Mentre spolvero la libreria, sento il trillo di WhatsApp e mi fermo per leggere il messaggio. Il mittente me lo aspettavo, Joe. Il contenuto, no: «So che ti devo ancora spiegazioni, ma domani non posso. So che capirai».
E no, basta. Se vuole qualcuno che lo capisca, che paghi uno psicologo.
Ho il diritto di sapere perché mi ha mollata. Ho rispettato i suoi tempi, ora agisco.
I nostri appartamenti distano dieci minuti a piedi, ma nella modalità turbo innescata dalla rabbia ce ne metto cinque. Con quaranta gradi all’ombra: arrivo respirando come Darth Vader.
Entro nel palazzo dal portone sul retro, sempre aperto, e suono al campanello di Joe. La musica all’interno si interrompe, ma nessuna risposta. Insisto. Nulla. Tempesto la porta di pugni, poi crollo a terra piangendo. Gli scrivo: «Ti prego, apri».
Intanto, un vicino si affaccia e mi chiede cosa succede. In spagnolo, ovviamente: siamo a Madrid. Sembra un incipit di barzelletta: ci sono un’italiana, un inglese e uno spagnolo. E l’italiana al momento ha solo Neurone Uno in posizione fetale e Neurone Due che sputa fiamme, che chissà come sono riusciti a comporre un messaggio in inglese; ora devono ricordarsi che sono a conoscenza di una terza lingua e mettere insieme una risposta per il poveretto lì di fronte. Ci riescono, all’incirca.
L’uomo continua, con tono pacato: «Vuole entrare a calmarsi? Vuole un po’ d’acqua?»
Respiro profondamente, chiudendo gli occhi. Li riapro. «No, la ringrazio. Mi scusi per il disturbo».
Annuisce e rientra.
Insomma, ora non si può neanche più litigare in pace senza essere distratti. Dove eravamo? Ah, già, Joe non vuol darmi segni di vita. Gli mando altri messaggi imploranti.
Finalmente risponde: «Va’ a casa. Domani ti chiamo e parliamo».
Con lentezza mi alzo e me ne vado. Chissà se mi chiamerà davvero.
C’è un lato positivo, però: se mi avesse vista così – in tuta, spettinata, sudata, occhi arrossati – dubito che un ‘non troverai un’altra come me’ avrebbe sortito l’effetto sperato.
Racconto di Pancake
Illustrazione di Marco Brescianini
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