«Un’opera fondamentale: è nella sua intima natura far incontrare e al tempo stesso respingere la serietà e la comicità». Così Roland Barthes, l’autorità forse maggiore della critica francese della seconda metà del Novecento, commentava quel capolavoro, quel magnifico pastiche picaresco che è Zazie nel metrò.
Quando il libro uscì per la prima volta per Gallimard nel 1959, fu una rivoluzione: il primo (e forse l’unico) bestseller assoluto di Raymond Queneau, mitico fondatore di quell’Oulipo attorno cui orbitò anche Italo Calvino al tempo de Le città invisibili, vero teorico della letteratura potenziale, del possibile e dell’impossibile letterario che, molto spesso, col talento indomito del rivoluzionario, è riuscito a far convivere nelle sue opere.
E, allora, a più di mezzo secolo di distanza dalla pubblicazione francese, una rilettura di Zazie nel metrò pare un’occasione da non perdere: libro di viaggio, libro di bambina, libro per e contro gli adulti e la loro insopportabile razionalità, libro su Parigi – ma, soprattutto, in fondo, libro che costruisce letteratura a partire dalla letteratura stessa.
La quête per il metrò (senza metrò)
Zazie è una ragazzina ribelle, che giunge a Parigi da fuori città per spendere il fine settimana con lo zio Gabriel (e, soprattutto, concedere qualche ora di libertà alla madre insieme all’amante), che di mestiere fa il ballerino travestito. Il sogno di Zazie, ad ogni modo, è solo uno: vedere la metropolitana. Ecco, però, il primo dispositivo di straniamento di una trama che si dipana negando se stessa: a causa di un lungo sciopero dei controllori, la bimba il metrò non lo vedrà mai.
Da qui, dalla fuga impaziente di Zazie da casa dello zio verso Parigi e le sue viscere, il romanzo guadagna la botta propulsiva che lo accende nei contorni di un viaggio picaresco e assurdo, attraverso la città e i folli adulti che la abitano.
– Zio – strilla – si piglia il metrò?
– No.
– Come no?
Si ferma. Anche Gabriel frena, si volta, posa la valigia e fa la spiega
– Già, sì: no. Oggi nix, sciopero.
– Sciopero?
– Già, sì: sciopero. Il metrò, questo mezzo di trasporto eminentemente parigino, s’è addormentato sotto terra, perché gli addetti alle pinze perforanti hanno interrotto qualsiasi lavoro.
Così dall’antifrasi stessa che è del titolo (Zazie, nel metrò, non entrerà mai) deriva l’idea di una ricerca che è solo un pretesto, di una trama che costantemente si svuota per esplorare le componenti che danno vita alla letteratura e, nel frattempo, ne inventa i congegni per farla saltare in aria.
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Barthes legge Queneau
Di Zazie nel metrò (acquista), Roland Barthes ha detto anche che «Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno di un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota» e, fuor d’ogni ironia, è forse il miglior apprezzamento che il critico potesse rivolgere al Zazie.
Il punto è che il romanzo di Queneau muove a partire dalla riconferma di tutti gli elementi compositivi del romanzo classico, ben fatto: i temi del viaggio e della ricerca, il tempo della storia ben limitato e definito, uno spazio anch’esso riconoscibile come Parigi, l’utilizzo frammisto di discorso diretto e narratore esterno.
Se questo è l’incipit, però, l’impalcatura strutturale insomma del romanzo, non appena la trama inizia a funzionare, le sue stesse ragioni compositive iniziano a liquefarsi: la ricerca del metrò diventa impossibile e inutile, il narratore e il suo linguaggio si scoprono assurdi e inaffidabili, i connotati dei personaggi cambiano al cambiare della pagina e le loro personalità esorbitano al di là di ogni convenzione, facendo convivere gli opposti in un’unità provocatoria ed esilarante.
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La solita Parigi per un insolito romanzo
L’artificio per cui l’operazione letteraria di Queneau diventa più evidente è senz’altro lo straniamento subito dalla città di Parigi. A partire dalla geografia, tutto è ribaltato senza troppe spiegazioni: i monumenti vengono confusi l’uno per l’altro fino a far sprofondare lo spazio nell’irrealtà; la città diventa un turbinio allucinato di strade che portano chissà dove; la psicologia vitale ed esuberante della piccola Zazie prende il sopravvento e piega ai suoi modi qualsiasi oggetto o persona incontri.
E quello là! – muggisce. – Guarda!!! Il Pànteon!!!
Ma cosa mi tocca sentire, – dice Charles senza voltarsi.
Guidava piano perché la piccina potesse vedere le cose notabili della città e per di più imparasse qualcosa.
Non sarebbe il Pànteon? – chiede Gabriel.
C’è qualcosa di beffardo, in quella sua domanda.
No, – dice Charles con forza. – No, no e no, non è il Pànteon.
E allora che cosa sarebbe secondo te?
Il tono beffardo diventa quasi offensivo per l’interlocutore che, d’altra parte, s’affretta a riconoscersi sconfitto.
Non lo so, – dice Charles.
Ah. Vedi.
Ma non è il Pànteon.
Che razza di ostinato, Charles, malgrado tutto.
Ora si chiede a un pedone, – propone Gabriel.
I pedoni, – replica Charles. – Tutti fessi.
Verissimo, – dice Zazie con serenità.
Gabriel non insiste. Ha scoperto un nuovo argomento di entusiasmo.
E quello, – esclama, – quello è…
Ma una eurekazione di suo cognato gli mozza la parola.
Ho trovato, – urla quello. – Quell’affare che si vedeva, non era il Pànteon, naturalmente. Era la Gare de Lyon.
La Parigi che interessa a Queneau, dopotutto, non è quella, gozzanianamente, delle “buone cose di pessimo gusto” e del pavé sulle strade, ma quella pensata e scontornata dai libri (ammesso che una differenza esista), eletta a città-selva di segni e simboli linguistici dalla letteratura francese a partire almeno dall’Ottocento. La Parigi immaginata a tenuta stagna, rinchiusa nell’ampolla di vetro che autori come Balzac e Baudelaire, due per tutti, hanno preparato per lei: è questa la città che Queneau vuole distruggere, o meglio, più esattamente, decostruire e poi riscrivere.
Così, liberato lo spazio da ogni convenzione, Zazie ha tutta la possibilità di dar vita alla sua Parigi, assurda e allucinata come può essere soltanto allo sguardo di una bambina. Lo status quo, che nel romanzo sembrerebbe essere quello del quotidiano, ma che in realtà è più esattamente quello letterario, ne risulta assolutamente sfilacciato, tarlato dai vuoti stessi del non-senso, capovolto come sul piano focale di una lente fotografica.
Leggere (e rileggere ancora) Raymond Queneau
Forse è questa l’immagine della letteratura francese che lascia l’opera di Raymond Queneau: come un gigantesco museo di sfingi, tele e dagherrotipi – inerte – , ma addobbato da festoni di mille colori, con l’etichette dei quadri invertite per dispetto, coi tappeti arricciati ai bordi delle stanze, a mostrare con malizia le incrostature che nel tempo hanno corroso i pavimenti. Il quadretto che ne esce è straniante, incredibile come l’allucinazione di un momento.
Per questo la letteratura potenziale di Queneau non morirà mai: perché in se stessa l’inventio trova sostentamento, giocando sul canone e insieme cassandolo, formulando un codice che straborda dalle solite vecchie (im)possibilità espressive, e ne inventa di nuove. Per questo, davvero, l’opera di Raymond Queneau non morirà mai: conviene, allora, prenderne atto al più presto e leggerlo, leggerlo e rileggerlo ancora.
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