Il logorante lavoro di dover accadere

«Gli anni degli altri» di Marco Carretta

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Gli anni degli altri

Nella sua precedente raccolta del 2023 Per far vivere altro cadiamo, Marco Carretta ben rappresentava attraverso le industrie del Nord-Est e il lavoro contadino la monotonia dell’esistenza umana in un ciclo eterno di immobilità e trasformazione in cui i lavoratori accettavano remissivi la propria esistenza di caduta in un certo senso per perpetuare l’esistenza di altro.

Nella sua ultima raccolta Gli anni degli altri (Vidya, 2025), Carretta porta questa riflessione a un livello superiore, dove la caduta si somma anche alla perdita. Si direbbe, quindi, che per far vivere altro non solo cadiamo, ma perdiamo anche qualcosa, ci facciamo sfuggire la vita e il tempo che passa. Cadere e perdere diventano, così, verbi che creano una dimensione esistenziale che si estende a più persone, all’umanità tutta.

Le poesie di «Gli anni degli altri»

Verso alberi mola e magnolie
l’uomo fitto si avvia.
Le più giovani verdi smeraldo
pèrdono fiori pugno,
bianchi spessi cuori caduti.

Gli anni degli altri si apre subito con un’immagine di caduta e di perdita: dei fiori che cadono dall’albero. Un’immagine che contiene in sé non soltanto la vita che passa, ma anche l’arrivo di una nuova vita. Le poesie di Carretta alternano immagini piene di vita a immagini piene di riflessioni su una vita che arriva, ma il cui arrivo è considerato “pesante”, perché carico di un presagio di perdita.

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Nelle poesie di Gli anni degli altri si alternano anni, orari, numeri romani, incontri e passi di studenti e lavoratori. «Ogni passo un vuoto nuovo», ci dice però l’io: ogni passo in avanti porta con sé una perdita obbligatoria e necessaria. L’io osserva come uno spettatore scene di vita quotidiana che nascondono dietro di sé «nostalgie dell’uomo delle pratiche non finite», ovvero un senso di smarrimento dovuto alla consapevolezza che per andare avanti qualcosa resta per forza indietro.

The fear of missing out

Per comprendere al meglio la raccolta di Carretta, si legga quanto scrive nella prefazione al volume Francesco Targhetta, che discute di quest’ultima raccolta in confronto a Per far vivere altro cadiamo: «non è riferita al presente, tuttavia, la fear of missing out di Carretta», scrive Targhetta, «a sfuggire di mano è qualcosa che non c’è già più, ed è quanto rende “l’ammanco” ancora più frastornante». Questa poesia secondo Targhetta è una poesia dove si registra «un grafico di detriti», dove abbiamo cioè un io lirico che non agisce, ma osserva la perdita e osserva il perdersi nel tempo e nello spazio:

In questa scrittura piena di oggetti, per cui si moltiplicano i sostantivi, anche raddoppiati o infilati in elenchi, mentre latitano i verbi, tra frasi normali diffuse e lunghe attese di azioni che stentano ad arrivare, tenute in sospeso da participi passati che sembrano suggerire come il tempo di fare sia ormai trascorso, è forse ancora possibile giungere all’osso qualcosa e uscire così dal circolo vizioso dei pensieri che confondono soltanto.

A differenza della prima raccolta, qui l’io lirico di Carretta oltre a essere caduto perde qualcosa: questo è il suo modus vivendi, il suo mito pavesiano. L’io può soltanto conservare ciò che resta, cercare di registrarlo con il proprio sguardo e i propri pensieri prima che il tempo si porti via tutto. Nel momento in cui vede ragazzini ballare, donne incontrarsi alle poste o una lezione a scuola, l’io sa che qualcosa è passato, e allora può solo registrare e conservare quanto è rimasto.

La ricerca di quanto è perso

Fin dai primi versi, dunque, l’io è intento a ricercare quanto è perso: lo fa, ad esempio, con i marciapiedi, dove scansa i baffi d’erba per trovare «l’originario lastricato» che «splende dall’oblio», ma anche con gli studenti che danzano e le scritte sulla lavagna delle «persone che ha perso e fuck Putin». Tutto è, perciò, volto a conservare in maniera ossessiva quanto rischia di finire nell’oblio:

Lascia nella creta
il peso perso di dita affondate,
gli anni rincorsi fino a perderne il tatto.
Le mirette deposte nello sgabello alto.

Un’immagine significativa è quella di un pacco che arriva dal passato: «un pacco vuoto/un pacco di foto». La fotografia è il simbolo per eccellenza della perdita: registra infatti fantasmi di un passato che non possiamo più recuperare fisicamente, e che ci lascia con un enorme vuoto difficile da colmare. Tuttavia, l’io è consapevole che nulla può di fronte al passare della vita, e quello che può fare è «sorridere al tempo goduto quando lo distingue tra gli uomini».

Ridere del tempo goduto

Una volta compreso che si ritroverà sempre con il vuoto in mano, l’io cerca di raggiungere una serenità «rovinosa di sbagli rimandati». Per farlo, deve soltanto «recepire i venti. Raccogliere le braccia degli amici», guardarsi le mani «per ricordarsi che ci sono stati/altri vent’anni». L’io si fa accumulatore di sensazioni, di esperienze e di segni del tempo che simboleggiano il tempo perso, ma che manifestano la sua esistenza nella perdita:

Le code, le scarpe, il verdino,
gli sportelli, i corridoi, le carte, le macchinette,
le insegne, i parcheggi, i camici, gli accompagnatori,
le date, le seggiole, cartelli e cartellini, le riviste,
i lettini, i corrimani, i porta salviette.
e tu
un pezzo eri addirittura tu

In questo senso il frammento poetico Ruggine è molto significativo: racconta di un io che si sente in grado di amare tutte quelle cose che «soffrono delle sue stesse necessità di recupero». Un oggetto arrugginito come l’io è immobile, ma capace tuttavia di trarre godimento dal fatto di aver vissuto e di aver lasciato delle impronte in tutto ciò con cui è entrato in contatto.

Qual è, allora, il senso della vita per l’io? È quello di raccogliere i detriti di un passato annunciato: ogni incontro e oggetto lascia con sé dei frammenti di un futuro passato, e il compito dell’io è raccogliere «quell’osso di parola/che con altre ossa/faranno una minima poesia». Il senso di ciò che sta attorno a lui sta nel mettere assieme i resti di ciò che è stato che, anche se non vissuto pienamente, può essere goduto attraverso le sensazioni e i ricordi che suscita.

La bellezza delle cose perdute

Gli anni degli altri (acquista) ci mostra come la caduta e la perdita non siano da vivere come sconfitte. Anche in ciò che passa, che ci sfugge e non c’è più esiste la bellezza, una bellezza evocata dalle suggestioni che ci crea attraverso il ricordo di quanto è stato. Citando Gabriel García Márquez, l’io lirico di Carretta non piange perché un’esperienza finisce, ma sorride perché è accaduta, perché il solo accadere e poi passare dimostra che anche lui è vissuto sulla terra ed è stato capace di vivere nella bellezza di un attimo sfuggente.

Straziata vita persa,
che per bellezza trafiggi i suoi occhi.
Lo hai preso al ventre senza fingere.

Così,
tenere i momenti fermi
per capire alcune tecniche.

La migliore: ama nel perimetro,
nel perimetro di ogni cosa.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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