Madame d’Aulnoy, l’inventrice delle fiabe tra mondanità e femminismo

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Madame D'Aulnoy

Ecco cosa significa amare i ragazzi, ne arrivano solo delle pene!

Ci credereste che questa frase viene da un libro pubblicato alla fine del Seicento? Benvenuti nel mondo fantastico, crudele, fatato e femminista delle fiabe di Madame d’Aulnoy, dove le principesse non vengono salvate da un principe con un’armatura scintillante, ma imparano a lottare per sé stesse (e per amore).

La belle aux cheveux d’or (1942). Fonte: Bibliothèque Nationale de France / gallica.bnf.fr

Da dove nascono le fiabe? Giochi e salotti parigini di fine Seicento

C’era una volta, al tempo del Re Sole, la contessa Marie-Catherine d’Aulnoy. Il suo nome potrebbe dirvi qualcosa, ma più probabilmente è meno evocativo di Charles Perrault e Jean de La Fontaine. Eppure, nonostante la storia letteraria abbia celebrato maggiormente i suoi contemporanei uomini, è d’Aulnoy ad avere il primato nell’invenzione delle fiabe – in francese, contes de fées, letteralmente “racconti di fate” – attingendo a racconti popolari che erano stati tramandati per secoli oralmente, di generazione e generazione, spesso in contesti casalinghi e familiari, e a raccolte italiane di racconti folkloristici del secolo precedente, come Lo cunto de li cunti di Basile o Le piacevoli notti di Straparola.

D’Aulnoy ha avuto una vita dinamica e piena di scandalo tra Parigi, la Spagna e l’Inghilterra. Nel vivido ambiente intellettuale di fine Seicento inizia la sua carriera come scrittrice di generi diversi, ma diventerà nota soprattutto per le sue fiabe. Il primo libro che pubblica, intitolato L’isola della felicità e incastonato in una novella realistica, stupisce e fa parlare tutta Parigi: i racconti brevi e meravigliosi diventano rapidamente molto popolari e poco dopo, nel 1697, Madame d’Aulnoy pubblica i primi tre volumi delle sue fiabe, seguiti rapidamente da altri. La moda delle fate è scoppiata, e autrici e autori a cavallo tra i due secoli si succedono nel pubblicare storie su principesse, principi, orchi, gnomi, incantesimi e castelli fatati.

Ma anche il gioco è una parte fondamentale di queste fiabe: concepite inizialmente come giochi di società, definite “racconti con cui divertire le signore di Versailles” da Madame de Sevigné, le fiabe di d’Aulnoy conservano traccia di questo spirito giocoso della bella società. Tutta la scrittura di d’Aulnoy deve infatti essere presa con serietà e leggerezza, mentre l’ironia domina la narrazione e spesso l’autrice commenta scherzosamente sulla sua stessa pratica di scrittura.

Infatti, per sviluppare i suoi racconti, d’Aulnoy attinge sia all’antichità classica sia ai racconti popolari, fino ad allora tramandati oralmente dalle balie e dalle classi inferiori della società, che tuttavia avevano guadagnato popolarità nei salotti letterari parigini entro la fine del XVII secolo. Qui, l’élite cittadina si divertiva discutendo di letteratura e giocando a giochi di conversazione che spesso portavano alla produzione di una storia, a volte come punizione per il perdente. Nel secolo successivo, la popolarità incredibile raggiunta da queste fiabe farà sì che le case alto-borghesi e aristocratiche si riempiano di oggetti che riproducono illustrazioni dei contes, tra cui tazze, teiere, orologi da taschino, ventagli. Anche il popolarissimo gioco dell’oca viene reinterpretato in veste fiabesca. Nel frattempo, diverse versioni teatrali vengono tratte dalle fiabe, come illustra questa locandina di fine Ottocento, che propone uno spettacolo ispirato alla fiaba La gatta bianca.

Fonte: Bibliothèque Nationale de France / gallica.bnf.fr.

Le fiabe conquistano il pubblico ma vengono anche duramente criticate da autori e critici contemporanei, che le accusano di frivolezza e di essere adatte solo ai bambini e alle donne – alcuni arrivano addirittura a scrivere che le fiabe di d’Aulnoy devono essere di pessima qualità, siccome l’autrice è in grado di pubblicarne numerosi volumi in sei mesi e senza mai mancare a un evento sociale. Queste invettive fanno parte del dibattito sull’accesso delle donne alla cultura e all’istruzione che domina la seconda parte del XVII secolo, alle porte dell’Illuminismo dunque, e sono alla base del silenzio sotto il quale Madame d’Aulnoy, insieme alle altre conteuses, è passata a scapito dei suoi contemporanei maschi.

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Il femminismo delle fiabe di d’Aulnoy

Pur essendo oggi l’emblema per eccellenza della letteratura per l’infanzia, le fiabe di d’Aulnoy erano originariamente pensate come intrattenimento per adulti, e non risparmiano aspetti truci e violenti. Eppure, tutto è pensato per fornire un insegnamento morale. E così, le protagoniste delle sue fiabe sono spesso principesse che, rinchiuse in una torre da genitori austeri o dalla maledizione di qualche fata malvagia, desiderano fuggire, conoscere il mondo, vedere tutto, innamorarsi. È impossibile trattenerle, e così affrontano punizioni, trasformazioni in cerva, gatta o altra creatura, o attraversano esperienze brutali da cui imparano a sviluppare un certo senso critico, una consapevolezza di sé, uno spessore morale ma anche, spesso, imparano a guardarsi dalla malvagità degli uomini. Ad esempio, la principessa Printanière, che si innamora del primo uomo che intravede da uno spioncino nel muro della sua torre, scappa con lui solo per rendersi conto che è un uomo vile e crudele, che lei, però, trova il coraggio di uccidere nel momento in cui lui la attacca.

“La Princesse Printanière”. Fonte: gallica.bnf.fr / Bibliothèque nationale de France.

Aprendo subito gli occhi, intravide, nel debole luccichio della sua veste, il cattivo Fanfarinet, con il braccio alzato, pronto a conficcarle la spada nel petto. Vedendola così bella e delicata, e spinto da un appetito selvaggio, aveva deciso di ucciderla e divorarla.
Lei non esitò. Estraendo silenziosamente il pugnale che aveva conservato dalla battaglia, gli sferrò un furioso colpo all’occhio e lui cadde morto sul posto. “Vai, ingrato!” lei pianse. “Ricevi questo ultimo favore: quello che più meriti. Lascia che il tuo destino sia un monito per gli amanti traditori e che il tuo cuore infedele non conosca mai il riposo.”

Oppure Laideronette, protagonista de La Serpe Verde – precursore de La Bella e la Bestia – spinta dalla curiosità come una moderna Psiche, scopre che suo marito, che non ha mai visto alla luce del sole, è un rettile verde. Punita per la sua curiosità, viene allontanata e diventa regina delle persone trasformate in animali da una fata, e solo dopo questi anni di crescita personale potrà avere il suo lieto fine.

Altrove l’amore è più felice, ma raramente idealizzato e mai senza ostacoli. Sorprende e lascia ammirati – specie se messa in relazione alla rappresentazione spesso parodistica delle donne da parte dei altri autori contemporanei, tra cui Molière – la grande iniziativa delle eroine nel prendere in mano le situazioni disperate in cui loro o i loro innamorati capitano, e trovare soluzioni per trarsene fuori, o fornirgli magici espedienti per ottenere il successo nelle loro missioni: così la gatta bianca dell’omonimo racconto offre al giovane che capita nel suo castello fatato gli oggetti magici che lo aiutano a battere i fratelli e conquistare il trono paterno, oppure una principessa trasformata in ape protegge e nutre il suo innamorato, trasformato in albero di arance e per questo costretto all’immobilità e indifeso.

Curiosità e sapienza femminile: fate e principesse

La rappresentazione della curiosità femminile è particolarmente rivoluzionaria rispetto al contesto contemporaneo. Fino a quel momento, nei testi religiosi o filosofici, la curiosità era considerata un vizio e soprattutto associata al presunto interesse delle donne per i pettegolezzi e gli affari altrui.  Jean de La Fontaine sosteneva che la curiosità fosse uno dei tre principali difetti del genere femminile, insieme alla vanità e all’eccesso di arguzia. Se la si confronta con il discorso contemporaneo dominato dagli uomini, la rappresentazione della curiosità femminile da parte di d’Aulnoy si distingue come un modello di impegno positivo verso la conoscenza e la chiarezza – nonostante debba ancora essere in qualche modo moderata – che può portare le donne fuori dalle loro prigioni, siano esse fatte di mattoni e pietre, o immateriali.

«La fata Soussio trasforma Charmant in uccello blu». Fiaba L’Oiseaux Bleu. Fonte: Bibliothèque nationale de France / gallica.bnf.fr

Allo stesso tempo, d’Aulnoy rimanda a una critica alla scarsa istruzione delle giovani donne: private delle stesse opportunità ed esperienze del mondo e dei loro coetanei maschi, le giovani donne rischiano di finire in grandi pericoli, o almeno in situazioni altamente indesiderabili. Possiamo immaginare quanto questa questione stesse a cuore all’autrice, che a soli sedici anni viene fatta sposare con François de La Motte, conte d’Aulnoy, di sessantadue anni. Tuttavia, come per le eroine delle sue fiabe, d’Aulnoy, insieme all’aiuto della madre, trova il modo di prendere in mano il proprio destino: intrappolata in questo matrimonio soffocante, all’ombra del marito molto più vecchio, complotta per liberarsene mandandolo in prigione: è subito scandalo, e l’esilio a cui viene costretta, dopo che la cospirazione salta, è all’origine dei suoi viaggi europei, nei successivi dieci anni, prima di tornare a Parigi da vedova e aprire il suo salone mondano in città.

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Infine, un’altra celebrazione delle capacità e del potere delle donne, nelle sue fiabe, si trova nella figura della fata. Saggia, potente, capace di vendetta e odio oltre che di amore e protezione, la fata è un personaggio spettacolare, allegoria delle possibilità che dovrebbero essere aperte alle donne – prima di tutto, la possibilità di studiare, poiché le fate sono esperte nella loro scienza degli incantesimi magici e degli elementi naturali. Ricordiamoci che, mentre d’Aulnoy e altre autrici scrivevano, l’opinione generale di pensatori e intellettuali uomini era, per citare per esempio Fénelon: “Non bisogna che le ragazze siano colte, la curiosità le rende vane e preziose”. In quest’ottica, è facile intuire, dietro al personaggio della fata, una potente utopia femminista: infatti, le fate sono immaginate a vivere in una società libera dagli uomini, governate da una regina e nascoste in un castello lontano e incantato, dove niente può turbare i loro intrattenimenti.

Questa rappresentazione femminista della donna nelle fiabe è comune anche alle altre autrici sue contemporanee, e spesso si definisce in opposizione alla scrittura maschile: Madame de Murat, amica di d’Aulnoy e conteuse a sua volta, nella prefazione delle sue Storie sublimi e allegoriche dedicate alle fate moderne (1699) critica il fatto che nelle fiabe uscite da penna maschile alle fate è riservato i compiti di «spazzare la casa, mettere la pentola sul fuoco, lavare i panni e far addormentare i bambini».

Perché rileggere d’Aulnoy

Tra le pieghe della sua vita e della sua opera letteraria emerge l’immagine di una donna mondana, che frequentava la società parigina e teneva il suo salotto letterario, e allo stesso tempo inventava un genere narrativo che potesse intrattenere portando al centro del dibattito anche questioni care alle donne. Le fiabe di Madame d’Aulnoy hanno plasmato la storia della letteratura moderna per l’infanzia: figure come il Principe Azzurro, la Bella dai Capelli d’Oro, e la fata con la bacchetta magica provengono tutte dalle sue fiabe. È interessante soprattutto notare quanto le fiabe, alle loro origini, si distanziassero dall’idea che ne abbiamo oggi, grazie soprattutto agli adattamenti cinematografici con cui siamo tutti cresciuti.

La fiaba di Finette Cendron, da alcuni considerata una proto-versione di Cenerentola (in francese, Cendrillon), illustrata in un’edizione del XIX secolo. Fonte: Bibliothèque Nationale de France / gallica.bnf.fr

In italiano, ahimè, le fiabe di d’Aulnoy sono attualmente difficili da reperire. Spesso una loro selezione si trova raccolta insieme a fiabe di altri autori, come nell’edizione Sellerio dei primi anni Duemila. Oltre a invitare a riscoprire e rileggere quest’autrice, ci auguriamo dunque anche che l’editoria italiana ne riscopra il valore e riporti in traduzione italiana i contes des fées, che offrono l’immersione nell’immaginazione fatata e incantata di quattro secoli fa, e uno spiraglio importantissimo sulle battaglie che le donne hanno combattuto, anche attraverso il potere della letteratura.

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Michela La Grotteria

Classe 1999, genovese, dopo la triennale a Milano si sta specializzando in Italianistica a Bologna. Ama i racconti brevi – ogni tanto ne scrive e pubblica qualcuno – e i romanzi lunghi, le tazze da tè e il francese. Sogna di trasferirsi a Parigi e lavorare in una libreria indipendente.

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