Con La Rosa Inversa (Sellerio, 2026) Maria Attanasio torna a intrecciare storia e invenzione in uno spazio narrativo dove il passato smette di essere semplice ricostruzione ma diventa in qualche modo conflitto aperto e forse anche domanda politica. Il testo è stato candidato al Premio Strega 2026 su proposta di Ottavia Piccolo, con la seguente motivazione:
Nelle pagine della «Rosa Inversa», nulla è classico: la struttura del racconto, i personaggi, le loro peripezie, gli amori e le passioni, le amicizie e le ostilità, perché Attanasio, che da anni unisce alla sua voce di poetessa quella di scrittrice di romanzi, cerca nella lingua l’energia del gioco e della scoperta, vi introduce l’affronto dell’invenzione e l’accuratezza del ritratto che gode della filologia, del tempo sospeso di una ricerca tra le carte di un archivio.
La trama: un manoscritto, una verità nascosta
Il romanzo prende avvio dal ritrovamento di un manoscritto nascosto in un palazzo della Sicilia orientale. A scriverlo è il barone Ruggero Henares, aristocratico inquieto, massone e intellettuale, figura attraverso cui l’autrice attraversa il secolo dei Lumi, delle cospirazioni e delle repressioni. Questo dispositivo letterario tuttavia non serve a costruire un semplice gioco letterario: diventa il modo per interrogare il rapporto tra memoria, archivio e verità. Da quel documento emerge una rete di relazioni, segreti e tensioni che attraversano la Sicilia illuminista di fine Settecento, tra ambienti intellettuali, circoli massonici e tentativi di riforma soffocati dal potere.
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Attraverso personaggi realmente esistiti e figure fittizie, Attanasio costruisce un racconto in cui la ricerca della verità diventa anche una sfida contro la manipolazione della memoria storica. Il manoscritto non rappresenta soltanto una scoperta archivistica: è un oggetto pericoloso, capace di incrinare versioni ufficiali e assetti consolidati. Ogni documento conservato infatti implica qualcosa che è stato escluso, cancellato o reso invisibile; e forse è in grado anche di richiamare un sentimento nostalgico per il protagonista, attaccato a un senso di persistente inadeguatezza.
Non aveva resistito: brache, camicia, panciotto e marsina gli stavano a pennello; ma quando nella specchiera aveva ritrovato l’incongruità severa e occhialuta del suo volto in mezzo al luccicare di paillettes e ricami dorati, per un attimo dubitò che quel passato, dove lui aveva sempre desiderato nascere, fosse il migliore dei mondi possibili.
Un Illuminismo oscuro
Il Settecento raccontato da Attanasio è lontanissimo dalla retorica scolastica dell’Illuminismo come trionfo lineare della ragione. Qui i Lumi convivono con inquisizione, censura, propaganda e manipolazione ideologica. Le logge massoniche, gli opuscoli clandestini, i testi proibiti diventano strumenti di emancipazione ma anche dispositivi di potere. In questo senso La rosa inversa parla direttamente al presente. Il romanzo mostra come la modernità occidentale nasca già segnata dalla costruzione strategica della verità. Non è difficile leggere nelle pagine di Attanasio un’anticipazione delle dinamiche contemporanee della disinformazione e della manipolazione narrativa.
La Sicilia come luogo del dissenso
La Sicilia di Calacte – trasfigurazione letteraria di Caltagirone – assume così una dimensione universale: luogo periferico e insieme centro simbolico di conflitti culturali, politici e religiosi che arrivano fino a noi.
Questa terra è lontana da ogni immaginario folkloristico. È attraversata da tensioni culturali e sociali, dove le idee illuministe convivono con il controllo del potere, la censura e la paura del cambiamento.
Dentro questo scenario prende forma una riflessione sulla trasmissione della conoscenza e sulla manipolazione della verità. Attanasio costruisce così una trama che procede tra archivi, società segrete, libri proibiti e memorie sommerse, senza mai trasformare il racconto in puro esercizio erudito.
E la sua vita orfana di senso, come quell’unica campata superstite tra le rovine, che nulla più collegava; l’acqua del fiume, che impetuoso e indifferente scorreva sotto, risalì tra i suoi pensieri, sommerse la pena dell’andare: bastava un attimo. Un pensiero blasfemo, che subito rimosse.
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Una lingua densa e stratificata
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui le parole assumono un peso concreto. Attanasio rifiuta sia il minimalismo contemporaneo sia la trasparenza semplificata di molta narrativa storica italiana. La sua prosa è densa, musicale, stratificata, capace di alternare precisione documentaria e improvvise aperture liriche. Il confronto con Vincenzo Consolo viene spontaneo, soprattutto per il lavoro sul lessico e sulla memoria linguistica siciliana. Ma Attanasio mantiene una struttura narrativa più geometrica e controllata, meno centrifuga.
La sensazione, leggendo, è che Attanasio voglia interrogare soprattutto il rapporto tra potere e narrazione: chi decide quali storie meritano di sopravvivere? Quali voci vengono eliminate? E in che modo la costruzione di una verità ufficiale continua a influenzare il presente?
La letteratura come resistenza
Attanasio mostra come ogni potere tenti di imporre la propria narrazione come unica verità possibile. Contro questa riduzione, la letteratura può ancora diventare luogo di dubbio, memoria e resistenza. È forse questa la lezione più importante del libro: ogni epoca costruisce le proprie menzogne ufficiali, ma produce anche archivi clandestini, storie sommerse e voci marginali capaci di incrinare il discorso dominante. Con La rosa inversa, Maria Attanasio conferma che il romanzo può ancora essere uno strumento di conoscenza critica del presente attraverso il passato. Ed è proprio questa inattualità – la fiducia ostinata nella complessità, nella memoria e nella forza della scrittura – a rendere il libro necessario oggi.
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Restituire voce a ciò che resta ai margini
Da sempre Maria Attanasio lavora sulle figure dimenticate, sulle esistenze laterali, sui frammenti esclusi dalla storia ufficiale. Anche nella Rosa Inversa (acquista) emerge questa attenzione per ciò che rimane ai margini degli archivi e delle versioni dominanti.
Invita a guardare la storia come qualcosa di instabile, continuamente riscrivibile, dove ogni documento può nascondere omissioni, manipolazioni o verità alternative. Ed è forse proprio qui che si trova il fulcro del romanzo: nella capacità di mostrare quanto le storie siano ancora oggi un terreno di potere.
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