Dove si nasconde l’omino verde?

«Tempo fuori luogo» di Philip K. Dick

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«Tempo fuori luogo» di Philip K. Dick

Tempo fuor di sesto (o Tempo fuori luogo nell’ultima edizione Mondadori, tradotta da Gianni Pannofino), pubblicato nel 1959, è un romanzo relativamente sconosciuto, ma piuttosto significativo per gli appassionati di Philip K. Dick. L’opera, tramite continui indizi, indagini e smentite, mette in discussione la realtà sensibile e critica la cieca fiducia nei paradigmi. D’altronde il lettore viene avvertito già dal titolo – anche se fu proposto dalla casa editrice Lippincott, mentre l’autore avrebbe preferito Biography in time: Time out of joint, tradotto con Tempo fuor di sesto, è una frase della fine del primo atto dell’Amleto di Shakespeare, di seguito riportata nella traduzione di Cesare Garboli:

Rientriamo insieme, e poi, ve lo ripeto, labbra serrate. Il tempo è fuori sesto. Maledetto destino, essere nato perché quadri ancora. No, non così, venite. Andiamo insieme, ho detto. Uniti.

Di fatto, l’Amleto si interroga costantemente, sfruttando anche l’iconografia del fantasma, sulla percezione della verità, su quanto è palese e quanto è celato. Questo continuo dialogo tra nascosto e percepito pare sia essenziale in molteplici definizione di realtà. Tema tanto caro alla filosofia quanto alla narrativa.

Trame nascoste e trame manifeste

La concezione del reale di Philip Dick riprende una lunga tradizione filosofica. I principali riferimenti dell’autore sono il mito della caverna di Platone e il velo di Maya di Schopenauer. Meno “dickiana” è la definizione di Kant, che definisce la conoscenza come un costrutto teorico della realtà non intelligibile, per via della distinzione tra la cosa in sé (noumeno) e il modo in cui la cosa si presenta a noi (fenomeno). Per il filosofo tedesco, l’osservatore non potrà arrivare alla conoscenza – e quindi alla realtà –, ma potrà solo studiare il fenomeno.

Platone, al contrario, dimostra un ottimismo sconosciuto a Kant: il filosofo può sfuggire dal giogo delle illusioni ed arrivare alla conoscenza. Dick si avvicina alle idee di Platone: secondo lo scrittore, infatti, una rivelazione (o una gnosi) può svelare l’inganno del mondo.

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L’essenza di questo pensiero – ottimistico o pessimistico che sia – viene sintetizzata da un aforisma di Eraclito: «La trama nascosta è più forte della trama manifesta». Da un lato, tale concezione può dispiegarsi come una critica nei confronti della limitatezza umana; dall’altro, può far emergere idee religiose di vario genere, come l’esistenza di un demiurgo o di un qualche potere in grado di plasmare la realtà. Su tutto questo, dallo gnosticismo, alla presenza di un gruppo di persone in grado di modellare l’esistenza dei più, passando per l’impossibilità antropica nel percepire le cose, la fantascienza ha molto da suggerire al dibattito filosofico.

Come anticipato, Tempo fuori luogo offre un’interessante prospettiva metodologico-narrativa sulla realtà sensibile e sulla messa in discussione dei paradigmi. Tra queste possiamo citare: la struttura della realtà, il modo in cui questa viene interpretata e come la trama nascosta esista indipendentemente dalle elaborazioni soggettive.

Philip Dick scrive, in modo tanto asciutto quanto evocativo: «La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce».

Inganni planetari e realtà apparenti: la vita di Ragle Gumm

Ragle Gumm è una persona ordinaria, di un’ordinaria cittadina americana degli anni Cinquanta, in cui tutti si conoscono. In un ambiente del genere è impossibile avere dei segreti. Tranne quello su cui si fonda la città stessa. Il protagonista fa un lavoro particolare: risolve gli enigmi del giornale intitolato Dove apparirà l’omino verde?, in cui il giornale dà degli indizi, piuttosto sconnessi, su dove apparirà l’omino verde nelle varie caselle, una sorta di caccia al tesoro con un premio in denaro. Ragle vince sempre, spesso usando semplicemente l’intuito, tanto da iniziare a sospettare che gli organizzatori del concorso scelgano l’ubicazione dell’alieno in base alle sue risposte.

Quello che scoprirà, attraverso una serie di disavventure e rivelazioni, è inquietante: la cittadina è costruita su misura per lui, una bolla felice in un mondo in guerra con la Luna. Le due fazioni ricordano USA e URSS durante la guerra fredda, e i continui bombardamenti fanno leva sulla paura di un possibile mutuo sterminio. D’altronde, l’impatto atomico e i mondi post-apocalittici furono ambientazioni molto sfruttate in quel periodo, sia per affrontare questioni etiche e morali, sia come pretesto per raccontare i più bassi e vergognosi istinti umani.

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Ma perché Gumm è tanto importante? Il protagonista può prevedere la caduta dei missili sul suolo terrestre; il giochino del giornale diviene così un mappamondo di previsioni per evitare la distruzione. La fittizia cittadina è stata costruita su modello di quella della sua infanzia, fondamentale per evitare forti stress psicologici dovuti al suo compito gravoso. A tal proposito, commenta Emmanuel Carrère su Io sono vivo, voi siete morti:

Nelle storie che Dick aveva scritto in precedenza su soggetti simili, il protagonista scopriva un segreto che riguardava nientemeno che l’ordine generale del mondo e si affannava a spiegarlo agli altri, senza alcuna possibilità di essere creduto. Stavolta invece volle sperimentare un nuovo meccanismo narrativo, più inquietante. Non più: «Tutti sono all’oscuro, tranne lui», bensì: «Tutti sanno, tranne lui» – e tutti cospirano perché lui resti all’oscuro.

Quest’opera, fondata su un complotto planetario, diviene un caposaldo di questo genere di narrativa, caratterizzata da sospetti, suspense e con influenze di generi come polizieschi e spy story.

«Tempo fuori luogo»: l’antenato del Truman Show

Gumm ricorda il protagonista del film The Truman Show (1998), interpretato da Jim Carrey. Chissà se il regista Peter Weir, nel concepire il film, tanto distopico quanto disturbante, abbia tratto ispirazione da Tempo fuori luogo (acquista). In effetti, ci sono molti punti comuni: il simulacro di una cittadina ideale, un ignaro protagonista che progressivamente si renderà conto della situazione, il mondo esterno (decisamente meno perfetto) che osserva e riversa le proprie speranze nella quotidianità dei due protagonisti.

Nel caso del film si tratta di una critica ai reality show e al voyeurismo; nel romanzo, invece, è una critica alla realtà e ai paradigmi. Tuttavia, il finale del romanzo è sicuramente più oscuro e incerto. Infatti, la moralità dell’esercito terrestre che Ragle sta aiutando, verrà messa in discussione. Forse i coloni della Luna sono i buoni, mentre i terrestri sono i malvagi oppressori?

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Il dubbio iperbolico “dickiano”

Il finale indefinito è un tratto distintivo dell’autore. Dick, come sua abitudine, si pone alcune domande filosofiche e fornisce una metodologia per tentare di trovare delle risposte soddisfacenti, lasciando però aperto il finale e rimettendo tutto in discussione. Ciò che è centrale nella sua poetica è il dubbio, ma non quello della tradizione classica, bensì il dubbio iperbolico di Cartesio. Il filosofo francese teorizza questo dubbio iperbolico come approccio verso il reale.

È infatti necessario dubitare di qualunque cosa, anche di ciò che sembra evidente. Così facendo, resta una sola cosa, l’individuo che dubita e che pensa: Cogito ergo sum. I finali aperti e spiazzanti riflettono questo approccio di pensiero su questioni ultime, difficilmente risolvibili. Saranno infine i lettori a dover ragionare sui possibili significati e sull’esistenza. Reale o simulata che sia.

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Alberto Palmieri

Classe 1996, laureato in Scienze della comunicazione e Scienze e tecniche della comunicazione. Ama la fantascienza, Dostoevskij e le lasagne. I suoi più grandi sogni? Girare il mondo e andare indietro nel tempo per conoscere Philip Dick. O, ancora meglio, girare il mondo con Philip Dick.

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