Ci sono libri che raccontano storie, e poi ci sono libri che le spalancano davanti a noi. Con Platone. Una storia d’amore, Matteo Nucci compie esattamente la seconda operazione. Non prova a semplificare, ma ostenta con profondo orgoglio la spontaneità della filosofia dentro il sangue della vita. Non le regala un linguaggio accademico, eppure la rende vivida e intensa. Una mossa rischiosa: Platone è un filosofo estremamente importante, conosciuto da tutti, uno di quei personaggi che diamo quasi per scontati. Ciò si traduce non solo nella sicurezza che già sentendo questo nome i lettori potrebbero esserne attratti, ma anche nel rischio di dover essere all’altezza della statura del filosofo.
L’intenzione di Nucci sembra fin da subito strappare Platone dal marmo, immergerlo non nell’astrazione filosofica, bensì donargli sensazioni umane: desiderio, paura e, certo, la ricerca della verità. In mezzo a un’opera che è sia biografica che storica, ma anche profondamente relazionale. Il romanzo, edito da Feltrinelli, è stato candidato al Premio Strega 2026 su proposta di Giancarlo De Cataldo, con la seguente motivazione:
Propongo la candidatura di «Platone. Una storia d’amore» perché sono rimasto emozionato e turbato dal respiro narrativo, dalla profondità argomentativa e dalla qualità letteraria del romanzo di Matteo Nucci. Ho amato la dimensione corporea di questo romanzo: qui si respirano odori, si lascia che la mano scivoli lungo corpi sudati, si cede all’ebbrezza, ci si immerge nello Ionio, si avvertono sulla pelle i brividi inquietanti dello scirocco. Merito della scrittura visionaria, a un tempo affilata e barocca, dell’autore: la sua lingua non descrive paesaggi, ma edifica universi.
Trovare la verità dalla perdita
Platone come lo conosciamo noi è nato sotto le macerie. Le macerie di un’Atene che sta cambiando, che è in crisi, che brucia e cerca di rialzarsi nella sua democrazia. Fin da questo presupposto, Nucci insegna qualcosa che dovremmo tenere sempre a mente: è dalla sofferenza e dal cambiamento che diventiamo chi siamo. In un’epoca in cui la filosofia per molti è “inutile”, in quanto non produce direttamente e sembra legata al mondo dell’astrazione, questo concetto è prezioso. In quanto nella vicenda raccontata la filosofia in primis non nasce da un’idea astratta, ma da una ferita aperta, dalla relazione con gli altri, dal mettersi in dubbio e dal crescere. La relazione che Platone, ancora Aristocle all’epoca, ha con le persone che lo circondano, ma soprattutto l’eros che lo lega a uomini brillanti come lui, è quella che più di tutto lo forma.
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Nella parte iniziale del romanzo, sembra quasi di trovarsi dentro all’incipit del Principe d’Egitto. L’antica civiltà protagonista naturalmente non è quella egizia, ma sembra quasi di sentire le musiche di Hans Zimmer e, soprattutto, l’atmosfera di spensieratezza e immediatezza relazionale che nel film vediamo tra Mosè e suo fratello Ramses: il calore del Sole, la leggerezza della gioventù, il momento dove tutto va bene e tutto sembra per iniziare. Questa stessa tensione quasi musicale viene lentamente sopita in un climax che funziona assai bene. Per tutto il tempo il lettore è affascinato dalla biografia di Aristocle, più che di Platone: il fatto che sia un filosofo conosciuto passa in secondo piano. Conta di più l’umanità di quello che si vede, di ciò che gli avviene, a prescindere che accada sul solco della figura di Socrate, altro celeberrimo e illustre filosofo. Quello che conta è infatti soprattutto la relazione, che approda al punto fondamentale.
Solo lo scudo. Solo il suo famosissimo scudo. Su cui era cesellata una storia semplice. Quella di Eros, il dio della forza più potente che passa attraverso l’animo umano. Un Eros potentissimo e irresistibile.
L’eros e la filosofia
Eros e filosofia, quindi, in un contesto dove comprendiamo quanto siano intrecciati. Perché entrambi implicano un rischio forte: mettersi corpo a corpo con l’esistenza. Nucci racconta, per questo, di Platone e Socrate una storia che è relazionale, spirituale e anche sentimentale. Socrate è quello che mette in crisi tutto, che instilla le incertezze, che riflette sul potere, sul linguaggio, sulla verità. Impossibile non sentire in questo e nella seconda parte del libro non sentire l’eco del Simposio. Del resto, questa fatica letteraria deriva da un’enorme passione da parte dell’autore per tutta la filosofia platonica, che come è ovvio conosce assai bene. Nelle note biografiche che leggiamo si comprende anche perfettamente il lavoro minuzioso e certosino di documentazione che evidentemente è avvenuto. Impensabile, quindi, non ci sia un debito verso il Simposio, fra i più famosi dialoghi platonici.
Quindi provo di nuovo quel brivido che mi fece scoprire l’amore quando ero un ragazzino e lo incontrai con Socrate e Socrate mi guardò e mi carezzò la testa e io non sapevo neppure che era lui.
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Sappiamo che in tale dialogo, attraverso il racconto di Diotima riportato da Socrate, naturalmente citato in Platone. Una storia d’amore (acquista), Platone sostiene che l’amore nasce dalla mancanza, non dal possesso. Si ama ciò che non si possiede, in quanto Eros non è pienezza, ma fame continua. Così, i personaggi di Nucci sembrano muoversi nella continua mancanza, nella tremenda nostalgia di qualcosa che non c’è: la filosofia nasce per colmare quel vuoto, per cercare qualcosa che vada oltre un mondo reale fatto di guerre e complicazioni. Non è evasione, però, è consapevolezza ulteriore: come l’eros, che anche se distrugge il razionale, alla fine ci aiuta a comprendere di più. Diotima, infatti, descrive una scala dell’eros: si parte dalla bellezza di un corpo, per poi andare oltre. La bellezza di tutti i corpi, quella della conoscenza, delle leggi, fino alla Bellezza Assoluta. La fascinazione spirituale e totale che per primo Socrate suscita in Platone è proprio il motore attraverso il quale egli è iniziato alla vera filosofia, alla cultura, alla scoperta di grandissimi autori che lo rendono chi è per noi.
In questa doppia dimensione si muove un Platone inedito, moderno, profondamente umano.
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