Fine primo tempo di John Patrick McHugh è diventato subito un nuovo fenomeno della narrativa irlandese: considerato miglior esordio del 2025 da Observer, è uscito per Heloola Books, marchio editoriale nato lo scorso anno e specializzato in narrativa straniera. Fin dalle prime pagine appare come uno di quei romanzi destinati a coinvolgere i lettori e lasciarli a metà tra un felice intrattenimento, grazie al linguaggio scorrevole e all’immediatezza della narrazione, e una malinconica riflessione, a causa – o per merito – delle tematiche trattate.
Al centro di tutto c’è John Masterson, uno dei protagonisti forse più veri che ultimamente i romanzi stranieri hanno regalato; l’ennesimo parente stretto del Holden Caulfield di J. D. Salinger, però più contemporaneo; sicuramente meno iconico e meno arrabbiato, in quanto riflette perfettamente lo status di “blocco” che accompagna la generazione attuale.
Sentirsi incompleti, essere giovani
Ogni volta che sentiamo di un adolescente in un romanzo cadiamo in due trappole. La prima è già avvenuta, ovvero il desiderio di citare il Giovane Holden. Tuttavia, non è per forza una trappola negativa, se si è in grado di cogliere il legame con la contemporaneità che Fine primo tempo presenta. Quel legame risiede nella seconda trappola: ricordarci cosa dice Italo Calvino nel suo romanzo Il visconte dimezzato:
Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.
Se l’adolescenza è il periodo difficile che il protagonista vive, allora la seconda trappola è pensare a Fine primo tempo solo come un romanzo profondamente legato a quel periodo, all’incompletezza, al blocco, al periodo delle indecisioni. Sicuramente è vero che John vive tutto questo, ma legarlo unicamente alla sua dimensione adolescenziale riduce uno dei pregi principali del romanzo: l’universalità.
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Ci troviamo in una piccola isola in Irlanda che forse più di qualsiasi cosa può spiegare come mai John viva in questo modo. Il tempo sospeso tra l’adolescenza e il momento di essere adulti è solo una delle spiegazioni: l’isola è un luogo piccolo, a volte ostile, dove tutti sanno tutto di te. Esiste qualcosa di profondamente “joyciano” nella costruzione di questa vicenda, non tanto nello stile, quanto nell’attenzione al dettaglio quotidiano e alle epifanie minime.
Su un’isola così piccola si diffonde facilmente una foto hot della madre di John, e lui subito viene etichettato con il soprannome di “Tette”. Ecco perché non possiamo rimanere ancorati all’incompletezza della gioventù o al classico romanzo di formazione alla Holden; c’è un elemento tristemente contemporaneo che interviene con naturalezza: il revenge porn.
Quindi, sei un adolescente, o meglio a breve non lo sarai più. Hai mille decisioni da prendere e le prendi, apparentemente, tutte sbagliate o confuse: la relazione con la fragile e ambigua collega Amber, una storia à la Norwegian Wood di Haruki Murakami, in quanto è un amore che piuttosto che dare risposte crea domande; il rapporto con la tua famiglia, anch’esso confuso perché non sembra neanche tu capisca come affrontare il disagio del selfie di tua madre nuda che fa dire ai tuoi compagni “Tette” in tua presenza; ma c’è anche di più: sei un maschio.
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Essere maschio adolescente oggi
Quando si inizia Fine primo tempo si pensa, ingenuamente, che ci si divertirà. Il linguaggio di McHugh è leggero, le tematiche sembrano già viste e nelle prime pagine sono più le partite di calcio che le cose scandalose. Ma dietro quelle partite, c’è altro: McHugh scrive con una leggerezza solo apparente, ha uno stile rapido, ironico, a tratti quasi svagato, ma sotto la superficie si muove una malinconia persistente, simile a quella che attraversa Chiamami col tuo nome di André Aciman. Ci sono paragrafi che sembrano scritti in quella lingua universale fatta di noia estiva, desideri confusi e piccole catastrofi quotidiane.
La suddivisione cronologica in date dei capitoli spinge i lettori a comprendere ancora di più come il protagonista vive, finché non capiscono lentamente – ma inesorabilmente – quali sono i problemi. E in questa corsa descritta con immediatezza dell’autore, che appare spesso goffa e disordinata, emerge un altro tema fondamentale del romanzo: la mascolinità.
Non una mascolinità eroica o epica, ma una mascolinità fragile, imitata, spesso tossica. John e i suoi amici si muovono in un mondo in cui essere maschi significa aderire a un copione non scritto: vantarsi delle conquiste, nascondere le insicurezze, ridere di ciò che in realtà ferisce. È una mascolinità che non lascia spazio alla vulnerabilità, e proprio per questo finisce per amplificare il disagio. Il soprannome “Tette” diventa così naturale all’interno di quelle partite da calcio, che a un certo punto perfino i lettori non ci fanno più caso. McHugh non cerca di indurre un pensiero o un giudizio, ma semplicemente racconta con intrattenimento e onestà ciò che accade.
Così, Fine primo tempo (acquista) diventa qualcosa di più di un romanzo di formazione: è il racconto, profondamente necessario, di un’educazione sentimentale, di pinte, problemi insormontabili che ormai da adulti si dimenticano, ma che ricordano come dentro quel “fine primo tempo” non c’è solo il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ma anche la possibilità viva a qualsiasi età di poter crescere e decidere.
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