Dove il sale brucia e cura

«Acqua salata» di Jessica Andrews

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«Acqua salata» di Jessica Andrews

Acqua salata di Jessica Andrews (romanzo da poco entrato nella collana Le fuggitive di NN Editore) è un libro che avanza lentamente, con la stessa forza costante dell’onda sul frangiflutti. E, lentamente, scava.

È una storia che parla di crescita e disorientamento, di ritorni inevitabili e di ferite che necessitano di essere ascoltate e attraversate in tutta la loro devastante forza accentratrice. E forse, proprio come il mare, questa storia non promette consolazione ma solamente presenza.

Una casa fatta di crepe, una città che promette e sottrae

Lucy cresce in una famiglia in cui l’amore c’è, ma è disallineato. Un padre ingombrante nella sua assenza, consumato dall’alcol; un fratello sordo, compagno silenzioso di un’infanzia fatta di protezione e distanza; ma soprattutto una madre che tiene insieme ciò che tende a crollare. È in questo spazio instabile che Lucy impara presto a osservare, a trattenere, a non chiedere troppo. Le crepe della casa diventano le sue. E la frammentazione dei suoi sentimenti, insieme alla richiesta affidata alla carta, la pone in un dialogo costante con la figura materna, dove le sue urla si fanno più forti che mai.

Non voglio essere carina e non voglio essere pura. Voglio cose che sono mie e che tu non sai; succhiotti e lividi sotto i vestiti. Voglio costruire un mondo partendo da fili precari. I tuoi tendini sono troppo forti per me. Capisco che ti ferisca, ma sono ferocemente me stessa.

Londra arriva come una promessa di salvezza: studiare, andarsene, diventare altro. Ma la città, con il suo ritmo incessante e la sua indifferenza, espone a una frammentarietà che scompone l’individuo («A Londra va tutto troppo veloce perché ci si possa aggrappare a qualcosa»). Lucy si perde tra lavori precari, relazioni che non mettono radici, sogni che non trovano appigli. La libertà si trasforma in spaesamento, e l’idea di sé comincia a sfaldarsi, come un foglio di carta velina sotto la pioggia.

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Tornare non è fallire

Il ritorno nel Donegal, nella casa del nonno affacciata sull’oceano, non appare mai come una resa ma un gesto necessario per fare spazio («Me n’ero andata, ma senza sapere che avrei dovuto lasciarmi alle spalle così tanto di me»). In questo luogo selvatico e crepitante di vita il tempo cambia consistenza: i giorni si dilatano, i ricordi affiorano senza chiedere permesso. Il mare diventa una presenza assoluta: osserva, accompagna, resiste con pervicace costanza. Lucy si muove tra stanze piene di passato e silenzi che vogliono in qualche modo essere abitati.

Ora che sono in Irlanda, grido su spiagge immense quando non c’è nessuno in giro. Nuoto nel mare, estendendo il corpo nell’acqua e sentendo gambe braccia e polmoni che si allungano più che possono. Di sera mi sdraio sull’erba in giardino e guardo le stelle, lasciando vagare liberamente i pensieri, senza interromperli o bloccarli o costringerli in spazi troppo stretti.

L’acqua che brucia, il mare come memoria

L’acqua salata diventa quindi memoria e corpo, ferita e possibilità. Brucia sulla pelle e disinfetta, allo stesso modo dei ricordi che Lucy affronta. Il dolore muto del padre, le incomprensioni, ciò che non è stato detto. Andrews costruisce un romanzo in cui la guarigione non è un atto spettacolare, ma avviene per piccoli spostamenti interni, per soste, per accettazioni parziali.

Ho cominciato a misurare i giorni in base alle maree. Qui perdo spesso la cognizione del tempo, ma so dire a grandi linee che momento del giorno è a seconda che la marea sia alta o bassa. Ho le maree nel corpo, nel sangue. Mi collegano a mia madre con acque che traboccano e si ritraggono. Il mare è freddo e salato. Ci sono cose sconosciute nascoste sott’acqua, fessure lungo la crosta terrestre che non posso vedere.

Una lingua che respira

In questo romanzo troverete una scrittura essenziale e luminosa, attraversata da immagini naturali che perdono la loro mera funzione decorativa andando a sostenere i pilastri del racconto. Ogni frase sembra trattenere il respiro prima di lasciar andare il senso. Non c’è giudizio, non c’è sentimentalismo: solo l’attenzione profonda per ciò che resta quando tutto ciò che è superfluo cade, quando si riesce ad arrivare alla verità delle cose.

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Ve lo consigliamo se volete restare con il sale addosso

Acqua salata (acquista) è un romanzo sul restare: restare con il dolore, con le domande, con le proprie origini. Quando avrete finito questo libro, vi rimarrà addosso come il sale sulla pelle dopo il bagno: ruvido, persistente, vivo. Ve lo consigliamo perché è un libro che non chiede di essere divorato, ma abitato. Perché parla a chi si è sentito fuori posto, a chi ha dovuto allontanarsi per capire dove tornare, a chi conosce il peso dei legami imperfetti. È una lettura che non offre soluzioni facili, quanto piuttosto uno spazio di riconoscimento: ci ricorda che crescere non significa guarire del tutto, ma forse imparare a non vergognarsi delle nostre cicatrici. E questa sensazione, ruvida ma vera, è difficile da dimenticare.

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

1 Comment

  1. Appena finito! La tua recensione rende alla perfezione lo stile e il percorso della sua protagonista.
    Grazie per le riflessioni puntuali e le descrizioni emozionanti.
    Questa è una storia che aiuta a fare pace con le proprie ombre e a perdonare tanti dolori che devono trovare un posto sereno dentro di noi.

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