo profondamente nostro, generazionale, umano. È vero, c’è una contraddizione apparente nel voler parlare di ciò che non riesce a essere detto. Ma è proprio in quell’ossimoro che riconosciamo il nostro spazio.
Noi crediamo che l’incomunicabilità non sia assenza di parole. È, piuttosto, l’incapacità di sentirsi davvero ascoltati. È il divario sottile tra ciò che proviamo e ciò che riusciamo a esprimere. È quel momento in cui le parole escono, ma non arrivano. È quando diciamo “sto bene” e speriamo che qualcuno capisca che non è vero.
Raccontarlo, per noi, significa fare esattamente questo: provare a dare forma a quel vuoto. Non per colmarlo del tutto – sarebbe presuntuoso – ma per renderlo visibile. Perché spesso l’incomunicabilità fa più male quando resta invisibile, quando sembra un difetto individuale anziché una condizione condivisa.
E sì, la racconteremo comunicando. Ma lo faremo in un modo che non pretende di risolverla, bensì di attraversarla. Attraverso storie in cui i personaggi si sfiorano senza capirsi, si amano senza saperselo dire, convivono con silenzi più rumorosi delle parole. Attraverso dialoghi spezzati, fraintendimenti, lettere mai inviate, pensieri che restano sospesi. Attraverso narrazioni che mostrano quanto sia difficile, a volte, tradurre l’interiorità in linguaggio.
Per noi, raccontare l’incomunicabilità significa anche parlare delle distanze generazionali, familiari, sociali. Significa esplorare cosa succede quando si cresce in contesti che non offrono strumenti emotivi, quando si eredita il silenzio come forma di protezione, quando si impara a non disturbare con i propri sentimenti. È un tema che attraversa le relazioni di coppia, i rapporti tra genitori e figli, le amicizie, perfino il modo in cui ci presentiamo online.
C’è poi un altro livello. In un’epoca iperconnessa, in cui siamo costantemente esposti e apparentemente sempre in dialogo, l’incomunicabilità assume forme nuove. Ci scriviamo continuamente, ma ci comprendiamo sempre meno. Condividiamo frammenti di vita, ma raramente le fragilità profonde. Raccontare questo cortocircuito è, per noi, un atto necessario.
Non vogliamo comunicare “di più”. Vogliamo comunicare meglio. Vogliamo creare storie che diventino uno specchio, che permettano a chi legge di dire “anche io mi sono sentito così”. Perché quando una persona si riconosce in una pagina, qualcosa si incrina nel muro dell’incomunicabilità. Non scompare del tutto, ma si apre una fessura.
Se riusciamo a raccontare l’incomunicabilità in modo sincero, allora la contraddizione si scioglie. Perché comunicare l’incomunicabilità non significa negarla: significa riconoscerla insieme. E forse, proprio lì, in quel riconoscimento reciproco, nasce una forma nuova e più autentica di dialogo.
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Il vostro catalogo comprende due collane: Sommersi e Dispersi. Ci parli di queste due facce della stessa medaglia?
Le nostre collane Sommersi e Dispersi sono, per noi, due movimenti dello stesso respiro. Due direzioni solo apparentemente opposte, che in realtà si cercano e si completano. Se Controversi è una tensione, loro ne sono le due polarità.
Dispersi è la voce del presente. È lo spazio dedicato alla narrativa contemporanea – italiana e straniera – che parla del nostro mondo così com’è: instabile, frammentato, attraversato da inquietudini che non hanno confini geografici né coordinate temporali precise. I “Dispersi” sono i personaggi che camminano nelle nostre città, abitano le nostre relazioni, condividono le nostre paure. Sono le storie che raccontano la precarietà, la solitudine, la difficoltà di orientarsi in un tempo che cambia più velocemente di quanto riusciamo a comprenderlo.
Li chiamiamo Dispersi non perché siano perduti senza possibilità di ritorno, ma perché incarnano quella sensazione di smarrimento che accomuna molti di noi. Sono individui che cercano un linguaggio per raccontarsi, che inciampano nell’incomunicabilità, che provano a costruire legami in un mondo che spesso li rende fragili. Attraverso loro esploriamo le difficoltà di vivere nel presente – a prescindere da tempo e spazio – e lo facciamo con uno sguardo che non giudica, ma osserva e accoglie.
Sommersi, invece, è la voce che arriva da più lontano. È la collana dedicata ai classici, soprattutto a quelli riscoperti, dimenticati, sottovalutati. Autori e opere che il tempo ha coperto di polvere, ma non ha svuotato di significato. Li chiamiamo Sommersi perché sono testi che non sono scomparsi, sono rimasti sotto la superficie, in attesa di essere riportati alla luce. Sono i nostri porti sepolti.
Per noi, i Sommersi non sono reliquie letterarie. Non li scegliamo per nostalgia o per esercizio accademico. Li scegliamo perché parlano ancora al presente. Perché le difficoltà di comunicazione tra esseri umani, il conflitto interiore, il senso di estraneità, non sono invenzioni contemporanee. Esiste una continuità emotiva che attraversa i secoli. Le parole cambiano, i contesti mutano, ma certe fratture restano.
Se i Dispersi raccontano chi siamo adesso, i Sommersi ci ricordano che non siamo i primi a sentirci così. Che lo smarrimento non è una condanna generazionale, ma una condizione umana. Che l’incomunicabilità, l’inquietudine, il desiderio di essere compresi attraversano il tempo come un filo invisibile.
Metterli nello stesso catalogo è una scelta precisa. Significa rifiutare l’idea che il contemporaneo sia l’unico luogo del conflitto e che il classico sia qualcosa di distante e immobile. Significa creare un dialogo silenzioso tra epoche diverse, far sì che una voce di ieri possa risuonare accanto a una voce di oggi.
Sommersi e Dispersi non sono categorie opposte, anzi. Sono due modi di essere nel tempo. E noi, come Controversi, vogliamo stare esattamente lì, nel punto in cui passato e presente si sfiorano, si interrogano, si riconoscono.
In che modo il confronto con autori e lettori ha cambiato la vostra idea iniziale di questo progetto? O è sempre stato ben definito?
Fin dall’inizio avevamo un’intuizione molto chiara, volevamo un’editoria che parlasse del presente senza abbellirlo. Un’editoria capace di nominare le difficoltà concrete della nostra generazione: il precariato, l’instabilità economica, il peso di desideri che non coincidono con le possibilità reali. Quel nucleo non è mai cambiato. È nato da noi, dalle nostre vite, prima ancora che da un progetto.
Quando abbiamo iniziato a sognare Controversi, eravamo prima di tutto persone che facevano i conti con le stesse fratture che volevano raccontare. L’incertezza lavorativa. Il calcolo costante delle spese. La sensazione di essere sempre “in ritardo” rispetto a tappe che sembrano naturali: una casa, una famiglia, una stabilità. Il desiderio di costruire qualcosa di duraturo e, allo stesso tempo, la paura di non avere le risorse per sostenerlo.
Non volevamo un’editoria che fingesse che tutto questo fosse solo uno sfondo. Per noi è la materia viva delle storie. È la tensione quotidiana tra ciò che sogniamo e ciò che possiamo permetterci. È il conflitto tra il desiderio di restare nella propria terra e la necessità di partire per cercare altrove opportunità che qui non esistono. È il dolore silenzioso di chi lascia affetti, radici, paesaggi familiari per inseguire una possibilità.
Il progetto, quindi, non è stato “cambiato” da qualcosa di esterno, si è piuttosto chiarito man mano che prendevamo coscienza di quanto queste esperienze fossero centrali anche per noi. All’inizio avevamo una visione forse più romantica dell’editoria indipendente. Con il tempo abbiamo capito che non potevamo limitarci a parlare in astratto di complessità o di incomunicabilità, dovevamo sporcarci le mani con la realtà concreta.
Abbiamo compreso che raccontare il presente significa anche assumersi il rischio di nominare il denaro, la precarietà, la fatica. Significa parlare di contratti a termine, di lavori sottopagati, di sogni rimandati. Significa raccontare il desiderio di mettere al mondo un figlio e la paura di non riuscire a garantirgli sicurezza. Significa affrontare il senso di colpa di chi parte e quello di chi resta.
In questo senso, il confronto più decisivo è stato con noi stessi. Con le nostre paure e le nostre ambizioni. Con l’idea di famiglia che ci portiamo dentro e con la realtà economica che la rende fragile. Con la consapevolezza che anche fondare una casa editrice è un atto precario, un salto nel vuoto fatto senza garanzie.
Se qualcosa è cambiato, è la nostra maturità. Siamo diventati più lucidi, meno ingenui, ma non meno sognatori. Abbiamo capito che il sogno non è l’opposto della realtà, ma è ciò che ci permette di attraversarla. E allora Controversi non è solo un progetto culturale. È una risposta, imperfetta ma ostinata, alla sensazione di instabilità che ci accompagna.
Il cuore è rimasto lo stesso: raccontare le difficoltà del presente senza vergogna, senza retorica, senza paternalismi. Dare dignità narrativa a ciò che spesso viene ridotto a statistica. Trasformare la fatica quotidiana in materia letteraria.
Non siamo cambiati nella direzione. Siamo diventati più consapevoli del peso delle parole che scegliamo. E oggi sappiamo che parlare di precarietà, di partenze forzate, di sogni economici irrisolti non è solo una linea editoriale, è una presa di posizione. È dire che queste vite, queste tensioni, questi conflitti meritano di essere raccontati con la stessa serietà di qualsiasi altra grande storia.
Se l’idea è dare voce a esperienze fragili o quotidiane come sembra sia la vostra intenzione, certo è una responsabilità particolare: come ci si assicura di non semplificarle o tradirle nel processo editoriale?
Per noi questa domanda tocca il nucleo più profondo di ciò che facciamo, perché dare voce a esperienze fragili, quotidiane, spesso invisibili, non è solo una scelta editoriale, è una responsabilità che sentiamo dentro, prima ancora che sulle pagine dei libri. Quando parliamo di fragilità, parliamo di vite che conosciamo dall’interno, perché siamo cresciuti dentro le stesse tensioni che raccontiamo: l’instabilità economica, la precarietà del lavoro, il desiderio di costruire senza avere le risorse per farlo, la difficoltà di conciliare sogni e realtà. Non sono “temi” astratti, sono esperienze concrete, respirate, vissute, che attraversano le nostre vite ogni giorno.
Il rischio più grande, e quello a cui prestiamo più attenzione, è sempre la semplificazione. È facile cadere nella retorica, trasformare la fragilità in simbolo, la fatica in messaggio edificante, la povertà in dispositivo narrativo. Questo per noi sarebbe un tradimento; tradire la complessità, tradire la verità di chi vive realmente queste esperienze. Per questo, ogni passo editoriale è scandito da domande precise, che ci poniamo continuamente: stiamo rispettando l’autenticità della storia? Stiamo lasciando emergere le contraddizioni e i silenzi dei personaggi, oppure li stiamo eliminando per renderli più leggibili, più “accettabili” o più “emozionanti”? Stiamo restituendo la realtà così com’è, con la sua durezza e le sue zone d’ombra, o stiamo raccontando un’idea di realtà semplificata?
Per noi, le esperienze fragili non possono essere addomesticate. Non cerchiamo storie esemplari o morali-consolatorie. Una persona che lascia la propria terra per cercare fortuna altrove non è solo coraggiosa né solo vittima. Ha paura, rabbia, dubbi, fa scelte sbagliate, inciampa, si rialza. Una giovane coppia che sogna una famiglia senza avere mezzi sufficienti alterna speranza e sconforto, desiderio e rinuncia. L’emancipazione – dai propri genitori, dal partner, da e nella società – è spesso una sfida più cara del sangue. Tutto questo deve emergere. Se eliminassimo queste sfumature per creare un racconto più lineare o “piacevole”, tradiremmo la vita stessa.
Ogni scelta editoriale, quindi, è fatta con attenzione estrema, dal testo che scegliamo, al modo in cui lo lavoriamo, alle scelte di editing, fino alla forma finale del libro. Non accettiamo scorciatoie, non cerchiamo “facili emozioni” o momenti costruiti per colpire. Il nostro obiettivo è restituire la complessità della vita così com’è, con la sua imprevedibilità, i suoi silenzi, i suoi fallimenti, le sue piccole vittorie. Ogni intervento sul testo è guidato da questa tensione: rispettare l’autenticità, non ridurre, non semplificare.
Non si tratta di un lavoro veloce o comodo. Richiede disciplina, attenzione, pazienza. Richiede di confrontarsi ogni giorno con la realtà che viviamo e con quella che raccontiamo, senza mai cedimenti. Ma è l’unico modo per rimanere fedeli alla nostra visione, un’editoria che racconti il presente senza abbellirlo, senza retorica, senza giudizio, restituendo la dignità di chi lotta quotidianamente per vivere, costruire, sperare.
Alla fine, la responsabilità non è solo professionale, è personale. Ogni libro che pubblichiamo porta con sé la nostra promessa a chi si riconosce in quelle difficoltà: non verrà semplificato, non verrà tradito, verrà ascoltato, rispettato e restituito nella sua complessità. Per noi, questa è la misura del nostro lavoro e il motivo per cui lo facciamo, ovvero dare voce a chi spesso resta invisibile, senza mai perdere la verità del presente.
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La vostra formazione è innanzitutto universitaria. Sono tanti gli addetti ai lavori che pensano che tale formazione sia troppo “teorica”, specie quella italiana, e che la competenza si guadagni innanzitutto “sul campo”. Voi cosa ne pensate? Credete che i vostri studi e le vostre letture siano state una formazione irrinunciabile o è mettendovi sul campo che avete davvero imparato come svolgere questo mestiere?
Crediamo che il dibattito tra formazione accademica e formazione “sul campo” sia in parte mal posto: entrambe sono necessarie, ma rispondono a esigenze diverse.
Siamo d’accordo con chi sostiene che l’università, soprattutto in Italia, abbia ancora un’impostazione fortemente teorica. Offre sì strumenti critici ma raramente restituisce una visione concreta del sistema (editoriale) contemporaneo.
Difatti, il mondo dell’editoria reale è fatto anche di bilanci, contratti, distribuzione, rapporti con i librai, dinamiche fieristiche, aspetti fiscali, tempi di stampa, impaginazione, editing… Sono competenze decisive che difficilmente trovano spazio nei percorsi universitari tradizionali. Ed è proprio entrando nel lavoro quotidiano che si comprende davvero come questi elementi si intreccino e condizionino ogni scelta editoriale.
Se potessimo tornare indietro, rifaremmo i nostri percorsi di studi senza esitazione ma li integreremmo maggiormente con una formazione pratica più strutturata. Corsi dedicati agli aspetti fiscali, alla distribuzione, alla gestione delle fiere, al lavoro con le librerie, ai processi di impaginazione sono ambiti che oggi considero imprescindibili.
In Italia, purtroppo, permane ancora una forte centralità del titolo accademico come legittimazione professionale. Forse, se il sistema fosse meno ancorato a questo principio, vedremmo percorsi più ibridi e soprattutto più frequentati, capaci di coniugare il teorico con l’operativo. Ricordiamo che tanto in triennale quanto in magistrale avevamo dei compagni di corso che finivano per domandarsi «A cosa mi servirà sapere di case editrici finite nel dimenticatoio o di volumi di cui non ho mai sentito parlare?». Erano domande che in parte ci facevamo anche noi, ma oggi ci ritroviamo a (ri)pubblicare testi di case editrici che nel secolo scorso avevano speso le loro speranze su quei volumi, quindi forse avevamo torto all’epoca. In definitiva, ti diremmo che la chiave di volta potrebbe essere nell’avere un corpo docenti che – oltre ad un’esperienza accademica – posseggono anche un curriculum lavorativo tale da poter fornire la propria esperienza agli studenti, che spesso arrivano a fine magistrale senza neanche sapere cosa sia InDesign.
Avete parlato anche dei social come forte influenza nella nostra società, quindi anche nel mondo letterario. Come si fa a rendere il vuoto dei nostri tempi, fatto di un bombardamento di comunicazione attraverso i social, pienezza grazie al lavoro editoriale?
Viviamo in un regime dell’informazione, tanto per citare il filosofo Byung-Chul Han: non è la censura a dominarci, ma l’eccesso di notizie. Un flusso continuo, accelerato, frammentato, in cui tutto si equivale e tutto viene immediatamente sostituito da qualcos’altro. Non è importante l’accuratezza, la fonte, la grammatica, importa solo arrivare prima del giornale rivale.
Il problema non è la mancanza di contenuti, ma la loro sovrabbondanza. Non il silenzio, ma il rumore. In questo scenario, anche la letteratura è stata trascinata dentro le stesse logiche di consumo rapido, visibilità istantanea, polarizzazione.
Come si trasforma questo vuoto in pienezza? Crediamo che la risposta stia in una parola semplice e difficile insieme: verità.
Non una verità assoluta o dogmatica, ma un lavoro editoriale che scelga testi capaci di restituire complessità, profondità, esperienza reale. Libri che non inseguano il dibattito del giorno per cavalcarlo, ma che sappiano restituirlo senza mistificazioni. Nel costruire il nostro catalogo, il tentativo è proprio questo, riportare al centro la realtà quotidiana, le sue tensioni, le sue contraddizioni, senza filtrarla attraverso slogan o semplificazioni. Se l’informazione tende a comprimere, il libro deve espandere. Se i social accelerano, l’editoria deve rallentare.
E forse il compito più radicale dell’editoria contemporanea è proprio questo, restituire tempo, senso e profondità in un’epoca che li consuma troppo in fretta.
Riccardo, guardando il percorso fatto finora, c’è qualcosa che oggi senti di poter fare con maggiore consapevolezza rispetto agli inizi?
Guardando al percorso fatto finora, ciò che sento di aver maturato maggiormente è la consapevolezza della complessità reale di un progetto editoriale. Dico sempre che tutto è partito da un cassetto. Una lettera scritta più di vent’anni fa per la Festa dei Nonni. Si chiedeva a bambini di nove anni di scrivere un piccolo pensiero su di loro. La frase che ho scritto è stata “Vorrei essere come mio nonno, perché quando mio nonno porta i libri a mia madre, lei è felice”. Penso nasca tutto da lì. Poi però l’entusiasmo deve essere accompagnato da visione, la visione da basi solide etc. Sulla carta (o su Excel) tutto appare lineare.
Con il tempo, però, ho compreso quanto il lavoro editoriale sia attraversato da variabili imprevedibili. Ritardi nelle traduzioni, modifiche redazionali più profonde del previsto, scelte grafiche da ripensare, oscillazioni nei costi di stampa, tempi di distribuzione, dinamiche di mercato. Ogni fase può generare uno scarto rispetto alla pianificazione iniziale, e quello scarto non è un’eccezione, è parte integrante del processo. Per tante cose devo ringraziare il mio amico Maurizio, uno dei pochi che ti parla prima delle variabili di questo processo e poi, alla fine, dell’entusiasmo che ne consegue. Se non si mettono in conto quelle, è inutile partire.
Oggi mi sento più consapevole proprio di questo. Non solo della necessità di pianificare, ma dell’importanza di costruire margini, elasticità e capacità di adattamento. Se agli inizi pensavo soprattutto alla struttura del progetto, ora considero con la stessa attenzione la sua resilienza. È una consapevolezza meno romantica, forse, ma molto più solida. E credo sia uno dei passaggi fondamentali per trasformare un’idea in un’impresa.
Puoi farci qualche spoiler sulle prime pubblicazioni e anche sul processo di selezione delle stesse?
Sugli spoiler saremo inflessibili: il bello dell’editoria è anche l’attesa, e vogliamo che le prime pubblicazioni si rivelino al momento giusto. Possiamo però anticipare che il debutto sarà il più ambizioso possibile; partiremo con otto titoli e saremo presenti al Salone Internazionale del Libro di Torino, che per noi rappresenta non solo una vetrina, ma un luogo simbolico di incontro con lettori, librai e professionisti del settore.
Quanto al processo di selezione, è stato intenso e profondamente condiviso. Non si è trattato di una semplice raccolta di manoscritti, ma di un lavoro di ricerca vero e proprio. La nostra scout Matilde ha esplorato a lungo il panorama italiano e internazionale, con l’obiettivo di individuare testi capaci di restituire con coerenza e forza il senso che vogliamo dare al catalogo. Abbiamo cercato opere che non fossero solo valide sul piano narrativo ma che dialogassero tra loro, che costruissero una visione. Ogni scelta è stata il risultato di confronto, lettura attenta e riflessione strategica; il catalogo, per noi, non è un insieme di titoli, ma un discorso culturale. Già Gobetti scriveva che la crisi era dettata dal fatto che le persone non credevano più nella figura dell’editore in quanto quasi tutti gli editori sono tipografi o librai; noi non ci montiamo la testa, non pensiamo di aver risolto alcun problema. Siamo certi però che, riportando la quotidianità al centro, riporteremo un dialogo vero e già questo sarebbe un sogno fuori dal cassetto.
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

