Prefettura di Fukushima, città di Iwaki. In questo territorio sferzato a est dalle correnti calde del Pacifico e dominato dalla natura selvaggia che discende i rilievi montuosi verso ovest, all’inizio del secolo scorso nasce Shimpei Kusano (1903-1988), tra i maggiori poeti giapponesi del XX secolo. In Cina, durante il periodo di formazione giovanile, impara l’inglese ed entra in contatto con la grande poesia imagista americana. Sviluppa così una poetica in cui tecniche e sensibilità occidentali si fanno complementari a tratti più tipicamente nipponici, come il tradizionale naturalismo cosmico su cui tanta della sua poesia si fonda.
Della pur ampia produzione dell’autore, all’attenzione del pubblico italiano è disponibile appena il piccolo libricino Rane e altre cose pubblicato da Guanda nel 1969. Proprio alle sue celebri storie di rane, dopotutto, Kusano affida l’espressione più compiuta e memorabile della sua lunga riflessione poetica.
Rane e altre cose: i suoni del mito
Le favole di rane di Shimpei Kusano creano un universo sospeso dai significati di valore cosmico, che trascendono nettamente i limiti delle sorti umane, della vita che si vede, per usare un’espressione cara a Eugenio Montale. Il racconto naturalistico è piuttosto una parabola: le rane sono i protagonisti più ovvi di una sorte collettiva che diventa mito ridicolo e gioioso a un estremo, e tragico all’altro.
I gracidii degli animaletti muovono la pagina come onomatopee d’acrobata, bucano i confini del linguaggio e si offrono immediati a ogni lettore. Il testo è così sottratto a qualsiasi barriera linguistica, nel segno di una poesia che è prima tutto percepita come musica universale. Non a caso, già all’altezza del primo componimento, il mito non può che aprirsi con la celebrazione di una cosmogonia, dove il coro solare della tribù delle rane saluta la sua stessa nascita e si presenta così al lettore:
[…]
dopo aver cantato con voce profonda
profondamente bara-a-ara-bara-a.tutte le nostre nascite.
tutte le nostre gioie.
una notte dell’anno stanotte.
i nostri cuori battono.
i nostri occhi scintillano.
celebrando tutti i nostri
futuri.
tutte noi…bevi e canta. tomo-jabojabojano-il molinello
delle luci del jabo.
[…]
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La natura come luogo dell’esistenza
Il vero fil rouge delle poesie di Kusano è il loro naturalismo panico, fatto di minute descrizioni e colpi d’occhio dai contorni evanescenti. Questo insistito paesaggismo racchiude il racconto del mito in uno spazio esemplare, in cui ogni gesto e descrizione sembrano toccare da vicino il segreto dell’esistenza e le regole di Natura.
Nella brevissima Roccia, una pietra «fradicia nella pioggia dall- / a pioggia» è assorbita dal dato naturale e consegnata per sempre ad una dimensione di quieta infinità: «da / sola in se stessa. la / roccia è. / milioni di anni». Poco oltre nel libro, in Fiori di ciliegio cadono – tra le poesie più celebri dell’autore – la parabola dei petali che cadono danzando diventa metafora di una morte ineffabile ma consumata senza clamore, silenziosa perché attutita dal tappeto della neve.
L’origine del naturalismo di Shimpei Kusano è da ricercarsi nella sua biografia di uomo amico degli uomini come della natura dei suoi luoghi natii, coi quali intesse un dialogo di cui la sua produzione rappresenta per noi la più vivida (nonché unica) testimonianza. Di lui ricorda così Cid Cormac, che conobbe l’autore di persona:
Persino gli animali del suo vicinato lo riconoscono e gli sono devoti, accompagnandolo nelle sue passeggiate – a Minami Akitsu, alla periferia rurale di Tokyo – come si può vedere da una delle sue poesie più recenti. Io stesso l’ho accompagnato talvolta, sugli stessi campi, e posso testimoniare di questa sorta di affettuosa comunione.
L’uomo, l’esistenza, le piccole crudeltà
Il protagonista in assenza dell’immaginario favolistico del libro – tanto dei racconti di rane quanto dei quadretti assolati intorno al monte Fuji – non può che essere l’uomo. La tecnica espressiva dello spostamento di fuoco, che mette al centro dell’opera le biografie dei membri della tribù delle rane e relega l’azione umana a brevi e sparuti interventi, pone l’essere umano alla stregua degli altri animali e centra l’attenzione del testo sul campo largo dell’esistenza, tout court e senza distinzioni.
Così, per effetto di questa preliminare equazione, le sorti di idillio e tragedia, di vita e morte delle rane, parlano anche dell’uomo e lo sottomettono alle identiche forze del creato. Altrove, all’essere umano è attribuita una funzione quasi demiurgica, un deus-ex-machina cieco e sordo che sconvolge l’esistenza pacifica degli animali alla maniera di un genio bizzoso che uccide per caso, distrattamente.
Se però è un bambino ad uccidere per gioco una rana afferrandola e sbattendola a terra – accade così in Morte di splendido – non è il concetto di colpa a illuminarsi, ma quello di un esistere sempre coinvolto e senza scampo dalla necessità della morte e dalla crudeltà più ingenua. L’uomo, allora, è in questi casi appena il mezzo casuale scelto a compiere la tragedia, e non il mandatario impossibile del destino di indifferenza cui lui stesso è sottoposto.
Tra le poesie di questo genere, la più struggente è sicuramente Autobiografia di Qayloqay. Qui, la sfortunata protagonista è catturata in Italia per essere impiegata come cavia nel laboratorio dello scienziato Luigi Galvani, scopritore dell’elettricità biologica e tra i più notevoli illuministi italiani. La morte della rana, netta e chirurgica nel respiro di un verso, è forse la più spiazzante tra le piccole crudeltà che la penna di Kusano ci racconta:
nei dintorni di Bologna.
sono nata in uno stagno
di fiori di loto. un colimbo
rovesciato scalciava verso il cielo.
mi chiamo Qayloqay.
ho scelto il mio nome da sola.
un giorno mi hanno presa in una rete.
è così che sono andata all’università.
laboratorio di Galvani.
uno studente o qualcun altro forse.
entrò bofonchiando nel naso cantando
una barcarola.
nel pomeriggio del 1780.
mi seppellirono in pancia uno scalpello.
e per la prima volta nel mondo si diffuse
l’elettricità.
sono morta.
ora sono dovunque.
stupendo era il cielo italiano.
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Invito a Shimpei Kusano
Di nuovo Cid Cormac, attento studioso di cose giapponesi e amico intimo del poeta, ha definito Shimpei Kusano «un uomo così profondamente gentile, […] l’immagine di tutto ciò che è umano nel senso più alto della parola». Da una vena artistica così traboccante di sensibilità umana, non poteva che scaturire una poesia dai risultati espressivi insuperabili, sorretta da una grazia di tocco che nel Novecento giapponese ha scavato un solco profondo. La lezione di Kusano in Rane e altre cose (acquista) è quella di una visione tesa a radunare l’intera realtà, con le sue gioie e tragedie, all’interno di un unico giro vitale, di un’unica storia di morte e rinascita.
Proprio in questo senso, la sua testimonianza è preziosissima. Un invito a Shimpei Kusano, perciò, è l’invito a scoprire una poesia dallo slancio inimitabile, insieme sperimentale e tradizionale, e che sempre, tenacemente, suona profonda e limpida come una lezione d’amore. Questo, l’amore vitale, fuor d’ogni retorica e banalità, è forse il significato più profondo della poesia di Kusano e delle sue canzoni di rane.
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