Chi avesse goduto della felice idea di decidersi a leggere il capolavoro (l’ennesimo?) di Gabriel García Márquez Cronaca di una morte annunciata, sarà stato accolto da questo periodo – proprio sulla soglia, sullo “zerbino”, diremmo, del libro –, da questo attacco perfetto:
Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno.
Come l’autore stesso ebbe a dire in una famosa intervista rilasciata a Gianni Minoli nel 1987, illuminando, per dir così, almeno in parte, il sistema di pesi e contrappesi che agisce nella testa dello scrittore al momento di imprimere alla pagina la prima riga di un romanzo, l’incipit perfetto è quello che, nel primo paragrafo, nelle primissime righe addirittura, spiega e riassume in sé tutta la storia.
E questo, l’attacco della Cronaca, senz’altro fa: dice già tutto. Qualcosa, però, diciamolo anche noi – l’autore di certo capirebbe – di questo grande libro: appena a mo’ di esercizio, se si vuole, o forse, più esattamente, come omaggio devoto a uno dei più importanti scrittori di tutto il Novecento, all’inizio del mese in cui, il 17 aprile, saranno ormai dodici, lunghissime, primavere dalla sua scomparsa.
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Lo svolgimento del romanzo, come in ogni cronaca di sangue che si rispetti, è a un tempo semplice e insieme molto complesso. Di ritorno dopo aver svolto i primissimi gesti di una mattina tropicale come tante, Santiago Nasar, piccolo possidente dell’azienda ereditata dal padre, di origine araba, viene sfinito a colpi di coltello proprio sul portone di casa sua. Ad ammazzarlo sono stati Pedro e Pablo Vicario, fratelli di Ángela. Il movente, dopotutto, non conosce ripensamenti: Nasar, lo confida la ragazza, avrebbe violentato Ángela privandola della verginità, e suo marito, che l’ha scoperto inevitabilmente alla prima notte di nozze, l’ha ripudiata.
Un romanzo in cinque tempi
Nella Cronaca, tuttavia, ancor più interessante del “cosa”, è in effetti il “come”, la tecnica, cioè, tramite cui il fatto è narrato e scandagliato da molteplici punti di vista, quasi in un gioco di specchi che a un tratto nasconde e a un altro magnifica i dettagli segreti della storia. L’assassinio di Nasar ci viene raccontato cinque volte, in cinque punti di vista diversi che mano a mano completano il racconto: dalla prospettiva della vittima, a quella degli omicidi, a quella dello sposo di Ángela. Il narratore, amico di vecchia data di Nasar, è un giornalista e imprime alla narrazione il tono asciutto e, appunto, cronachistico che è del libro.
Più che semplice resoconto, allora, proprio grazie a questa impostazione corale, il romanzo si rivela uno studio sui temi della colpa, della vendetta e dell’onore. Proprio il senso dell’onore, su tutti, quello per cui si uccide e si muore, avvolge la Cronaca di una luce sospesa che parla di una colpa collettiva, che è quella dell’abulia e dell’omertà. Molti dei personaggi tentano di avvertire la vittima – Nasar, l’unico ignaro della sua sorte – ma non ci riescono, non possono vincere la corsa contro la Necessità. Dopotutto, lo si è detto chiaramente: l’incipit verticale, gelidissimo della Cronaca non ammette alcun tipo di smentita.
L’orgoglio ferito, la vendetta
La caza de amor
es de altanería.
«L’amore abita l’orgoglio», così recitano, con quel tanto di sforzo filologico che alla traduzione è dovuto, i due celebri settenari del poeta portoghese Gil Vicente, e che García Márquez pone in epigrafe al romanzo. Al tempo delle pubblicazione di Cronaca di una morte annunciata, nel 1981, fu molto il rumore ad accompagnare l’evento, dato che, con l’uscita del romanzo, l’autore disattese il proposito dichiarato pochi anni prima di non voler più scrivere semplice ficción (opere di narrativa), per dedicarsi appieno al dibattito socio-politico attivo in quegli anni turbolenti nell’America del Sud.
Di questo spirito di convinto attivismo – si passi il termine –, però, a ben vedere, l’autore non poteva dare una conferma più decisa di quella che la Cronaca stessa rappresenta. Libro sull’amore, certamente, il nostro, ma soprattutto sull’orgoglio: questo il sentimento che muove i fili dell’omicidio di Nasar, e che è legge fatale, necessaria e insopprimibile come necessarie sono la morte e l’espiazione della colpa. La tela di ragno che tessono nel libro le prospettive multiple da cui il fatto è narrato, e che istruiscono il romanzo dei vari punti di vista di ognuno degli abitanti del villaggio, rivela le connessioni profonde che tutti loro tengono implicati con la fine di Nasar.
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I personaggi, nessuno escluso, paiono tutti voler evitare l’assassinio: cercano di avvertire il ragazzo, provano a fare in modo che non si trovi al posto sbagliato nel momento più giusto. Gli stessi fratelli Vicario, gli esecutori materiali del delitto, ritardano il più possibile l’omicidio, sembrano quasi autosabotarsi, si fanno cogliere in flagrante dal Colonnello che confisca loro i coltelli. Ma è tutto inutile: pochi minuti, non si sa come, e rieccoli all’agguato di Nasar, in attesa come prima al negozio di Clotilde Armenta, di nuovo con due grandi coltellacci avvolti in carta di giornale, trovati chissà dove.
Il vero motore degli eventi, allora, è quello della Necessità senza occhi né orecchie, che domanda la purificazione da una colpa collettiva a cui nessuno può sottrarre la vittima sacrificale, né tantomeno sé stesso. Non è la vendetta a uccidere la vittima, ma l’ottusità di un mondo a misura d’Uomo che non sa evadere dalla scorza dura quanto comodissima dei suoi idoli.
Questa denuncia, se di denuncia è possibile parlare, diventa tanto più evidente quanto l’autore, attraverso allusioni studiate e ammiccamenti sospesi, insinua dentro noi, i lettori, il quesito più scomodo, il dubbio più atroce: e se Santiago Nasar non si fosse macchiato di alcuna colpa? Se fosse stata Ángela a mentire? Le risposte, chiaramente, García Márquez le ha nascoste. Poco male: anche così, il giro del protagonista di Cronaca di una morte annunciata (acquista) si completa in seno alla sua stessa indefinitezza; anche così, un violento, superbo e fedifrago può diventare il redentore di un peccato non suo, il simbolo di una legge ingiusta, quasi un Cristo dei Caraibi.
García Márquez, a dodici anni dalla morte
Come si ricordava poc’anzi, questo mese – come ogni aprile, inevitabilmente, da dodici anni – non può che aprirsi nel segno del ricordo di Gabriel García Márquez. Chissà, se l’autore potesse, cosa scriverebbe oggi del mondo in cui ci ha lasciati, come tradurrebbe nella sua Macondo stralunata le storture di un’epoca come non mai abbrutita dalla stessa ottusità, dal medesimo senso di finta necessità del male che hanno ucciso Santiago Nasar, nel mezzo dell’immobilità generale.
La richiesta, però, è fuori luogo: di questo e tanto altro, invero, García Márquez ha già scritto nelle pagine di poesia che ci ha regalato, sempre accese di un realismo stupefatto, messo a fuoco con così tanto rigore da sfumarne i contorni, proiettandolo quasi nello spazio mitologico del sogno. La sua letteratura – cos’è se non questo, dopotutto, il realismo – è in grado di fornirci una mappa, una via attraverso le angosce immortali della vita e i sentimenti primigeni che ad essa ci tengono attaccati. La posta in gioco non è mai stata banale, ma Gabriel García Márquez a questa prova d’esistenza ha dedicato la maggior parte di sé e della sua scrittura. Noi, oggi, siamo qui per ringraziarlo.
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