In Storie bumbare di Francesca Silvestre (romanzo d’esordio per l’autrice veneta e ultima uscita per la casa editrice Italo Svevo) vi è una risonanza quasi orale.
Questa sonorità del testo precede e quasi eccede la scrittura, come se la scrittura richiamasse un deposito stratificato di voci, di inflessioni, di echi familiari.
L’autrice costruisce un romanzo che assomiglia a un’operazione archeologica: scava nella materia friabile della memoria istriana e ci restituisce frammenti non pacificati, schegge di esistenze che resistono alla linearità del racconto. Gioca con le parole che diventano nervi scoperti, idiosincrasie geografiche, cori dialettali.
Un romanzo corale
La coralità diventa quasi la conseguenza necessaria al fatto che forse non esiste una memoria univoca, né una narrazione capace di esaurire il trauma storico del secondo dopoguerra in Istria. I personaggi – Giovanni e Maria, Luze e Milan, Vincenza, Valdina, fino alla figura liminare di Emilia – non compongono un mosaico armonico ma una costellazione dissonante, a volte attraversata da omissioni, reticenze, incongruenze. Un brusio che ci accompagna pagina dopo pagina e al tempo stesso rifiuta ogni tentazione conciliatoria: ciò che emerge è una memoria irriducibilmente plurale, che esige dal lettore un lavoro attivo di ricomposizione senza la promessa di una sintesi.
Lingua, silenzio, trasmissione
Il fulcro più radicale del libro risiede nella sua dimensione linguistica, proseguendo il lavoro già avviato negli anni dalla casa editrice di origini triestine. Il bumbaro qui non è un semplice residuo dialettale né una concessione coloristica, ma una forma di apprendimento e ricostituzione della memoria. In esso si depositano non solo le tracce del passato, ma anche le modalità stesse attraverso cui quel passato può essere evocato per rifondare un futuro consapevole (e quanto di più prossimo alla nostra attualità). La lingua dunque è un archivio opaco attraversato da perdite ma soprattutto da sopravvivenze.
Sporchi, laceri, sparuti, avanzavano verso il paese sotto un cielo incapace di risolversi tra il grigio sbiadito di fine inverno e l’azzurro incerto d’inizio primavera. «I xe drio tornar». Il nipote, che teneva ferma la scala contro il tronco ritorto dell’albero, aveva fatto proprio il sussurro del nonno, trattenendolo dentro di sé come si trattiene il respiro.
Scrivere il bumbaro significa, allora, opporsi alla sua dissoluzione e insieme riconoscerne la fragilità: ogni parola porta con sé il rischio dell’estinzione. Ogni frase è già, in qualche misura, elegia. Ma è proprio in questa tensione che il romanzo trova la propria voce. Accanto alla lingua, agisce il silenzio e la scelta delle frasi non dette. Sospensioni ed ellissi diventano luoghi di densità semantica, spazi in cui il trauma si inscrive senza mai tradursi completamente in discorso. Silvestre sembra suggerire che ciò che è stato vissuto eccede sempre la possibilità di essere narrato, e che la scrittura può soltanto orbitare attorno a questo eccesso.
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Temporalità franta e postmemoria
La struttura temporale del romanzo riflette questa stessa impossibilità di ricomposizione. Il tempo, pagina dopo pagina, sembra stratificarsi. In qualche modo non si lascia ordinare ma ritorna, insiste, si infiltra nel presente. La figura di Emilia, che torna nel piccolo paese dell’Istria dopo la morte del nonno, spinta da un’eredità fatta più di silenzi che di ricordi, incarna con particolare evidenza questa dinamica: il suo tornare non è un gesto nostalgico, né preannuncia una consolazione finale, bensì un confronto con una memoria che le è al contempo estranea e costitutiva, in una dicotomia che non porta scontro ma fusione di questi due aggettivi. È la condizione, come l’avrebbe definita Marianne Hirsch, della postmemoria: un rapporto con il passato mediato, ereditato, ma non per questo meno vincolante.
Perché era questo che faceva la guerra in una terra di confine: divideva amici e fratelli, che finivano per spararsi dalle barricate opposte. Poi, in qualche modo, chi sfuggiva ai proiettili, doveva imparare a sopravvivere al dolore.
In questo quadro, la grande Storia – guerra, esodo, ridefinizione dei confini – non appare mai come uno sfondo patinato o solo narrato, bensì come forza che attraversa i corpi e le relazioni, modificandone le traiettorie. Eppure Silvestre evita accuratamente ogni edificazione: la Storia si manifesta nei gesti minimi, nelle scelte quotidiane, nei legami che si spezzano o si ridefiniscono. È proprio questa attenzione al particolare che impedisce al romanzo di scivolare nella retorica, restituendoci invece la complessità irriducibile dell’esperienza.
Estetica della sottrazione e responsabilità storica
La scrittura di Storie bumbare si inscrive in un’estetica della sottrazione controllata e refrattaria a ogni enfasi. Un metodo di narrare che conserva un’ironia sottile – con innesti che ci ricordano la prosa di Paolo Malaguti – e una lingua densa che però riesce a non cedere alla tentazione di colmare i vuoti. Questa misura rigorosa intensifica la risonanza emotiva, affidandola alla partecipazione del lettore.
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E tuttavia è proprio in questa tensione che il romanzo trova la sua necessità. In un presente in cui le questioni di guerra, passato prossimo, identità, appartenenza e confine tornano a imporsi con urgenza, il libro di Silvestre offre una forma di interrogazione radicale. Restituire voce a una lingua marginale, a una comunità segnata dalla dispersione, significa sottrarre la memoria all’oblio e, al contempo, riconoscerne l’intrinseca instabilità. Storie bumbare (acquista) insiste nel mantenere aperta la ferita del passato, trasformandola in uno spazio di ascolto e soprattutto di responsabilità.
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