Per esser considerato quasi all’unanimità la più importante opera della letteratura africana, un romanzo non dovrebbe limitarsi a raccontare una storia, ma a dar voce alla Storia, quella con la maiuscola; dovrebbe forse ergersi a racconto (o lamento) generazionale, nazionale, continentale, in grado a un tempo tanto di dar forma a un mondo che non c’è più, quanto di ricordarne la catastrofe. Le cose crollano di Chinua Achebe (La nave di Teseo) in fondo è questo: un romanzo liminale che esplora la congiuntura tra una realtà che finisce e la novità che ne prende il posto a una velocità sconvolgente.
Chinua Achebe ha dedicato la quasi totalità del suo lavoro alla Nigeria, denunciando il disastro culturale portato prima dal colonialismo europeo e poi dai governi corrotti che si sono avvicendati dopo l’indipendenza del 1960. Poeta, romanziere, saggista e attivista, Achebe ha vinto il Man Booker International Prize nel 2007 ed è stato ripetutamente candidato per la corsa al Nobel. È ancora ad oggi considerato il padre fondatore della letteratura africana in lingua inglese.
La fine del mondo
Il romanzo prende piede nei primi anni del Novecento, nella regione orientale della Nigeria, prima dell’arrivo degli europei. Il protagonista Okonkwo, Igbo del villaggio verosimile di Umuofia, è un abile lottatore che, per questo, gode di grande rispetto, tanto da assicurarsi in breve tempo uno status sociale di massimo livello. La scalata di Okonkwo incontra la fine, però, con l’uccisione del “figlio adottivo” Ikemefuna che, comandata dall’oracolo, viene eseguita dallo stesso protagonista come simbolo di rispetto religioso e risolutezza morale. Poco dopo, un altro omicidio – stavolta involontario – costringe il guerriero ad un esilio di sette anni da trascorrere nel villaggio della madre.
Al ritorno, all’impazienza di rivedere la propria casa si avvicenda l’horror vacui dello sconvolgimento, il vero e proprio inizio del crollo. Anche Umuofia ha conosciuto l’approdo dei missionari inglesi e tutto sta cambiando. Il cristianesimo attecchisce in un lampo e guadagna sempre più proseliti, innescando una spirale che minaccia di spazzar via cultura e religione igbo, sostituendo con valori e usanze nuovi tutto ciò che fino al giorno prima aveva significato il mondo intero. Una spirale, questa, che è la medesima di Okonkwo, che misura su di sé il dramma della caduta, della perdita di senso, dell’oblio.
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«Le cose crollano»: lo spazio della tragedia
In epigrafe al suo romanzo, Chinua Achebe pone i versi in cui W. B. Yeats profetava il crollo del cristianesimo:
Girando e girando nella spirale che si allarga
Il falco non può udire il falconiere;
Le cose crollano; il centro non può reggere;
Mera anarchia è scatenata nel mondo.
Qui a crollare è invece la civiltà precoloniale nigeriana, fatta di villaggi, tribù e culto degli antenati, spazzata via da un’impronta inglese forte non tanto sul piano territoriale quanto più su quello civico-religioso: i colonizzatori costruiscono una chiesa e un distretto, accolgono credenti e promulgano un nuovo sistema di valori; puniscono, infine, chi rimane fedele ai propri.
Per questa parabola, Achebe sceglie una forma cara ai lettori occidentali: la tragedia. La suddivisione del romanzo in tre parti ne richiama in prima battuta la struttura teorizzata fin da Aristotele nella sua Poetica, ma a scandirne l’andamento risulta centrale pure una funzione individuata da Vladimir Propp agli albori dello strutturalismo russo: l’allontanamento. Dopo una prima, lunga parte – o atto, se vogliamo – ambientata nel villaggio di Umuofia, la seconda coincide con i sette anni di esilio del protagonista, allontanato per aver infranto le leggi religiose. È in questa fase che “l’uomo bianco” comincia a insinuarsi nel territorio, ed è nella terza parte del romanzo, coincidente con il rientro a Umuofia, che prende forma il crollo.
Okonkwo, eroe tragico
Come per ogni dramma che si rispetti, la tragedia ha bisogno di un eroe. Presentato come un guerriero e un devoto al lavoro nei campi, Okonkwo sembra racchiudere il meglio della cultura igbo: tormentato dallo spettro di un padre inetto, poi proiettato sul primogenito Nwoye, è tra i membri più rispettati del clan. A contraddistinguerlo, una dedizione cieca ai principi civici e religiosi del suo villaggio, tale da sferrare il colpo mortale al giovane Ikemefuna, condannato a morte dall’Oracolo (Agbala) dopo aver trascorso tre anni nella casa di Okonkwo.
«Quel ragazzo ti chiama padre. Non prendere parte alla sua morte». Okonkwo fu sorpreso da quelle parole, e stava per dire qualcosa quando il vecchio continuò: «Sì, Umuofia ha deciso di ucciderlo. L’Oracolo delle Colline e delle Caverne ha pronunciato la sua sentenza. Lo porteranno fuori da Umuofia, come è usanza, e lì lo uccideranno. Ma voglio che tu non sia coinvolto, dato che ti chiama padre».
Nel complesso, il sistema di valori – primo su tutti, la forza – cui il protagonista fa riferimento rimane saldo fino all’inizio della seconda parte: per rispettare questi stessi principi, Okonkwo e la sua famiglia sono costretti ad abbandonare il clan a causa di un omicidio involontario da lui commesso. Mentre trova rifugio nella comunità di sua madre, la civiltà che egli stesso incarna comincia a mostrare i primi segni di cedimento. Arriva nei villaggi “l’uomo bianco” a diffondere il proprio verbo, assoldando nelle proprie file anche il primogenito di Okonkwo. Nei suoi sette anni lontano da Umuofia, l’eroe di Achebe rimane tuttavia uno spettatore del crollo: sente di villaggi che cadono, convinto che il proprio farà la guerra al nuovo sistema. Solo al rientro dall’esilio, Okonkwo sperimenta le cose che crollano: il suo clan non resisterà. Di fronte a questa agnizione, all’eroe non resta che una sola via d’uscita.
In un lampo Okonkwo estrasse il suo machete. Il messaggero si abbassò per evitare il colpo. Fu inutile. Il machete di Okonkwo scese due volte e la testa del messo cadde a fianco del suo corpo in uniforme. Il fondale degli uomini in attesa di colpo cominciò a tumultuare e l’assemblea venne sospesa. Okonkwo rimase a fissare il morto. Sapeva che Umuofia non sarebbe scesa in guerra.
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Testimoni della fine
La cifra stilistica più sorprendente de Le cose crollano (acquista), e che ben si addice alla forma della tragedia, è probabilmente l’imparzialità di giudizio del narratore onnisciente. Non leggiamo mai frasi che preferiscono i modi della cultura tradizionale igbo a quella europea. Nemmeno sul piano della religione, tra le divinità indigene e il cristianesimo, Achebe si batte in difesa delle prime. Se la forza colonizzatrice dei missionari inglesi si manifesta implicitamente come una violenza deprecabile, in altre pagine la religione igbo viene mostrata in tutta la sua ottusità, dura e guerrigliera, infallibile tanto da pretendere che i genitori dei figli nati gemelli li abbandonino nella foresta, sepolti vivi in delle giare: perché lì muoiano nel pianto, esorcizzando il loro demone.
La realtà è che la cultura igbo e quella europea sono poste moralmente sullo stesso piano, senza partitismi. Proprio per questo, dunque, anche la portata “civilizzatrice” della colonizzazione è annullata ed è evocata, al contrario, come un improvviso e feroce fenomeno distruttivo. I lettori, così come il narratore, sono semplici testimoni della fine di un mondo antichissimo, inghiottito nel nulla dall’arrivo di un altro mondo, non migliore né peggiore, non buono né cattivo, ma semplicemente più forte e organizzato alla conquista. Il nostro compito, facile e insieme complicatissimo, vien da sé: non dimenticare.
Lorenzo Patriarca e Martina Esposito
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