Cronache marziane è una raccolta di racconti che narra l’epopea della conquista di Marte. Ray Bradbury immagina la colonizzazione come un evento rapido (dal 2030 al 2057), sofferto e goffamente inutile. Terminologia impietosa ma adatta per sottolineare i patetici tentativi di impiantare il modello di vita terrestre e poi, per l’inevitabile conclusione: il ritorno sulla Terra. I singoli racconti, suddivisi cronologicamente, comprendono vari temi e personaggi. Esiste però una questione comune nell’intera opera, ovvero il bisogno di esplorare, nonostante le condizioni avverse, per sete di conoscenza o per sopravvivenza.
La catastrofe umana e la distruzione della Terra
Emil Cioran scrive nell’Inconveniente di essere nati: «l’uomo è il cancro della Terra». Significativo fotogramma sull’invasività umana all’interno degli equilibri planetari. Il tema, centrale nel dibattito sull’attuale estinzione di massa, mette in discussione l’odierno stile di vita. Anche se non è mai esistito un uomo in armonia con la natura, il nostro impatto sul pianeta non è sempre uguale, ed in particolare è il modello occidentale a preoccupare. Jonathan Safran Foer scrive in Possiamo salvare il mondo prima di cena:
Se i sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta avessero i bisogni e la produzione del bengalese medio, ci basterebbe una Terra grande come l’Asia per vivere in modo sostenibile – il nostro pianeta sarebbe di gran lunga sufficiente per tutti noi. […] Se tutti vivessero come gli americani, ci servirebbero almeno quattro Terre.
La questione è complessa: equilibrare il legittimo desiderio di una vita migliore dei paesi poveri, obbligando, nel contempo, chi vive nell’opulenza a ridurre i consumi, sembra utopia. Secondo alcuni l’umanità avrebbe delle attenuanti: il suo grande successo come specie e il tempo (potenzialmente brevissimo) di massima espansione di una civiltà tecnologica. A tutto questo, come per molti problemi climatici, la reazione è principalmente una forma d’attesa, dettata dalla fiducia nel progresso umano. Secondo questa linea di pensiero, riusciremo a trovare soluzioni geniali senza modificare i nostri comportamenti. Mostrare la degradazione della Terra, e una successiva soluzione, è un classico della Sci-fi, dove spesso si narra il trasferimento della società su altri pianeti. Tra quelli esistenti, il più gettonato è Marte.
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Marte: una nuova speranza
Perché Marte? Le ragioni sono molteplici: la “vicinanza” (nonostante i proclami, al momento è un viaggio impossibile), le condizioni atmosferiche e la presenza d’acqua. Tra le possibili spiegazioni, ne esiste una storico-scientifica. Alla fine del 1800, l’astronomo Giovanni Schiapparelli osservò alcuni canali su Marte, che fecero discutere per la loro presunta origine artificiale. Fu una superficiale traduzione in inglese a scatenare il caso: “canali”, in italiano, implica una provenienza naturale o artificiale senza distinzione. In inglese c’è differenza tra canals e channels: il primo, utilizzato erroneamente nella traduzione, indica un’origine artificiale. Le smentite arrivarono in fretta, però non abbastanza: Marte (insieme alla luna) divenne il simbolo della conquista spaziale, ed una possibile scappatoia alla distruzione della Terra. Immaginare, poi, un contatto con una civiltà differente, specie in un mondo che presentava sempre meno “spazi mancanti” sulle mappe, aumentava l’attrazione. Si ottenne così il connubio tra la via di fuga ed il fascino della scoperta.
Le avventure dei conquistadores spaziali. Uno stimolo per salvare il pianeta d’origine
Cronache marziane è uno dei testi più famosi di Bradbury e, per l’epoca originale, molto evocativo. Viene descritta una società che, dopo molti fallimenti, riesce ad inviare l’uomo su Marte solo per rendersi conto che la vita, così come la consideriamo, è solo terrestre. Questa interpretazione fornisce una riflessione per la salvaguardia della Terra. Curiosamente, in Cronache marziane, gli umani tornano sulla Terra proprio all’alba di una catastrofe nucleare. Forse piuttosto che vivere su Marte, sarebbe meglio tentare di salvare il pianeta d’origine (specie se si considera chi causa questo disastro). Poiché, di fatto, l’associazione umanità=Terra è indivisibile nella nostra forma mentis, la scomparsa della seconda potrebbe causare danni irreparabili alla prima (discorso non valido a parti inverse).
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Le cronache mostrano un contrasto continuo, sia per la vita differente sui pianeti – uno morente, l’altro già morto – sia, almeno in apparenza, per il dualismo tra coloni e marziani. I marziani, fisicamente differenti, sono, in realtà, simili alla controparte umana; ad esempio, le dinamiche della vita coniugale sembrano identiche. Il comportamento dei moderni coloni non è dissimile a quanto già visto in passato: un classico esempio sono le vicende subite da maya e pellerossa. I lettori possono percepire la purezza perduta dai colonizzatori, dominati da manie di grandezza e dal desiderio di una vita diversa, anche se farebbero di tutto per mantenere le vecchie abitudini. Esattamente come con l’avvento dei conquistadores in America, la scomparsa della popolazione non è solo un atto attivo di sterminio (fisico o culturale), ma anche involontario e passivo. Malattie innocue per gli occidentali furono catastrofiche per le popolazioni senza anticorpi adeguati, e lo stesso vale per i marziani.
La varicella! Per Dio! Chi l’avrebbe mai detto! Una razza ci mette milioni di anni a evolversi, a progredire, a costruire città complesse, fa tutto il possibile per guadagnarsi rispetto e bellezza e poi muore. […] È forse morto a causa di una malattia dal nome atroce, angosciante, spaventoso? No! Per carità di Dio, è crepato di varicella, una malattia infantile…
«Cronache marziane»: per un’etica del progresso, della scoperta e della convivenza
I colonizzatori, invasori di una specie invasiva, invece di tentare una forma di dialogo, comprensione e convivenza, eliminano, volontariamente o meno, fisicamente o tramite un’assimilazione culturale, i colonizzati. Gli invasori si dimenticano così l’umanità, la tolleranza e la civiltà che si vantano di promuovere. In questo Bradbury, sfruttando uno scenario immaginifico, tenendo ben presente il passato, pone sotto la lente d’ingrandimento la questione del “diverso ma uguale”. Scoprire un’altra civiltà implicherà non solo riconsiderare noi stessi, ma anche i concetti di tolleranza, diversità, similitudine e umanità. Aspetti critici già nel nostro limitato ambiente terrestre.
Una delle conclusioni a cui Cronache marziane (acquista) potrebbe portare è che il progresso tecnologico, umano e conoscitivo (progresso inteso come “irresistibilità di/al moto”, per usare una terminologia “arendtiana” sulle rivoluzioni, non giudicato come positivo o negativo ma come una forma di cambiamento, in contrapposizione con l’immobilismo storico di Tucidide), senza un’analisi induttiva, morale quanto etica, dell’oggi (e del domani) è potenzialmente disastroso.
Anche se questo tipo di studio implica una buona dose d’imperscrutabilità, e il futuro è per sua natura incerto, essere preparati per eventuali risvolti di scoperte o invenzioni, prevedibili ma ignorati, potrebbe inficiare la sopravvivenza stessa dell’umanità, così come la conosciamo. Inoltre, la volontà di ricondurre il nuovo, che sia una civiltà, una scoperta o una teoria, a qualcosa di già conosciuto, forzandolo, modificandolo e snaturandolo, è una contraddizione stessa al concetto di conoscenza.
In fondo, che senso ha la scoperta del nuovo, se poi tentiamo di renderlo simile a quel che già conosciamo?
In copertina:
Artwork by Emanuele Alvod
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