Il vuoto e la rabbia

«Glasgow Boys» di Margaret McDonald

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«Glasgow Boys» di Margaret McDonald

Né Finlay né Banjo ricordano l’ultima volta che qualcuno li ha abbracciati. Basterebbe questo dettaglio per capire che Glasgow Boys non è un romanzo come gli altri: è la storia di due ragazzi per cui anche il gesto più semplice, essere stretti da qualcuno, è diventato qualcosa di estraneo.

Glasgow Boys è l’esordio della scrittrice scozzese Margaret McDonald, pubblicato in Italia da Rizzoli nella traduzione di Silvia Fornasiero. Nel 2025 ha vinto la Carnegie Medal, uno dei più prestigiosi riconoscimenti britannici per la narrativa per ragazzi. L’autrice ha devoluto il premio in denaro a un’associazione che sostiene i minori in affido. È un gesto che dice molto del libro. McDonald è nata a Glasgow, conosce da vicino il mondo che racconta, e scrive di povertà, di classe operaia e di fragilità con la precisione di chi non osserva da lontano.

È un romanzo pensato per un pubblico giovane, ma arriva con la stessa forza agli adulti. Parla di qualcosa che non ha età: il bisogno di essere visti, e la paura di non meritarlo.

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La trama di «Glasgow Boys»

Banjo e Finlay crescono nel sistema dei servizi sociali, passando da una comunità all’altra, senza una famiglia e senza una figura adulta a cui appoggiarsi. Il caso li mette in due letti vicini e, in un mondo che non ha mai dato loro nulla di stabile, trovano l’uno nell’altro la prima cosa che somiglia a una casa. Diventano inseparabili, fratelli per scelta più che per sangue. Poi accade qualcosa che spezza la fiducia, e le loro strade si dividono senza una parola.

Si ritrovano tre anni dopo, tra Glasgow ed East Kilbride. Finlay ha compiuto diciotto anni ed è uscito dal sistema di affido, trovandosi improvvisamente solo. Contro ogni previsione si è iscritto all’università per diventare infermiere. Ma senza una rete su cui contare deve tenere insieme lezioni, tirocinio, turni di lavoro, affitto, e a volte non riesce nemmeno a mettere insieme un pasto.

Banjo, un anno più giovane, è stato accolto dall’ennesima famiglia affidataria e ha cambiato l’ennesima scuola. Lava i piatti in un ristorante e cerca, con fatica, di non perdere anche questa occasione.

Vivono due vite parallele che non si toccano più. Ma il passato non si è fermato, aspetta soltanto il momento giusto per tornare.

Finlay: il vuoto

Finlay è il ragazzo che non disturba mai. È educato, diligente, sempre un passo indietro. Il suo tema è la solitudine: la fatica di chiedere aiuto, la convinzione di doversela cavare da solo a ogni costo. Dietro questa compostezza c’è una ferita che non si è mai chiusa, quella di essere stato abbandonato dalla madre. È un dolore che Finlay non sente, perché ha imparato molto presto a non sentirlo.

Ma ha anche passato la vita a combattere le sue presunte mancanze. Non si arrabbia mai, non si rattrista mai. Un essere umano modello. E ogni volta che un’emozione rischia di travolgerlo, fa il vuoto dentro di sé.

La sua negazione è silenziosa, quasi invisibile, e proprio per questo tanto più tenace. Finlay è diventato “un essere umano modello” per non dare a nessuno un motivo per andarsene. Ha costruito la sua sopravvivenza sull’idea che, se non chiede nulla, nessuno potrà togliergli nulla.

Poi, all’università, incontra Akash, e qualcosa comincia a incrinarsi.

Non sa nemmeno come e dove l’abbia incontrato. Sente che qualcosa sta cercando di farsi strada a forza dentro di lui, ma i suoi muri sono invalicabili.

L’amore, per chi ha imparato a vivere senza, è prima di tutto una minaccia. Akash è una promessa, ma è anche un pericolo per l’equilibrio che Finlay ha costruito con tanta fatica. Eppure, accanto a lui, Finlay riesce per la prima volta a dare voce a ciò che prova, anche se è una voce ancora fievole. Si sente visto per ciò che è. E scopre di non dover elemosinare vicinanza, perché Akash lo riconosce e lo vuole così com’è.

Banjo: il rumore

Se Finlay si svuota, Banjo esplode. È arrabbiato per ciò che gli è successo, per ciò che gli è stato tolto, per tutto ciò che non ha mai potuto controllare. Nella nuova scuola si presenta agli altri con l’unico linguaggio che conosce davvero, la rabbia, e la rabbia fa il vuoto intorno a lui prima ancora che qualcuno possa avvicinarsi.

Ma la rabbia di Banjo non è cattiveria: è un’armatura. È l’unico modo che conosce per stare al mondo senza esserne travolto. Sotto c’è la vergogna, l’emozione più difficile da nominare, quella che fa credere a un ragazzo di essere lui stesso il problema.

A incrinare questa armatura è Alena, la ragazza che lavora con lui nel ristorante di Morgan. Con lei Banjo intravede la possibilità di un affetto che non lo respinga. Ma è proprio questa vicinanza a riportarlo al passato, a ciò che lo ha allontanato da Finlay e dalla sua vita di prima. Per tenersi stretto ciò che ha, dovrà prima fare i conti con ciò che ha perso.

Una scrittura che accompagna senza giudicare

In Glasgow Boys la forma del racconto rispecchia il suo contenuto. McDonald alterna le voci dei due ragazzi e intreccia il presente con i ricordi, lasciando che il passato riaffiori a frammenti, sempre nel momento esatto in cui il presente lo richiama. Il lettore ricostruisce la storia pezzo dopo pezzo, come fanno Finlay e Banjo. È così che funziona la memoria di chi ha qualcosa da dimenticare: ciò che è stato negato non scompare, torna un frammento alla volta.

La prosa è scabra e insieme delicata. Non addolcisce nulla: la povertà, la violenza, la solitudine, il corpo che cede. Eppure non diventa mai cruda per il gusto di esserlo. McDonald tiene il lettore accanto ai personaggi, dentro le loro teste, e non li giudica mai. Li guarda con la stessa tenerezza che loro non riescono a rivolgere a sé stessi.

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Due modi di non sentire

Finlay e Banjo sono diversi e complementari: uno trattiene, l’altro travolge. Eppure negano la stessa cosa, il bisogno di essere amati, e la paura di non meritarlo. È questo il cuore del romanzo. La negazione non è un difetto dei personaggi, ma la strategia con cui due bambini lasciati soli hanno imparato a sopravvivere. Una strategia che un tempo li ha protetti e che ora, da ragazzi, impedisce loro di vivere.

In questo Finlay ricorda Jude di Una vita come tante di Hanya Yanagihara (edito da Sellerio). Entrambi combattono in silenzio con il proprio passato e sono convinti di meritare ciò che accade loro, perché non si sentono degni di essere amati. E tutti e due i ragazzi di Glasgow ricordano Marianne e Connell di Sally Rooney, in Persone normali (edito da Einaudi): come loro, hanno imparato a fare a meno del riconoscimento, a nascondere ciò che provano, e a scoprire, solo attraverso lo sguardo dell’altro, di poter essere visti.

Glasgow Boys (acquista) è un romanzo che fa male, ma non lascia senza speranza. Racconta quanto costi negare ciò che si prova, e quanto coraggio serva per smettere di farlo: per chiedere aiuto, per lasciarsi abbracciare, per perdonare e perdonarsi. Soprattutto ricorda una verità semplice, che Finlay e Banjo impiegano un intero romanzo a imparare: nessuno dovrebbe guadagnarsi il diritto di essere amato.

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Valentina Nuscis

Ho 25 anni, sono nata in un piccolo paesino della provincia di Sondrio, Chiavenna, e sono psicologa specializzata in psicologia per il lavoro e le organizzazioni. Instancabile lettrice, entro così tanto in empatia con i personaggi da non sapere più dove finiscano loro e cominci io. Credo fermamente che solo leggendo si possano vivere mille vite diverse.

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