Sognare, sfogare, disvelare. Questa è la strada sabbiosa su cui chi scrive s’arresta, sperando di Dire qualcosa. A chi scrive non serve sparare a zero sul mondo né sprecare pesanti parole sul conto, dell’umanità: chi scrive, innanzitutto, vuole scrivere e vivere per ciò che scrive. Così, ci si innamora della scrittura e del suo attorcigliarsi serpentino su se stessa; di quel suo incastro, salato, che – sovente – taglia, e raggiunge le vette più abissali che la nostra esistenza, sola, nasconderebbe. In pellegrinaggio su questa via chi scrive, perché scrive, anche Vive
In realtà, a chi scrive risulta sempre facile cominciare a sentenziare – che è una parola strana, che sembra dire sia la sentenza che il suo iniziare – su questo o quel ché; ma non quand’è in ballo quel discorso, a cui spesso si pensa quando si dice “discorrere”. Chi scrive non parla o se lo fa parla poco o se parla tanto s’inghiotte, bruno, dentro sé. Invece, chi scrive fissa e ascolta chi ha davanti: sfida, le persone e le fa pensare al perché questi gli stia di fronte senza fiatare. Paradosso, costringe chi scrive a sfiduciare il proprio dire e a cercarlo sempre altrove: quel vero, verde, Verbo
Non hai detto che questi non parla, no?
Chi?
Chi scrive?
Sì, chi scrive non parla. Rapina il dire delle altre, lo fa suo.
E per cosa?
…
A me par meschino.
Non è sua l’arte della gentilezza, non c’è mezza via per chi vuol vivere
Immobile e seduto, in prigione
nella sua violenza, sul vuoto candore
Racconto di Gianluca Domenico Aldo Martellotta
Illustrazione di Marco Brescianini
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